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23M 2019: una marcia rivoluzionaria

23M 2019: una marcia rivoluzionaria
Il 23 marzo 2019 anche eddyburg si unisce alle migliaia di persone che scenderanno in strada per le vie e le piazze di Roma in una grande Marcia per il clima, contro le grandi opere inutili e per una giustizia ambientale. Ancora una volta sono i movimenti, i comitati, gli abitanti a rivendicare le ragioni per una rivoluzione del sistema, del modello di sviluppo in assenza di una sintesi politica capace di cogliere la svolta radicale necessaria per coniugare la salute, il benessere sociale, la salvaguardia del nostro pianeta terra e delle specie che lo abitano e i diritti umani. (i.b)

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VENEZIA

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domenica 31 marzo 2013

Una saggia follia

 «Una unanimità assordante ha unito le voci» dei vecchi e dei nuovi(!) politici, «rivelatrice della cattiva coscienza di una classe dirigente incapace assumersi la vera responsabilità della delega espressa dalle urne». il manifesto, 31 marzo 2013
Se con il governo Monti la democrazia era commissariata, con il mostriciattolo del governissimo è pietrificata. Le larghe intese cacciate dalla finestra con il tentativo di Bersani, rientrano dalla finestra, surrettiziamente introdotte con l'invenzione delle due commissioni di "saggi". E con loro vola via la richiesta di cambiamento espressa dalla maggioranza dell'elettorato e dal nuovo parlamento che la rappresenta. Sostituiti, l'una e l'altro, dalle scelte di un presidente-sovrano eppure dimezzato nei suoi poteri dall'esaurimento del settennato.  Le dimissioni anticipate di Napolitano, per dare al paese un capo dello stato nei pieni poteri (compreso quello di poter sciogliere le Camere), non avrebbero forse accelerato i tempi del passaggio delle consegne ma avrebbero evitato l'avvitamento nell'ultimo bizantinismo. L'estremo tentativo messo in campo dal Presidente della Repubblica per venire a capo del rebus politico è il figlio naturale del peccato originale: il governo Monti invece del voto. Così come questo garbuglio post elettorale è il frutto della resistenza del Presidente di percorrere decisamente la via maestra di un incarico pieno al partito maggioritario per verificarne il consenso delle Camere.

La soluzione escogitata nella notte, seppure animata dalle migliori intenzioni, rischia ora di essere una pezza peggiore del buco. Come dice il filosofo, la saggezza che un saggio tenta di trasmettere suona sempre simile alla follia, per dire quanto è sottile il filo che a volte le distingue. E la medicina scodellata ieri dal Quirinale, in sostanza per replicare il format montiano fuori tempo massimo, è una camicia di forza che non curerà la malattia.

I nomi dei saggi che dovrebbero darci nientedimeno che una riforma istituzionale e un programma economico per rispondere alla fortissima richiesta di trasformazione espressa dal paese ne sono la riprova. Tutti uomini, tutti veterani frequentatori di partiti e palazzi, e, a parte la figura di Valerio Onida, affidabile custode del miglior costituzionalismo (non a caso il più scettico), gli altri certo non rappresentano il bisogno di radicale rinnovamento venuto dal voto. Sono invece i guardiani di un potere esausto, una sorta di camera di compensazione propedeutica a quel governissimno destinato semmai ad aggravare il distacco tra l'opinione pubblica e la politica. Tutto bene per Berlusconi e per Grillo, gli unici a guadagnare una rendita elettorale dal successo, come dal fallimento, di questo pasticcio pasquale.
Stordisce ma non stupisce il coro di osanna tributato dai politici alla sorpresa presidenziale. Siamo il paese abituato da sempre a non risolvere i problemi con la formazione di fantastiche commissioni che di speciale hanno solo la maschera. La destra berlusconiana apprezza e ringrazia per la promessa delle larghe intese, i montiani si identificano pienamente, Bersani si adegua da Piacenza, Maroni applaude sulla scia berlusconiana, i portavoce di Grillo sono contenti di questa "prorogatio" del governo in carica che li esenta da difficili responsabilità. Una unanimità assordante ha unito le loro voci, rivelatrice della cattiva coscienza di una classe dirigente incapace assumersi la vera responsabilità della delega espressa dalle urne.

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