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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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domenica 31 marzo 2013

Intervista per "il pianeta degli urbanisti"

Un contributo molto rapido al  libro  di Enzo Scandurra e Giovanni Attili, Il pianeta degli urbanisti,  che sarà presentato a Roma, via Eudossiana 18 (San Pietro in vincoli),  l'11 aprile h.15,30,  da Antonello Sotgia, Angela  Barbanente, Paolo Berdini, Dino Borri e Bernardo Rossi Doria


Enzo Scandurra e Giovanni Attili, "il pianeta degli urbanisti (e dintorni),  con interventi di Angela Barbanente, Paolo Berdini, Dino Borri, Matilde Callari Galli, Giuseppe Campos Venuti, Pierluigi Crosta, Vezio De Lucia, Franco Farinelli, John Friedmann, Francesco Indovina, Alberto Magnaghi, Anna Marson, Luigi Mazza, Giancarlo Paba, Libby Porter, Bernardo Rossi Doria, Edoardo Salzano, Leonie Sandercock, Tiziana Villani,  editrice Derive e approdi, Roma 2013, 224p. , 17 €


Edoardo Salzano. 
Il legame tra urbs, civitas e polis è strettissimo e il mestiere dell’urbanista sta nel costituire il rapporto tra polis e civitas con la realtà fisica e funzionale del territorio. In assenza di società e politica però è difficile che possa realizzarsi.

Quali sono i principali cambiamenti che stanno investendo le città e i territori?

I fenomeni più evidenti del cambiamento visti su grande scala riguardano da una parte la costruzione di una infrastruttura globale, come è stata definita da Saskia Sassen, dall’altra il proliferare di slum e città. Credo sia importante mettere in relazione le trasformazioni dell’insediamento umano sul territorio con le trasformazioni sociali; da questo punto di vista i tre strati – l’elite che comanda, lo strato funzionale che serve, e il resto, cioè la povertà – corrispondono all’organizzazione del territorio come essa si sta configurando, ossia un’ameba di città: una città diffusa e sparpagliata, con accanto crescenti sacche di miseria più che di povertà.

Non so quanto questo fenomeno sia già visibile in Italia. Sicuramente evidente è ciò che Walter Tocci descrive benissimo nel suo saggio sul trionfo della rendita del territorio, quest’ultimo diventato talmente merce di carta da non contare più per quello che costruisci ma per il valore che riesci a incrementare. Rispetto all’epoca della nostra formazione è cambiata l’idea del territorio e del suo uso: il territorio è diventato la città della rendita mentre la città dei cittadini e del welfare è scomparsa, ridotta a un ruolo marginale. In mezzo l’unico elemento positivo che vedo è la traduzione del disagio provocato da questo sviluppo in protesta, ossia nei movimenti e nei comitati contro questa realtà magmatica e incerta.

Di fronte a questi cambiamenti l’urbanistica è in grado di costruire risposte adeguate o rischia di rimanere intrappolata in modelli concettuali incapaci di intercettare la complessità del contemporaneo?

Il mestiere dell’urbanista è in grado di fare una cosa che gli altri saperi non riescono a fare altrettanto bene, cioè cogliere l’insieme delle cose che trasformano il territorio. In altre parole ciò che contraddistingue o dovrebbe contraddistinguere l’urbanistica è la capacità di avere una visione olistica basata sulla sistemicità del territorio. Questo è il suo contributo principale. Ne consegue che l’urbanistica può diventare un mestiere utile nel momento in cui esiste un progetto di società al quale può fare aderire un progetto di città o di territorio. Nel momento in cui questo viene meno, l’urbanistica diventa quello che è oggi.

Si hanno tre modi di fare l’urbanista: si può studiare, cercare di capire e vedere come e in cosa si può trasformare un territorio, intrecciando diversi saperi e passando inevitabilmente dalla professione alla politica, allo studio della società, all’economia, all’antropologia e alla filosofia; ci si può prestare a facilitatore aiutando i devastanti processi in atto o tentando di salvare quel che rimane della città del welfare; si può fare dell’urbanistica regolativa, ossia richiamare al rispetto delle regole per intervenire in una situazione di conflitto in cui il grosso antagonista è rappresentato dall’appropriazione privata della rendita e dal potere della proprietà.

Quali sono i motivi della progressiva perdita di senso della città e del sempre più significativo degrado territoriale?

Direi sono due: da un lato assistiamo alla rottura dell’equilibrio tra individuale e collettivo, tra personale e comune, tra privato e pubblico: nient’altro che l’espressione della linea politica Craxi-Berlusconi, un processo molto lungo iniziato tanto tempo fa e arrivato adesso allo spasmo e alle sue manifestazioni più devastanti. Dall’altro lato queste nuove mentalità, linguaggio comune e pratiche correnti trasformano il territorio da luogo dove gli uomini devono vivere a luogo che serve ad acquisire e ad aumentare ricchezze e poteri personali.

In tutto questo gioco che ruolo e quali responsabilità rivestono certi approcci urbanistici?

Esistono i cosiddetti perequatori che considerano il territorio come una macchina per fare quattrini e di conseguenza si organizzano per la condivisione di questi fra i proprietari. Poi ci sono gli utilizzatori in termini neoliberisti della città, come illustrato da Stefano Moroni in un libro in cui spiega come i poveri abbiano il sussidio ma non i diritti. Spetta dunque a ogni urbanista scegliere dove mettersi. Secondo me, in coerenza con la migliore tradizione urbanistica, bisogna mettere il proprio sapere a disposizione di chi combatte contro questo sistema, perché se è dal disagio che nasce la protesta, questa spesso non ha gli strumenti per esprimersi né per capire il perché: tutta l’informazione sia in mano ad altri.  Se non fosse per il fatto che rappresentano potenzialmente una scuola di opposizione, alcune forme di partecipazione mi fanno ridere: se non è guidato o aiutato nella comprensione, come può il cittadino qualunque contrastare i funzionari comunali, le società immobiliari o coloro che intervengono sul territorio? Mancando loro gli strumenti di conoscenza, l’unica cosa seria che nell’ambito della migliore tradizione urbanistica si può fare è lavorare in questa direzione.

Come è possibile sovvertire questa tendenza? È necessario abbracciare un modello di sviluppo capitalistico fatto di speculazioni immobiliari per riformarlo dall’interno oppure esistono strade differenti ancora percorribili?

Strade differenti dalle secondanon ne vedo. C’è chi si sforza, ma sinceramente sono molto pessimista.

La domanda viene da sé: cosa è l’urbanistica? Chi è e cosa fa un urbanista? Quali sono le sue competenze e prerogative?

Se operi in una realtà in cui la società e la politica sono presenti, riesci pure a utilizzare le pratiche e le tecniche accumulate nella tradizione professionale. In questo caso si tratta solo di capire e di interpretare gli strumenti a seconda del modello e del sistema dei princìpi che decidi di assumere. Faccio un esempio: puoi assumere gli standard come un modello di progettazione oppure come una serie di diritti. E ancora: il calcolo del fabbisogno è uno strumento completamente abbandonato che può servire solo se ci si pone l’obiettivo di non utilizzare più territorio di quello che è strettamente necessario all’utilità sociale.

Gli strumenti vanno sempre interpretati in relazione a un sistema di principi. Il legame tra urbs, civitas e polis è strettissimo e il mestiere dell’urbanista sta nel costituire il rapporto tra polis e civitas con la realtà fisica e funzionale del territorio. In assenza di società e politica però è difficile che possa realizzarsi. Quando la democrazia rappresentativa funzionava sulla base della grande mediazione tra società e politica operata dai partiti, era semplice fare l’urbanista. Oggi che questo canale si è spezzato, e che la crisi della democrazia non ha ancora individuato un’altra forma sufficiente, l’urbanista è sperduto, non trova punti di riferimento se non nel mercato, nel movimento o nel ricordo.

Secondo lei l’urbanista svolge un ruolo tecnico o politico? In che modo queste due componenti si combinano? Come è possibile evitare all’urbanista di diventare sempre più un semplice esecutore tecnico di decisioni prese altrove e di disegni pensati da altri?

Non chiederei troppo all’urbanista; prima di essere tale è pur sempre un uomo che vive in una determinata società con un determinato sistema di valori e di princìpi, che possono essere quelli correnti o controcorrente, dell’ideologia dominante o della controideologia. Vale per tutti, non solo per gli urbanisti. Il problema vero è che sono riusciti a cambiare le teste: un buon cittadino. Un buon urbanista, un buon medico, un buon avvocato è chi riesce a conservare uno spirito critico e a farsi guidare da princìpi e valori che non sono quelli correnti.

Per gli urbanisti vale il discorso che può essere fatto, ad esempio, per i medici: il discrimine è in che modo intendono il Servizio sanitario nazionale, se lo difendono o no con la loro azione, c’è chi lavora a metà tra pubblico e privato per arrangiarsi ed è un comportamento ammissibile solo se si mantiene salvo il nucleo del pensiero critico. Mi viene in mente invece una citazione di Ugo Foscolo, quando ricorda il Machiavelli come colui che: «sfrondando lo scettro ai reggitori gli allor ne sfronda e alle genti mostra di che lacrime e che sangue». Detto fuor di metafora: l’urbanista deve spiegare al maggior numero di persone possibili le conseguenze che le scelte sul territorio provocano sugli interessi che lui difende, ossia quelli collettivi.  È questo il suo ruolo: dimostrare le conseguenze mantenendo fede a princìpi che non sono solo della professione ma dell’uomo, ossia l’interesse generale da anteporre a quello individuale, in base ai quali le persone dovrebbero pensare e vivere.

In merito al rapporto con la committenza, quali vincoli impone quest’ultima? Esistono spazi di libertà e/o di responsabilità che l’urbanista può e deve esercitare?

Bisogna valutare in cosa consiste il mandato della committenza. Se questo prevede, ad esempio, un progetto con una quantità di metri cubi che consentirebbero delle soluzioni accettabili, ci si può stare. Se al contrario i metri cubi sono troppi o collocati in un posto non adatto a quella trasformazione, o destinati a funzioni non socialmente utili allora il mandato è inaccettabile. Mi chiedo quanti urbanisti hanno rassegnato le proprie dimissioni per rimanere coerenti con i propri princìpi. Io non credo nell’urbanista migliorista, dipende tutto dal mandato che si riceve e se ti permette di conservare i tuoi princìpi o no.

Quindi un urbanista dovrebbe lavorare solo con amministrazioni o una committenza con cui condivide dei valori?

Assolutamente sì.

Oggi non è semplice. Cosa ci dice invece della committenza dal basso?

È più facile, perché questi committenti sono le vittime del disagio urbano e chiedono aiuto per comprendere se può esserci, e come può essere, e come può essere progettata costruita e gestita un città diversa. Sono persone che esprimono la rivendicazione di un «diritto alla città» che può trovare la sua espressione e la sua immagine nella «città come bene comune». È in direzione di questi “committenti”, vittime ribelli del disagio urbano che occorre uno sforzo di educazione; occorre far comprendere la necessità del passaggio dal nimby al locale e dal locale al globale. La connessione tra i vari livelli territoriali, tra le varie scale, dovrebbe far parte del dna di ogni urbanista, ma non appartiene all’esperienza immediata di ogni persona.

Sono lieto che abbia riscoperto l’essenzialità di una visione «multiscalare» della realtà un grande studioso marxista della condizione urbana come David Harvey, nel suo recente Rebel cities. Non è un passaggio immediato quello dal piccolo al grande, dal locale al generale, dallo specifico al generale, richiede un lavoro non facile. Tanto più che le teste sono state plasmate dall’ideologia dominante, che ha cancellato la dimensione del «noi» e appiattito l’uomo, le sue aspirazioni e speranze sull’«io». Occorre un grande lavoro per far comprendere il carattere intersettoriale e multiscalare dei problemi e delle loro cause e soluzioni. Così come occorre far comprendere, ai gruppi e alle reti della cittadinanza attiva, la necessità dell’organizzazione, della durata dell’azione, della inefficacia di una democrazia appiattita sulla dimensione orizzontale della democrazia diretta.

In altre parole, bisogna soprattutto riconquistare la politica: non quella che denunciamo oggi nella sua attuale configurazione, ma quella espressa nelle parole della Scuola di Barbiana: fare politica è scoprire che, se un problema è comune, lo si può affrontare solo lavorando insieme; questo è fare politica. Passare dall’«io» al «noi». Partire dai luoghi nei quali si manifestano problemi che sono comuni a coloro che li abitano, a coloro che condividono una condizione, un disagio, e che intendono cercare di superarli insieme.

Esiste un ruolo per l’urbanista nei confronti delle pratiche territoriali costruite dal basso e che sono capaci di produrre localmente beni pubblici?

Pensiamo ad esempio al referendum dell’acqua, germe di una pratica di contestazione. Continuamente sento amici che se ne occupano e che tirano in campo l’urbanistica e la pianificazione. Mi chiedono di spiegare come si possono risparmiare i fiumi, cosa dicono i piani per la cementificazione, come si può intervenire per modificarli, in che modo difenderli se sono positivi, quante e quali connessioni legano la cultura al territorio. Il modo in cui il servizio scolastico è organizzato sul territorio, ad esempio, conta ai fini della sua efficacia; dall’uso delle ex caserme, se per la rendita o come spazi comuni, dipende l’efficacia della vita collettiva. Qui l’urbanistica può aiutare, si tratta anche di essere umili, cioè di capire quanto le nostre idee generali valgano su quelle di qualunque altro cittadino e quanto il sapere che mettiamo a disposizione può legarsi a certi contenuti, se può essere utile e al limite indispensabile.
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