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PONTE MORANDI UN ANNO DOPO

PONTE MORANDI UN ANNO DOPO
Il 14 agosto di un anno fa, uno degli emblemi della 'modernità' crollava, trascinando con se 43 persone e travolgendo la vita di centinaia di sfollati e di una regione intera. Un episodio che avrebbe dovuto mettere in discussione la logica perversa che sta facendo marcire l'infrastruttura fisica e sociale del nostro paese. A un anno dal dramma nulla è cambiato, prosegue il disprezzo per la manutenzione, la sicurezza e la tutela dell'ambiente: nessuna revoca delle concessioni ai privati (interessati solo ai profitti) e finanziamenti al 'nuovo', dove corruzione, speculazione e interessi particolari possono fare i loro porci comodi. In Italia metà delle concessioni autostradali fanno riferimento a società collegate alla famiglia Benetton, che non sono un modello di imprenditoria ma emblemi di sfruttamento umano e ambientale. (ib & es)

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sabato 13 aprile 2013

Azione popolare, istruzioni per l’uso

A proposito del recente  libro di Salvatore Settis, "Azione popolare. Cittadini per il bene comune"; un libro che rappresenta un punto di svolta, e una preziosa cerniera, tra la "cultura" e la "politica". Per ciò stesso, anche un manifesto elettorale. Il Fatto Quotidiano, 13 aprile 2013 


Sembra un secolo fa, ma è passato solo un mese e mezzo. Prima che la plumbea autoreferenzialità del Pd e l'autismo del Movimento 5 stelle ci ributtassero nelle fauci del Caimano, c'è stato un momento in cui Dario Fo ha lanciato il nome di Salvatore Settis per la Presidenza della Repubblica, suscitando – nonostante il carattere utopico dell'idea – un grande entusiasmo nel popolo dei comitati civici. E quando Marco Travaglio ha provato a indicare la necessità di un governo civico, l'ha chiamato“un governo Settis o Zagrebelski” (Fatto, 30 marzo).

Come si spiega un simile apprezzamento politico per uno dei nostri massimi studiosi di storia dell'arte classica (e non solo), ex direttore della Normale di Pisa, e attuale presidente del consiglio scientifico del Louvre? La chiave è nell'ultimo libro di Settis, Azione popolare. Cittadini per il bene comune (Einaudi).

Il fatto è che Settis è uscito da tempo dalla proverbiale torre d'avorio degli studi. Da storico dell'arte si è accorto che quella torre era crollata, non solo metaforicamente. E la sua martellante campagna di educazione al patrimonio storico e artistico e al paesaggio lo ha condotto in mezzo ai cittadini, fornendogli un osservatorio che manca a moltissimi dei politici di professione che da settimane si aggirano come pugili suonati. Lo straordinario successo del suo libro precedente (Paesaggio, Costituzione, cemento, Einaudi 2010) aveva condotto Settis in centinaia di incontri con un'Italia profondamente diversa da quella che occupa gli schermi televisivi. Un'Italia fatta di cittadini indignati, ma consapevoli che l'indignazione non è sufficiente: pronti non solo a protestare, contestare, denunciare, ma a impegnarsi in prima persona, affamati di conoscenza e competenza sulle quali fondare il tentativo di cambiare il Paese. Cittadini che, con un paradosso solo apparente, vogliono più, e non meno, Stato: convinti, con Piero Calamandrei, che “lo Stato siamo noi”.

È in quei mesi che Settis si è convinto che questa ondata (finita poi in parte a votare per il Movimento 5 stelle, in mancanza di meglio) non fosse 'antipolitica', ma fosse anzi 'politica' nel senso più nobile: fosse, cioè, un grande movimento popolare teso a ricostruire la polis, la città, intesa come comunità civile. L'antipolitica, per Settis, è un'altra: “L’antipolitica si confonde con l’anti-Stato, crea uno spazio vuoto (vuoto di Stato, di Costituzione, di legalità) dove presto s’insedia il più furbo, sbandierando un vacuo efficientismo. Non è di qui che può nascere l’Italia che vorremmo”. E ancora: “Antipolitica” è il predominio di chi sovrasta e calpesta la sovranità popolare, predicando l’impersonale e soprannaturale supremazia dei mercati, e asservendo a essa non solo i governi nazionali e le istituzioni europee, ma anche ogni istanza di giustizia, di libertà, di eguaglianza. Sulla scala italiana, “antipolitica”, è l’inaderenza dei politici di mestiere ai problemi del Paese, il loro divorzio dai cittadini, la loro ottusa difesa dei propri privilegi. Chi protesta contro tanta violenza, anche se a volte in modo scapigliato e informe, ha più voglia di politica di molti che la fanno per mestiere (per esempio di Berlusconi, che si è nutrito di “antipolitica” per sedurre e conquistare il Paese). Associazioni e movimenti stanno reclamando più politica, cioè una più alta, forte e consapevole voce dei cittadini”.

In pagine come questa, Settis è riuscito a guardare all'Italia di oggi con gli occhi aperti di chi è abituato a fare ricerca storica senza pregiudizi: questo gli ha consentito di vedere oltre la barriera retorica di una classe dirigente (non solo politica) che correva verso il suicidio sancito dalle ultime elezioni. E vedere come dietro quella cortina fumogena non ci fossero barbari, ma cittadini stanchi di delegare.

Le cronache delle ultime settimane mostrano che i nuovi deputati e i nuovi senatori hanno bisogno soprattutto di punti di riferimento culturale. E il libro di Settis è uno straordinario strumento di formazione a disposizione dei “cittadini per il bene comune”: un libro che media verso l'opinione pubblica italiana le punte più avanzate del pensiero giuridico ed economico mondiale, e che mostra come un progetto di rinnovamento radicale del paese sia contenuto già tutto intero nella Costituzione più rivoluzionaria e più inapplicata d'Europa.

Già, perché ”Azione popolare è diritto e dovere di resistenza collettiva al degrado delle città e delle campagne, alla razzia del paesaggio, all’esilio della cultura e del lavoro, alla spoliazione dei diritti; è promuovere singole azioni di contrasto agli atti dei poteri pubblici che vadano contro il pubblico interesse, ma anche metterle in rete fra loro; è costruire una larga base d’informazione, di analisi, di consapevolezza. Vuol dire far esplodere le contraddizioni insanabili fra il dettato costituzionale e le leggi che lo ignorano e lo aggirano, tra le norme di garanzia e le deroghe e i condoni che le annientano. Vuol dire riconquistare, in prima persona, un pieno diritto di cittadinanza, in nome della moralità e della legalità costituzionale”.

Non era solo una “profezia” (il libro è uscito in novembre) di ciò che sarebbe successo alle elezioni: è anche un programma per una ricostruzione civile. Se non ora, quando?
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