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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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giovedì 21 marzo 2013

Roma, il tramonto della città pubblica


Fra due mesi si voterà a Roma: pubblichiamo, in anteprima per eddyburg, il prologo dell’ultimo volume di Francesco Erbani, Roma, Il tramonto della città pubblica, Laterza 2013, la migliore lettura per un voto più consapevole. (m.p.g.) 

Le storie che seguono sono raccontate con la lingua delle inchieste giornalistiche. Il loro fulcro sono le trasformazioni che Roma ha vissuto o subìto negli ultimi decenni. Trasformazioni che hanno investito molte delle sue parti e che sono quasi tutte riconducibili a un vorticoso aumento dell’edificato o, almeno, all’elaborazione di progetti in quella direzione. Quanto poi alla crescita dell’edificato abbia corrisposto un proporzionato incremento degli spazi di comunità e un generale benessere è questione che queste storie vorrebbero accertare. Dietro, accanto, sotto le trasformazioni fisiche si delinea inoltre il progressivo impoverimento della città pubblica, mentre è avanzata l’idea che soltanto l’estendersi di un controllo privato su parti crescenti di essa possa contribuire a diffondere quel generale benessere e a fronteggiare la crisi che si è abbattuta su Roma come su tutto il mondo occidentale.

Proveremo a documentare che cosa è avvenuto e sta avvenendo a Roma usando gli strumenti del cronista, visitando luoghi, intervistando persone, facendo parlare atti e delibere e tentando di capire se quel che accade nella capitale è una vicenda per alcuni aspetti esemplare della condizione urbana oggi in Italia, e non solo. Da tempo studiosi di diverse discipline discutono il tema delle ricadute nello spazio cittadino delle ricette che invocano una progressiva e forse definitiva ritirata del pubblico entro recinti sempre più stretti. Quando urbanisti e sociologi parlano di città pubblica, il riferimento è, storicamente, a quelle parti di città di proprietà pubblica, dove si è realizzata edilizia pubblica, dove risiede un parco pubblico. In fondo, però, tutta la città nel suo insieme è pubblica anche se costituita di tante parti private che, decidendo di condividere uno stesso spazio, realizzano qualcosa di pubblico.

Attraverso le storie che seguono cercheremo di capire se le trasformazioni avvenute o che stanno avvenendo a Roma rispondono a criteri urbanistici corretti, se vanno incontro a bisogni collettivi o se invece sono l’effetto di strategie immobiliari che arrecano profitto a chi costruisce e un utile molto dubbio alla città. Se, cioè, danno lustro e soldi ai privati e scaricano oneri sul pubblico. Percorreremo poi la strada delle decisioni politiche, per appurare quanto le amministrazioni pubbliche abbiano esercitato un governo effettivo delle trasformazioni e quanto, viceversa, si siano piegate a interessi privati, lasciando che venisse consumato suolo pregiato (che pur essendo proprietà di qualcuno assolve comunque a funzioni ecologiche di interesse collettivo, dall’assorbimento di acqua piovana allo stoccaggio del carbonio, alla produzione agricola...) senza che la città ne guadagnasse in termini di qualità urbana e, anzi, vedesse aggravati i propri affanni. Oppure consentendo, persino sollecitando, che parti crescenti di città migrassero dalla mano pubblica o da un uso pubblico al controllo privato (siano edifici o aree libere, mercati rionali o depositi dimessi, suoli o sottosuoli). A Roma si è teorizzata ed esercitata molta contrattazione urbanistica. È finito il tempo, ha sostenuto chi ha governato la città, della cosiddetta urbanistica autoritativa (l’autorità pubblica che tutto decide e tutto pianifica), ogni cosa si negozia. O si scambia. Se c’è bisogno di un’opera pubblica, essendoci sempre meno soldi, questa si paga elargendo concessioni edilizie. Ma molto spesso – quanto spesso si cercherà di capirlo nelle storie che seguono – è il privato che, pur di avere un permesso di costruire, suggerisce al pubblico un’opera da realizzare in cambio di quel permesso.

Interrogheremo poi chi la città ha studiato e studia, nelle università e nei centri di ricerca, per raccogliere analisi e riflessioni. E sonderemo il vasto fronte dei comitati di cittadini, di gruppi e associazioni che producono una mole imponente di indagini sul proprio quartiere e che avviano vertenze per salvaguardare quel che appartiene a una collettività e che invece si vorrebbe alienare a vantaggio di pochi. Le loro azioni vanno dalla semplice cura di uno spazio – un edificio dismesso, un orto, un paesaggio, un giardino – intorno al quale si tessono o si rigenerano relazioni comunitarie che si vorrebbero annientate in una bulimia consumistica, fino ai flash-mob, alle battaglie, alle iniziative legali per non perdere ciò che è proprietà di tutti e tanto più delle generazioni future. In queste fatiche, compiute con energie volontarie e senso del gratuito, colpisce un dato: la controparte è quasi sempre il pubblico che smette di fare il pubblico, sono l’amministrazione e l’ente che si sottraggono al compito di tutelare interessi generali. Il fenomeno è relativamente recente, una quindicina d’anni al massimo, ha dimensioni nazionali e Roma ne è investita, documenta il passaggio dall’indignazione individuale a un sentimento civile. È uno dei tanti segnali che attestano la crisi della rappresentanza politica tradizionale, ed è anche il sintomo di una rinascita democratica, banalmente rubricato ad antipolitica o a episodio Nimby (Not in my backyard). Molti di questi gruppi si affiancano alle associazioni storiche, Italia Nostra, Legambiente, il Wwf, ma sempre più spesso le sostituiscono o le condizionano. Tentano di compiere un salto di scala, riuscendo solo in parte a collegarsi fra loro e mettendo in comune un patrimonio culturale, di passione politica, di competenze e di battaglie ambientaliste. Ma i numeri sono consistenti e ormai formano una massa critica. La dimensione locale e il carattere spontaneo si esprimono in iniziative di documentazione storica sul proprio quartiere, in occasioni di recupero della memoria, in piccole forme di welfare e poi in lavori di progettazione alternativa rispetto alle proposte del Comune o di un Municipio. Ed è evidente in molti dei comitati romani lo slancio a creare coordinamenti, a cercare ciò che di simile esiste in tante vicende dissimili e dunque a passare dalla singola vertenza a un’elaborazione più politica, di cui l’urbanistica rappresenta uno dei cardini.

Roma per molti aspetti è esemplare di una condizione urbana che riguarda altre città del paese, si diceva. Le sue patologie si rintracciano anche altrove, e anche altrove, in proporzioni diverse, queste affliggono la qualità del vivere e l’esistenza materiale delle persone. Quanto, per dirne una, il disegno di Roma è pianificato e quanto invece è affidato al caso per caso? Quanto conta l’idea che la città ha di sé, e quanto invece vale la sommatoria di interessi, a volte conflittuale a volte consensuale? Quanto Roma si sforza di garantire a tutti i suoi residenti il diritto alla città, un’accessibilità che è condizione perché chiunque vi abiti si senta anche cittadino? A Roma, inoltre, è possibile definire la fisionomia esemplare di un potere, quello legato all’edilizia e alla proprietà dei suoli, che è stato il motore secolare dell’economia cittadina, e che tuttora è alimentato più dal propellente della rendita fondiaria che dal profitto d’impresa, ed è intrecciato alla finanza. L’espressione “poteri forti” è adulterata dall’abuso: ma in pochi altri casi, come a Roma, definisce bene un grumo di interessi ampiamente addossato alla politica e all’amministrazione, che agisce come impresa privata, ma non disdegna, anzi, di colonizzare le aziende municipalizzate oppure di tracciare le linee guida delle Grandi opere, chiedendo per sé un perenne regime di deroghe e dunque auspicando Grandi eventi – Olimpiadi, Mondiali di nuoto, Giubilei – e sistemi da Protezione civile. Questi poteri sono in grado, quando andava bene e ora che va male, di condizionare il tenore di vita della città. E anche di proporsi come protagonisti per fissare la direzione di marcia dell’urbanistica. Direzione di marcia che spetterebbe alla politica e all’amministrazione pubblica di dettare, ma la cui formulazione è spesso culturalmente incerta e altrettanto spesso è il prodotto di mediazioni al ribasso, sintomo di una fragilità sia della politica sia dell’amministrazione pubblica che non è solo prerogativa della capitale, ma di altre città e di un paese intero.

Roma sembra essere progredita per parti separate. A pezzi. Per tendenze, ha scritto uno dei massimi studiosi della sua storia urbana, Italo Insolera, scomparso a fine agosto del 2012. Quasi nelle pagine d’esordio del suo Roma moderna, a proposito di come vennero distribuiti i ministeri negli anni immediatamente successivi alla breccia di Porta Pia, Insolera scrive che «il non trasformare nessuna tendenza in un piano, in una legge precisa che modelli la struttura stessa della città, è una caratteristica tipica e costante dell’amministrazione romana. Ogni provvedimento deve sempre lasciare un margine al provvedimento opposto. Qualsiasi iniziativa viene subito svilita nel compromesso: per evitare che si accusi l’amministrazione di favori eventualmente disonesti nei confronti dei proprietari e impresari di una zona; non ci si cura tanto di creare gli strumenti fondiari e tecnici per prevenire da ogni parte possibili corruzioni, ma di distribuirne un po’ dappertutto le premesse».

Le storie che seguono proveranno anche a rispondere a domande che, a Roma, incalzano con la stessa energia con la quale i problemi si aggravano. Non è detto che le risposte si riescano a trovare o che, trovate, sia semplice metterle distesamente in fila. Perché, per esempio, Roma è la città con più macchine e motorini in Europa? In rapporto alla popolazione, ovviamente. Perché a Roma – sono dati elaborati nel 2009, fonte lo stesso Comune di Roma – circolano 978 veicoli a motore ogni 1.000 abitanti, comprendendo fra i 1.000 abitanti anche i ragazzi con meno di 18 e anche di 14 anni, i neonati e gli ultra ottantacinquenni, praticamente una macchina o un motorino ogni abitante? Perché questo accade a Roma, che conta 2 milioni 700 mila abitanti, mentre a Londra i veicoli a motore sono 3 milioni 10 mila e gli abitanti 7 milioni e mezzo, con un rapporto di 398 ogni 1.000? Parigi e Barcellona stanno un po’ peggio di Londra, ma nella capitale francese il rapporto è di 415 su 1.000, e nel capoluogo catalano di 621 su 1.000. Perché? Non è conveniente introdurre un racconto sparando cifre. E neanche ponendo domande. Ma quelle cifre e quelle domande contengono un problema. Più macchine ci sono in giro, meno si va in giro. La ragion d’essere di una macchina sta nel facilitare la mobilità. Ma troppe macchine sono l’antitesi della mobilità. E la mobilità è il presupposto dell’accessibilità, che a sua volta consente di esercitare degnamente il diritto alla città. Inoltre troppe macchine inquinano insopportabilmente l’aria. Se parcheggiate ostacolano la viabilità, se parcheggiate male la ostruiscono in un crescendo di illegalità che la Polizia municipale ha rinunciato a perseguire. Troppe macchine sono causa di incidenti, anche mortali (un altro po’ di numeri: 19.960 gli incidenti a Roma ogni anno, 23.210 a Londra, con una popolazione quasi tre volte superiore; 201 i morti a Roma, 222 a Londra). Se questi sono solo alcuni dei problemi e altri li vedremo in seguito, diventa ancora più incisivo domandarsi perché tutto ciò accada. Perché questi dati crescono costantemente nel tempo e non si vedono indicazioni che vadano in senso contrario. E perché il problema traffico viene affidato a una gestione emergenziale, che con tutta evidenza ha prodotto assai poco e che, dopo sette anni di proroghe, il governo Monti nel gennaio 2013 ha nuovamente prorogato con il consenso di centrodestra e centrosinistra.

Alle domande sul numero di macchine che circolano a Roma, se ne incrociano altre, apparentemente disomogenee, ma che pure dimorano nello stesso spazio e hanno a che fare con il modo in cui questo spazio si organizza. A Roma si sono costruite nel primo decennio del Duemila moltissime case. 8.598 alloggi nel 2003, 11.056 nel 2004, 14.889 nel 2005, 8.433 nel 2006 e 8.919 nel 2007. In cinque anni si sono completati quasi 52 mila alloggi, 10 mila ogni anno in media: Roma ha avuto un tasso di crescita dello stock edilizio dell’1,4 per cento, il doppio di quello di Milano (+0,7). Ci sono ragioni demografiche, di riorganizzazione dei nuclei familiari, ragioni produttive che giustifichino questi incrementi, che hanno poi rallentato il proprio ritmo, fin quasi ad arrestarlo fra la fine del decennio e l’inizio di quello successivo? E perché ancora tante persone non trovano una casa che possano permettersi e un numero sempre crescente di queste persone va a vivere fuori Roma, in provincia o addirittura in altre province e persino oltre i confini della regione, al punto che qualcuno, in onore a questi paradossi, sostiene che Roma cresca a Orte (sono 163 mila i romani che tra il 2003 e il 2010 hanno lasciato la città e si sono trasferiti nei comuni della provincia)?

Chi conosce non solo Roma, ma la letteratura su Roma, sa che il disagio abitativo non è un problema di oggi o dell’ultimo decennio. È uno degli aspetti strutturali di uno scadente diritto alla città. Si è scritto – è ormai acquisito – che una certa quota di fabbisogno inevaso è sempre funzionale al mantenimento di un livello accettabile dei prezzi delle case – accettabile per chi quelle case costruisce. Si è scritto che più case si costruiscono, più ce ne vorrebbero; lo si è scritto per Roma, ma anche per l’Italia intera. Quanta gente, fin dall’alba del Novecento, si è ammassata in baracche addossate alle Mura Aureliane? E poi si è costruita una casa in mattoncini di tufo senza intonaco lungo le vie consolari? E in quanti hanno popolato i borghetti fino a tutti gli anni Settanta del secolo scorso? Insolera e poi Giovanni Berlinguer e Piero Della Seta, autori di Borgate di Roma, fra i più illustri esponenti di quella letteratura sulla capitale prima richiamata, hanno calcolato che alla fine degli anni Settanta erano fra 800 e 830 mila i romani che vivevano in case abusive, costruite senza alcuna licenza, poi in qualche modo rientrate nella legalità. Una città come Palermo. Altre stime parlano di 10 mila ettari abusivi, poco meno del 20 per cento di tutto l’attuale edificato a Roma. Nel 1997, quando l’amministrazione Rutelli approva un importante documento urbanistico, la Variante di salvaguardia, gli insediamenti abusivi conteggiati a partire dal Piano regolatore del 1962 ammontavano a 204.

Le pagine su Roma, le immagini di Roma, sono piene di case che si tirano su e di gente che cerca casa. Ma perché si costruiscono o si progettano ancora oggi tante case se 250 mila restano a vario titolo vuote (secondo una stima di Legambiente; erano comunque 193 mila al censimento del 2001)? Perché a pochi mesi dalla chiusura della legislatura in Consiglio comunale l’amministrazione di Gianni Alemanno cercava di far approvare in tutta fretta 64 delibere, molte in variante al Piano regolatore approvato nel 2008 e tutte proponenti ulteriori espansioni edilizie per un totale stimato fra i venti e i trenta milioni di metri cubi? Perché si progettano bretelle autostradali, raddoppi di aeroporti, perché le società di calcio cittadine, appartenenti a potenti famiglie di costruttori o a fondi immobiliari esteri, immaginano nuovi stadi che costituiranno la piccola parte di insediamenti contenenti centri commerciali, alberghi e, ancora, case? E poi: le domande sulle macchine e quelle sulle case si tengono insieme, si incrociano in qualche punto del discorso? Forse perché quelle case le si va a sistemare fuori dalla città già edificata, che pure conserva molti spazi vuoti, essendo bassissima la sua densità abitativa? Forse perché, nonostante tante dichiarazioni solenni e formalmente codificate, i nuovi insediamenti sorgono lontano o lontanissimo da una fermata di metropolitana, di tram e persino di autobus?

E perché, come effetto non secondario, di questa frammentazione abitativa, si decide di sacrificare porzioni di campagna romana, “l’erme contrade” che Giacomo Leopardi racconta nella Ginestra e che irrorano la facoltà immaginativa di Montaigne, Montesquieu, Charles de Brosses, Goethe e che ancora nel Novecento offrono materiali a Ennio Flaiano, Elsa Morante, Pier Paolo Pasolini? Con la cultura non si mangia, disse un ministro della Repubblica, e tanto meno con la letteratura, ma con quel che l’agricoltura produce sì: e allora perché si lascia che quelle case, in gran numero restate invendute, minaccino le migliaia di aziende che l’agricoltura insistono a praticarla (Roma è ancora il comune o uno dei comuni più agricoli d’Italia) coltivando carciofi, innestando vigneti, allevando pecore e confezionando formaggi?

Le domande diventano perentorie. E, come in una struttura frattale, ne producono altre, che poi vanno a raggrupparsi. Fino a formare accorpamenti e gerarchie. E domande capofila, del tipo: chi decide che tutto ciò accada? Chi decide perché si costruisce, che cosa, per chi, come e dove? Chi stabilisce che un edificio, un’area di proprietà pubblica, un mercato rionale, con la scusa di ridurre il debito, finiscano in mano a un privato che ne fa quel che vuole ignorando ciò di cui ha bisogno la parte di città in cui quell’edificio, quell’area e quel mercato risiedono? Quali sono i soggetti, le forze, le aggregazioni sociali, economiche e politiche che definiscono gli assetti della città? E quanto costa ai cittadini romani, e non solo ai cittadini romani, una Roma così fatta, che ha un debito di oltre 9 miliardi, scarsissima liquidità, un bilancio sempre a rischio di censure dalla Corte dei Conti e che, per evitare l’indecenza, dichiara per acquisite anche le entrate presunte, come le multe?

Quanto spazio i temi urbanistici occupano nel dibattito politico? È possibile, per esempio, fare anche minimamente un raffronto con le polemiche aspre, le divisioni profonde, appassionate e culturalmente motivate che si agitarono negli anni Cinquanta, quando si scriveva il Piano regolatore della città? Che durata hanno i fenomeni che oggi investono Roma? Quand’è che Roma ha cominciato a farsi del male? Forse quando compì il vertiginoso salto da misero borgo papalino a capitale del Regno? Oppure quando il cardinale de Mérode acquistò i terreni sui quali avrebbe fatto costruire via Nazionale? Quando furono distrutte Villa Ludovisi e decine di altre ville patrizie sostituite da lottizzazioni? Quando fu stravolto il Piano regolatore del sindaco Ernesto Nathan? Quando furono inventate le borgate? La caccia alle origini del malessere di Roma è stata condotta e prosegue in sede storiografica con risultati a volte ottimi. Ma non è questa la sede per spingersi così lontano. Qui si può fissare, non tanto arbitrariamente, un punto nella storia secolare di Roma. Quel punto è l’articolo che Antonio Cederna pubblica su Il Mondo il 15 marzo 1955 e che il direttore del settimanale, Mario Pannunzio, intitola La macchia d’olio. Come una goccia d’olio che cade da un recipiente produce su una superficie una macchia la quale si espande in modo irregolare e si dilata in ogni direzione, così la città di Roma è cresciuta fin dagli anni successivi al 1870 allargandosi in tutti i punti cardinali e seguendo non la linea di marcia dettata da una corretta pianificazione, ma le forze di trascinamento delle proprietà fondiarie – la speculazione edilizia – le quali, chi a est, chi a ovest, chi a sud e chi a nord, spingono la città sui loro terreni.

Dal 1951, comunque, mescolando interventi di edilizia pubblica e privata, in proporzioni a tutto vantaggio di quest’ultima, la città si espande a un ritmo che non ha eguali nella propria storia. Vediamo qualche dato. Il Piano regolatore del 1931 dimensiona l’edificato di Roma, per i futuri 25 anni, in 14 mila ettari. Non è la fotografia dell’esistente, sono previsioni. Se anche le dessimo per acquisite nei decenni successivi, e non lo sono, queste previsioni fissano la città costruita entro un decimo del territorio comunale (che allora comprendeva anche Fiumicino). Va da sé che nei 14 mila ettari non sono compresi i numerosi “nuclei edilizi”, così li chiamavano, sparsi già allora nella campagna. Roma ha impiegato 2.500 anni per arrivare a quelle dimensioni. La grandissima parte dell’incremento avviene dopo Porta Pia e accompagna un ritmo di crescita demografica altrettanto imponente: 240 mila gli abitanti nel 1870, 691 mila nel 1921 (quasi triplicati), 1 milione 8 mila nel 1931, 1 milione 415 mila nel 1941, 1 milione 651 mila nel 1951. In ottant’anni la popolazione aumenta di 6,7 volte.

Nel 2010, stando alle previsioni del Piano regolatore approvato nel 2008, l’area urbanizzata raggiunge i 60 mila ettari. In sessant’anni la superficie del costruito è aumentata di 4,5 volte (sempre che sia corretto il dimensionamento a 14 mila ettari fra 1931 e 1951). E la popolazione? Il censimento del 2011 indica che i romani residenti sono 2 milioni 760 mila, 1 milione e 100 mila più del 1951 (grosso modo 0,7 volte), ma appena 210 mila più del 2001 e praticamente gli stessi del 1991 e del 1971. Da quarant’anni, con lievi oscillazioni, Roma è demograficamente stabilizzata. Inoltre, a conferma di quanto si diceva prima, a proposito di Roma che cresce a Orte, mentre dal 2001 al 2011 la capitale conta un +8,4 per cento di residenti, la provincia di Roma si ingrossa di un +13,3. C’è dunque sproporzione fra il ritmo di crescita dei romani e quello di Roma, considerando anche l’aumento del numero delle famiglie e segnalando che l’incremento di residenti è soprattutto prodotto dagli immigrati. Le case invendute sono uno degli effetti di queste sproporzioni. Sono contemporaneamente il prodotto di un boom edilizio e il referto di una crisi drammatica.

Il costruito è tanto, troppo, ed è andato per ogni dove anche dopo l’inizio del millennio. Perché? È frutto di intenzioni speculative o di un disegno, di un’idea della città? E qual è il vantaggio che resta alla città e ai romani, vantaggio in termini di benessere economico e di benessere e basta? Quando Cederna coglie con la metafora della macchia d’olio la forma che prende la crescita di Roma, quella crescita è in atto già da decenni. L’articolo su Il Mondo viene riprodotto in I vandali in casa, pubblicato da Laterza nel 1956. L’espressione “macchia d’olio” diventa proverbiale. Il libro di Cederna può leggerlo chiunque abbia responsabilità amministrative da allora in poi: lo hanno letto? Ne hanno tratto qualche istruzione per mettere mano al governo della città? Roma che si espande come si espande una macchia d’olio è una città che si fa del male o del bene? Nessun sistema di trasporto supporta in modo minimamente adeguato questo sviluppo e se fosse adeguato sarebbe insopportabile finanziariamente, una condizione già in atto se si osservano i disastrosi bilanci dell’Atac e il debito che affligge il Comune. Nascono quartieri inospitali che hanno scarsi punti di raccordo fra loro e con il centro della città. Roma è una metropoli che esclude. La letteratura su questi fenomeni è abbondante. Riprendiamo Roma moderna, laddove Insolera fa il resoconto delle ville distrutte dopo il 1870. Molte di queste ville, annota, si sarebbero salvate se solo si fossero applicate le prescrizioni contenute nel Piano regolatore del 1883. «Ma i Piani regolatori a Roma sembrano essere sempre esistiti per dividere le opere in due categorie: quelle dentro al Piano e quelle fuori. Realizzabili poi tutte quante, indifferentemente e quasi sempre prima e più facilmente quelle fuori».

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