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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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mercoledì 20 marzo 2013

Una Cina diversa

Mentre da un lato nel gigante asiatico si affaccia una linea di politica economica e sociale alternativa al neoliberalismo, dall'altra si manifesta una politica urbana che sembra riferirsi a modelli di urbanizzazione più ragionevoli e sostenibili di quelli praticati nell'altra parte del mondo. Un'intervista e una nota, su  il manifesto, 20 marzo 2013


 NUOVA CINA NUOVA SINISTRA

Minqi Li è un economista che ha fatto un percorso inverso rispetto a molti suoi connazionali: dalla scuola di Chicago a Mao. Oggi crede ci sia bisogno di un «riorientamento», dalla «crescita» alla «sostenibilità sociale ed ecologica»


Il professor Minqi Li, che insegna Economia all'università dell'Utah, ha fatto un percorso inverso rispetto a molti suoi connazionali. Prima del 1989 - momento di svolta per molti cinesi - era infatuato dalle teorie economiche della scuola di Chicago. «Eravamo convinti che il sistema economico socialista fosse ingiusto e che privilegiasse i lavoratori statali pigri e inefficienti e punisse i più attivi e liberi imprenditori», ha scritto Minqi Li nell'introduzione al suo The rise of China and the Demise of the Capitalist World Economy, (Londra, 2008). Minqi Li ha studiato proprio nel luogo che poi sarebbe diventata la culla del pensiero neo liberista cinese. Durante le proteste cambiò la sua visione: dopo uno speech in cui richiedeva un ritorno all'economia socialista venne imprigionato. Durante la permanenza in carcere «ebbi modo - dice - di conoscere meglio gli strati più bassi della società e concentrai la mia attenzione nella lettura di Marx». Uscito dal carcere intraprese un viaggio di due anni nella Cina, quella rurale e popolare, modificando - e di molto - la propria visione dell'economia e del suo paese. La sua interpretazione del 1989 si è infine solidificata: «Gli studenti - ha scritto - potevano ritirarsi o scegliere di allearsi a una classe operaia che non aspettava altro. Scelsero di non fare, semplicemente, né l'una né l'altra cosa. E furono per questo sconfitti». Oggi è considerato uno degli economisti di punta di quella che viene considerata la «nuova sinistra» cinese. Ha accettato di buon grado di rispondere alle domande del manifesto.
Professore, dopo la caduta di Bo Xilai (capo del Partito di Chongqing, epurato dal Partito comunista cinese e oggi in attesa di processo, ndr), che influenza politica ha ancora la nuova sinistra in Cina?
La trasformazione capitalista della Cina ha portato sempre più conflitti sociali e il degrado ambientale. Bo Xilai è tra i politici che si erano resi conto che il percorso attuale della Cina di sviluppo è insostenibile. Quando era segretario del partito di Chongqing, ha fatto sforzi per regolamentare il settore privato, per ripristinare la sicurezza delle persone (con il giro di vite sulla criminalità organizzata), e per ridurre le disparità di reddito. La sua sconfitta suggerisce che nel Partito comunista, l'ala neoliberista ha oggi il sopravvento. Mentre la sinistra ha oggi un peso trascurabile tra i primi dirigenti del partito, la sua influenza tra gli strati medio-bassi della società cinese è cresciuta.

Quali sono oggi gli obiettivi principali della nuova sinistra cinese? Alla fine del 1990, la «nuova sinistra» in Cina era essenzialmente limitata a pochi intellettuali che criticarono la riforma economico neoliberista. Da quel momento in poi la «sinistra» è diventata un movimento sociale. Nel 1990, la Cina si è impegnata in massicce privatizzazioni. Decine di milioni di lavoratori del settore statale sono stati licenziati. Molti hanno partecipato alla lotta contro la privatizzazione e molti dei leader dei lavoratori in seguito sono diventati affiliati alla sinistra. Negli anni tra il 1980 e il 1990, la classe media urbana era una forte sostenitrice di riforme economiche neoliberiste. Ma da allora molti dei membri attuali o aspiranti della classe media hanno subito i prezzi delle case alle stelle, l'istruzione privata e le spese di assistenza medica, l'inquinamento dilagante, così come una crisi di sicurezza alimentare. Alcuni di loro sono diventati politicamente radicalizzati. Nonostante decenni di propaganda antimaoista, sempre più persone delle classi sociali medio-basse hanno ricominciato a valutare in modo positivo il passato maoista. Ogni anno, milioni di persone spontaneamente partecipano alle attività di massa che commemorano Mao Zedong in tutto il paese nonostante l'opposizione ufficiale, o persino la repressione della polizia. La sinistra cinese oggi comprende attivisti operai, giovani studenti, intellettuali progressisti, radicali della classe media, e alcuni vecchi rivoluzionari veterani comunisti. Come la sinistra in molti altri paesi, ci sono molti gruppi diversi e opinioni diverse. In linea di massima, la sinistra cinese oggi si oppone al capitalismo e la sua riforma economica e supporta la trasformazione socialista della società cinese.

Chongqing è ancora un "modello"?
Non c'è una visione unificata economica tra la sinistra cinese. Chongqing (ovvero una riforma relativamente progressista del capitalismo) è probabilmente insufficiente a fornire una soluzione ai problemi attuali economici e sociali della Cina. Mentre l'economia cinese continua a crescere rapidamente, soffre di gravi squilibri economici, sociali ed ecologici. Per far fronte a questi squilibri, sarebbe necessario un riorientamento fondamentale della priorità di politica economica della Cina, dalla crescita economica (cioè, il profitto e l'accumulazione del capitale) verso la sostenibilità sociale ed ecologica. È impossibile concepire un riorientamento economico senza una redistribuzione del reddito e della ricchezza. Ovvero: una grande parte della ricchezza capitalista dovrebbe essere ridistribuita verso la classe operaia o investita nei beni pubblici. Ovviamente questo non sta accadendo.

Qual è la "mappa" della nuova sinistra cinese oggi?
La nuova sinistra negli anni 90 includeva intellettuali soprattutto accademici, come Wang Hui, Cui Zhiyuan, e Wang Shaoguang. Poi è diventato un movimento sociale, molti si sono organizzati intorno a siti web popolari. Uno dei più noti è "Wu Zhi Xiang Tu" (Utopia). Utopia cerca di interpretare il maoismo principalmente come una forma di nazionalismo. Altri attivisti di sinistra si dicono marxisti-leninisti-maoisti. E criticano Utopia per la sua tendenza nazionalista.

Possiamo definire le riforme previste dal nuovo governo di Pechino come neo liberali? E che tipo di impatto avranno sulla società cinese? Il capitalismo cinese ha tratto grandi benefici dalla ristrutturazione neoliberista globale, posizionandosi come il principale fornitore di manodopera a basso costo per il mercato globale. Al momento, non è ancora chiaro cosa le élite cinese vogliano fare per il futuro. Ma la Banca mondiale ha raccomandato alla Cina di privatizzare le imprese statali restanti e privatizzare la proprietà del territorio rurale. Il nuovo primo ministro Li Keqiang, è ampiamente noto per aver sostenuto con entusiasmo le raccomandazioni della Banca mondiale. Se il piano di Li Keqiang sarà implementato, significa che la Cina ha scelto con forza il sentiero neoliberista.

Quanto è ancora importante lo stato nella visione della nuova sinistra? Lo stato è sempre importante. Suppongo però che la vera questione non sia se lo stato rimane importante, ma se lo stato rimane uno strumento efficace per regolare le contraddizioni del capitalismo cinese. Se la classe capitalista cinese non è disposta a rinunciare a gran parte della propria ricchezza attuale per il bene di alleviare le diverse contraddizioni economiche, sociali ed ecologiche, queste contraddizioni possono portare ad una grave crisi per la società cinese in cinque-dieci anni. Quando ciò accadrà, non sarà solo una crisi per lo stato della Cina, ma anche una crisi per il capitalismo cinese. E non solo.


URBANIZZAZIONE CHE PASSIONE

Meno metropoli, più città medie: ma è sempre fuga dalle campagne
I colonnelli di Zhu Rongji sono al lavoro. La Cina sta per mettere in piedi un piano di riforme che gli esperti considerano di pari portata a quello degli anni 90. Periodo che stravolse il paese, portandolo definitivamente nel campo neoliberista, attraverso una serie di privatizzazioni (aziendali e di terreni) che hanno cambiato il volto della Cina: urbanizzazione delle grandi città, espulsione di forza lavoro dalle aziende statali.

Le nomine di Li Keqiang vanno in quella direzione: il vice premier Ma Kai, il ministro delle finanze Luo Jiwei e il governatore della banca centrale Zhou Xiaocun erano gli uomini di Zhou nella commissione che negli anni 90 diede il via alla «ristrutturazione» economica della Cina. Secondo gli esperti citati dalla Reuters, Pechino sarà costretta ad aumentare la produttività economica in maniera massiccia anche perché prevede di spendere 40 miliardi di yuan (oltre 6mila miliardi di dollari) per la sua fase successiva di sviluppo urbano, delle medie città. Un nuovo fenomeno migratorio che prevede lo spostamento di 400 milioni di persone dalle campagne alle città nel prossimo decennio. In attesa degli incontri di alto vertice autunnali che dovranno dare il via alle riforme, la Cina pensa soprattutto alle questioni fiscali per cercare di ridistribuire reddito promuovendo il consumo privato in modo da dare linfa al mercato interno, visto che la crisi occidentale ha portato alla contrazione del modello cinese basato sull'export. Proprio l'urbanizzazione viene vista come il primo importante passo, con una precisazione. La Cina non ha nessuna intenzione di congestionare ancora le proprie metropoli, dove anzi i migranti devono trovare cittadinanza (magari con la riforma dell'hukou). Li Keqiang insiste molto sul concetto di chengzhenhua, anziché chengshihua. Laddove il primo termine indica le medie città e il secondo le metropoli.

L'idea è saltare un passaggio: convertire il proprio modello economico a un sistema incentrato sui servizi, dove anche i migranti, anziché diventare proletariato addetto alle attività della fabbrica del mondo, possano diventare ceto medio, spendere e attivare il consumo interno, obiettivo primario del governo. Che poi questo nuovo ceto medio possa diventare una spina nel fianco del Partito comunista in termini di rivendicazioni (qualità vita, sicurezza alimentare, inquinamento) sarà qualcosa che evidentemente Pechino pensa di poter gestire.



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