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23M 2019: una marcia rivoluzionaria

23M 2019: una marcia rivoluzionaria
Il 23 marzo 2019 anche eddyburg si unisce alle migliaia di persone che scenderanno in strada per le vie e le piazze di Roma in una grande Marcia per il clima, contro le grandi opere inutili e per una giustizia ambientale. Ancora una volta sono i movimenti, i comitati, gli abitanti a rivendicare le ragioni per una rivoluzione del sistema, del modello di sviluppo in assenza di una sintesi politica capace di cogliere la svolta radicale necessaria per coniugare la salute, il benessere sociale, la salvaguardia del nostro pianeta terra e delle specie che lo abitano e i diritti umani. (i.b)

INVERTIRE LA ROTTA

FARE SPAZIO ALLE ATTIVITA CULTURALI

VENEZIA

DAI MEDIA

lunedì 4 marzo 2013

Riprendiamoci la città

In un libro di Roberto Della Seta ed Edoardo Zanchini, "La sinistra e la città",  un utile contributo alla riflessione sul cuore antico di un possibile futuro. “Città e città”, blog de l’Unità on line, 1 marzo 2013 

C’è chi dice: territorio bene comune. Paesaggio, centri storici, edilizia dignitosa, diritto all’abitare, ambiente e trasporti “fanno” la qualità delle città italiane. Dopo anni di deregulation selvaggia – complice buona parte della classe dirigente italiana – è il momento di invertire rotta. Lo suggerisce il libro di Roberto Della Seta e Edoardo Zanchini La sinistra e la città. Dalle lotte contro il sacco urbanistico ai patti con il partito del cemento (Donzelli, gennaio 2013, pp. 97, 16 euro). Che rimette a fuoco parole e idee dimenticate. L’urbanistica, ad esempio: se negli anni 50 è stata il cuore dello scontro politico, oggi sembra solo il campo di battaglia di corruzione e tangenti. Di semplificazione in semplificazione, l’idea della pianificazione sembra un inutile orpello se non addirittura il mezzo attraverso cui far passare le mazzette. Invece no: scardinati i piani regolatori, consentiti abusivismi e speculazioni, le tangenti hanno ripreso a correre più vispe che mai. E per forza, nascono dall’abitudine “di tanti che amministrano l’urbanistica a vedere le proprie scelte come il frutto obbligato ed esclusivo di trattative opache, quasi segrete, con i grandi interessi privati”.

Non è una deriva inesorabile. Tra i protagonisti della battaglia contro le speculazioni su Roma (prima attrice l’Immobiliare del Vaticano) fu Aldo Natoli, allora autorevole dirigente del Pci, in alleanza con i migliori uomini dell’azionismo, capaci di raccogliere l’eredità culturale di Leonardo Borgese: Antonio Cederna e Leone Cattani, Adriano Olivetti e Antonio Iannello, Elena Croce e Umberto Zanotti Bianco, Pietro Bucalossi e Giuseppe Galasso. A rileggere oggi il Sacco di Roma di Natoli, compaiono tutti i protagonisti delle speculazioni fino al nostro secolo, dall’arroganza dei costruttori alla centralità delle banche, all’impudenza degli speculatori fondiari. Perché lì, nell’uso del suolo, è il problema, e mica solo a Roma. In quelle battaglie – che ebbero gran eco nella base del Pci ma non furono troppo apprezzate ai suoi vertici – c’erano tutti gli elementi per una moderna visione urbana. Il diritto alla casa, che allora portava in piazza masse di esclusi, oggi rintanati nei ghetti o nel sovraffollamento indecoroso. La proprietà dei suoli e la commistione tra proprietà fondiaria e costruttori che indirizza il costruire, e non certo nell’interesse comune. La morsa delle banche, il cui protagonismo era ieri diretto e oggi agisce con la finanziarizzazione dell’edilizia. Ultimo, ma non per importanza, lo sfruttamento selvaggio nei cantieri, anche se oggi ha cambiato nazionalità: ieri erano edili gli immigrati dal sud d’Italia, oggi vengono dal sud del mondo.

L’opposizione, allora, vinse alcune battaglie: lo sventramento del cuore di Roma, la salvaguardia del verde. Fu invece sconfitta l’”illusione riformista” che ebbe a protagonisti i ministri Sullo, Mancini, Bucalossi e poi anche Galasso. Clamorosa quella di Sullo, che proponeva ai comuni l’esproprio di tutte le aree edificabili e la messa all’asta una volta eseguite le urbanizzazioni primarie, consegnando così alla mano pubblica la decisione di dove e cosa costruire. Una campagna violenta, intollerante e omofoba fece uscire di scena lui e una legge moderna e civile. Tra le altre leggi innovative dell’epoca – alla cui stesura contribuirono persone come Vezio De Lucia, Fabrizio Giovenale, Antonio Iannello, Edoardo Salzano – purtroppo disinnescate, la Bucalossi (che separava nettamente il diritto alla proprietà da quello a costruire), la legge sulla casa e quella sull’esproprio delle aree per l’edilizia popolare.

Poi la rottura. La questione dell’abusivismo, cavalcata da una parte del Pci (Lucio Libertini e il sindaco di Vittoria) e avversata da un’altra, capeggiata da Piero Della Seta. Segnale, scrivono gli autori, di una transizione postideologica: tanto più si indeboliva il “valore della propria diversità non solo politico e ideologica ma etica, tanto più si andava strutturando un rapporto più pragmatico e spregiudicato con la società e l’economia: un rapporto nel quale assumevano uno spazio e un peso crescenti legami di scambio politico-elettorali con gli interessi sociali ed economici, fossero gli abusivi siciliani o i poteri economici coinvolti nel business immobiliare”. Difficile non ricordare, appunto, la Fiat Fondiaria, a Firenze.

E oggi? Oggi che la deregulation è cosa fatta, grazie agli anni berlusconiani ma anche agli errori del campo riformista, le città restano preda di contraddizioni evidenti: l’eredità dei condoni, un forte bisogno di abitazioni popolari, un forte stock di case invendute, lo sgonfiamento della bolla immobiliare. In più, la sciagurata abolizione dell’obbligo di reinvestire i proventi delle concessioni edilizie in urbanizzazioni ha spinto i comuni, nell’era dei tagli generalizzati, a usarle per far cassa, con ulteriore e evitabile consumo di territorio. A Roma si fa il peggio destinando all’housing sociale addirittura le aree agricole, e finanziando con un’ulteriore pioggia di cemento le metropolitane.

Non si tratta solo di ordine urbanistico. La questione è di giustizia, se non si vuole escludere in ghetti insicuri e precari una buona fetta di società. Ecco le proposte di Della Seta e Zanchini: fare delle città cantieri di riqualificazione, spezzare il legame identitario tra oligopolisti delle aree e autori della trasformazione. Mettere in sicurezza idrogeologica e antisismica il territorio, con al centro di ogni trasformazione la qualità architettonica e l’efficienza energetica. Prendere in mano le orrende periferie di questi anni, ristrutturandone servizi e trasporti pubblici. Ripensare al valore della bellezza. Basterà?

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