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giovedì 28 marzo 2013

Le meraviglie di New York e i limiti del grande progetto urbano

Come ha ben intuito da anni chiunque si oppone all'appiattimento implicito in certe idee di città moderna, spazi fisici e virtuali autoritari sono da respingere. Financial Times, 27 marzo 2013 (f.b.)

Titolo originale: New York’s wonder shows planners’ limits – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

I lettori di questo giornale in visita a New York di solito girano in centro, fanno compere, si spingono fino a Wall Street, in macchina o in metropolitana. Quando ho un po' di tempo in più, io vagabondo in tutta quell'area senza una destinazione particolare. Greenwich Village, Chelsea, la Bowery e il Lower East Side sono ricche di architetture curiose, negozi particolari, bar affascinanti, strati su strati di storia sociale americana. Non scopro certo nulla di particolare, niente che vada oltre quanto osservato brillantemente cinquant'anni fa da Jane Jacobs nel suo La Vita e la Morte delle Grandi Città. Un libro nato dalla battaglia contro Robert Moses, responsabile statale e cittadino delle grandi opere che voleva costruire anche una Lower Manhattan Expressway, superstrada sopraelevata che portasse gli automobilisti direttamente da Queens al New Jersey attraverso il ponte di Williamsburg e l'Holland Tunnel. Distruggendo nel suo passaggio interi quartieri e la loro storia.

La Jacobs raccontava, attraverso meticolose osservazioni, come la vita delle città fosse il prodotto di una serie di interazioni sociali difficili da programmare. Vivere in un ambiente denso, lungi da rappresentare un male, era invece fonte di vitalità. Vie brevi, articolate su parecchi isolati, consentivano ad abitanti e passanti di imboccare vari percorsi, fare varie esperienze. La Jacobs spiegava anche perché le città fortemente progettate di tutto il mondo, come Canberra, Brasilia, Chandigarh o anche la città giardino di Letchworth, sono tanto monotone. E i suoi lettori capivano come tutte le superstrade realizzate da Moses avessero fortemente minato la vitalità dei quartieri periferici di New York.

La battaglia fu vinta: l'idea della Lower Manhattan Expressway venne abbandonata. Ma si vinse anche una assai più importante guerra, quando Moses, probabilmente la persona più potente a New York per mezzo secolo, alla fine fu destituito nel 1968. Le ruspe che avevano abbattuto la Penn Station si fermarono davanti alla Grand Central, e gli effetti non si limitarono ad una sola città. Nell'arco di un decennio, finiva tutta l'epoca del predominio di certa architettura modernista. I progetti urbani si fecero più modesti, e da attuarsi in modo incrementale.

Se le interazioni sociali impreviste stanno alla base di una città vitale, stanno anche alla base di organizzazioni altrettanto vitali. Non credo proprio che Marissa Mayer di Yahoo abbia mai conosciuto Jane Jacobs, e probabilmente questa alta dirigente di impresa tecnologica avrebbe avuto poco da dirsi con la militante di quartiere. Ma esistono comunque evidenti analogie fra la decisione di Yahoo di abbandonare le strategie di telelavoro, e il rifiuto della Jacobs di certa piatta progettazione urbana.

Anche gli entusiasti delle strutture virtuali, così come i progettisti della città razionalista, vorrebbero imporre una certa forma organizzativa a sistemi complessi che riescono a comprendere solo in parte. Il telelavoro, è l'equivalente cyber-spaziale di uno schematico corridoio di uffici, ciascuno con la porta chiusa. Oggi gli architetti che progettano uffici hanno abbandonato questa idea di corridoio, per ambienti aperti in cui le relazioni non hanno bisogno di passare per l'apertura di una porta, né per una telefonata o email. “Comunicazione e collaborazione sono importanti dobbiamo lavorare fianco a fianco” spiega una circolare interna di Yahoo, che potrebbe anche essere stata scritta dalla Jacobs.

La Jacobs suscitava le ire degli urbanisti di allora, convinti che dai loro progetti potesse nascere un mondo razionale, popolato da quelle facce sorridenti che si vedono nei disegni degli architetti. Anche Yahoo si attirerà critiche del genere da parte dei tecnofili, quelli che hanno difficoltà a distinguere tra un'amicizia via Facebook e il contatto fisico. Gente come Ray Kurzweil, quello che ha inventato il riconoscimento ottico del carattere e il passaggio dalla voce al testo scritto. Il suo ultimo libro, How to Create a Mind, ha come sottotitolo la promessa decisamente poco modesta di “rivelare i segreti del pensiero umano. Kurzweil sostiene che questo pensiero sia basato su un numero di schemi definito e riconoscibile. Ne segue che le macchine potranno – e abbastanza presto, esattamente nel 2029 – sostituirsi all'intelligenza umana. Basta avere sottomano una specie di grossa enciclopedia di schemi di funzionamento.

Anche gli urbanisti modernisti erano convinti di poter elencare tutte le funzioni di una città, e organizzarle ciascuna per spazi definiti. Allo stesso modo di Robert Moses, oggi Kurzweil certamente capisce una parte del pensiero umano e delle esigenze contemporanee, ma non basta. La prospettiva scelta da Jane Jacobs era molto più sottile e sfumata sui comportamenti quotidiani. E basta una passeggiata per le zone di Manhattan dove abitava e che tanto amava, per capire quanto poco corrispondano a certe idee dei programmatori, di ieri come di oggi.
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