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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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venerdì 1 marzo 2013

Grandi opere, affari e corruzione: dal Mose all'Expo

«È finito in manette uno dei “padroni del Veneto”, il presidente della Mantovani Spa, asso pigliatutto delle costruzioni venete e in generale pubbliche, in project financing e non, socio principale del Consorzio Venezia Nuova impegnato nei lavori per il Mose». A chi dava i soldi? La Nuova Venezia, 1 marzo 2013

Baita finisce in manette scoperti i fondi neri 
di Giorgio Cecchetti 

È finito in manette uno dei “padroni del Veneto”, l’imprenditore veneziano Piergiorgio Baita, 64enne presidente della Mantovani Spa, asso pigliatutto delle costruzioni venete soprattutto regionali e in generale pubbliche, in project financing e non, e la principale del Consorzio Venezia Nuova impegnato nei lavori per il Mose. Con lui sono stati arrestati dai finanzieri dei Nuclei di Polizia tributaria di Venezia e Padova Claudia Minutillo (49 anni), nella sua lunga carriera segretaria di numerosi esponenti politici del Pdl, da Giancarlo Galan a Paolo Bonazza Buora, e ora trasformatasi in manager tanto da divenire amministratore delegato di “Adria Infrastrutture spa”; William Colombelli, 49enne titolare di una società di San Marino che si faceva passare per console onorario della Repubblica del Monte Titano, e Nicolò Buson (padovano di 56 anni), responsabile amministrativo della «Mantovani». Tutti sono accusati di associazione a delinquere e di concorso in frode fiscale. Baita, rinchiuso ora nel carcere di Belluno, è stato arrestato nella sua abitazione di Mogliano, mentre Minutillo era a Mestre ed è stata accompagnata nel carcere femminile della Giudecca, così Buson che è stato bloccato a Padova e accompagnato al Santa Bona di Treviso, infine Colombelli è finito in manette a Santa Margherita Ligure, dove risiede abitualmente ed è finito nel carcere di Genova. Due le direzioni dalle quali gli investigatori, coordinati dal pubblico ministero veneziano Stefano Ancilotto, sono arrivati alla «Business Merchant consulting (Bmc) Broher srl» di San Marino di Colombelli: il Nucleo di Polizia tributaria di Padova attraverso una verifica fiscale negli uffici amministrativi della “Mantovani”, che sono nella città del Santo, e il Nucleo di Polizia tributaria di Venezia a partire dall’indagine che hanno portato due anni fa all’arresto dei due dirigenti dell’ufficio Edilizia della Provincia e da quella dell’anno scorso nell’ambito della quale è finito in manette l’amministratore delegato della società Autostrade Venezia-Padova Lino Brentan. I finanzieri avrebbero accertato che, a partire del 2005, la Bmc Broker avrebbe emesso fatture false per dieci milioni di euro, di cui otto a favore della «Mantovani» di Baita e altri due a favore della «Adria Infrastrutture» della Minutillo. Secondo quelle fatture fasulle, la società di Colombelli avrebbe svolto attività tecniche che in realtà avevano già svolte altre aziende pagate regolarmente e che avevano rilasciato fattura, questa sì vera. Ad esempio, la Bmc Broker avrebbe svolto ricerche di mercato, studi su possibili inserzioni pubblicitarie, addirittura ricerche sulla consistenza che dovevano avere le paratie del Mose, ricerca di partner commerciali. Consulenze pagate profumatamente: fatture false da 500 mila euro, addirittura di un milione che venivano poi pagate tramite bonifico bancario su conti correnti sanmarinesi e, a stretto giro, quei soldi venivano prelevati in contanti per la quasi totalità (escluso il corrispettivo che veniva trattenuto per la commissione) da Colombelli o da suoi incaricati. Denaro che sarebbe poi stato riconsegnato a Baita e a Minutillo, in Italia e in Svizzera. In questo modo «Mantovani» e «Adria Infrastrutture» avrebbero costituito veri e propri fondi neri per circa 10 milioni di euro. Solitamente attraverso le risorse clandestine le imprese pagano tangenti ai pubblici amministratori e gli inquirenti veneziani stanno compiendo accertamenti su questo punto. Il giudice veneziano Alberto Scaramuzza ha disposto anche sequestri di beni mobili e immobili per 8 milioni di euro e i finanziari hanno sequestrato a Baita due conti correnti e cinque appartamenti (a Mogliano, a Treviso, a Venezia e a Lignano); a Colombelli un conto corrente, una villa sul lago di Como e due barche (una di 14 metri ormeggiata a Portofino e l’altra di sei metri sul lago, sotto casa); a Minutillo due appartamenti, uno a Mestre, l’altro a Jesolo; a Buson un appartamento a Padova. Nella conferenza stampa il procuratore della Repubblica Luigi Delpino ha voluto sottolineare l’importante collaborazione internazionale fornita dall’autorità giudiziaria e di polizia sia della Repubblica di San Marino, un tempo considerato un paradiso fiscale, e della Svizzera. «È stata una collaborazione essenziale» ha detto il magistrato. A coordinare le indagini i colonnelli della Guardia di finanza Renzo Nisi e Giovanni Parascandolo.


La resistibile ascesa di Baita Da Tangentopoli al Mose 
di Renzo Mazzaro 

Garante del patto tra il democristiano Bernini e il socialista De Michelis negli Anni Novanta poi ingegnere del “sistema maxi opere”. «Gli appalti non piovono, deve proporli l’impresa»

La battuta che gira è che nel 1992 Baita si salvò parlando: se parla oggi, altro che Grillo, viene giù il soffitto. Ma cosa potrebbe dire oggi l’ingegner Piergiorgio Baita di così grave che non si sappia già, almeno nelle linee generali se non proprio nei dettagli? Il sistema dei lavori pubblici nel Veneto e delle grandi opere costruite con i soldi dei privati che poi si fanno rimborsare dagli enti pubblici, è ampiamente noto e descritto, con nomi e cognomi, da anni, in centinaia di articoli di giornale. Non c’è niente di misterioso, è tutto alla luce del sole: vincono sempre i soliti. Sono i più bravi, i più fortunati e i più ammanicati, fate voi in che ordine. Vincono quando ci sono le gare e anche quando non ci sono. Vincono perfino quando fanno offerte più alte dei concorrenti. Il sistema è arrivato al punto che la decisione di costruire un ospedale o un’autostrada è stata delegata ai privati: la Regione Veneto che dovrebbe stare all’inizio del processo programmatorio arriva in coda a prenderne atto. Da notare che non siamo in regime di monopolio: le imprese sono tante ma poche si accaparrano i grossi lavori, tutte le altre fanno la coda per elemosinare un sub-appalto. Alle condizioni imposte. Prendere o morire. E questo alimenta un clima di veleni. È una situazione illegale? Sono «vestitini cuciti su misura» del tipo di quelli realizzati in Lombardia per l’amico di Roberto Formigoni, quel Pierangelo Daccò che gli pagava le vacanze ma poi viaggiava in corsia di sorpasso quand’era il momento di assicurarsi gli appalti regionali? Piergiorgio Baita potrebbe dare di sicuro qualche risposta, anche se lui sostiene da tempo di aver preso il largo dai politici. Per almeno due motivi: non contano più niente, fatto sotto gli occhi di tutti, e hanno finito i soldi, cosa un po’meno evidente .

«Mi hanno dipinto come il compagno di merende di Giancarlo Galan», ci diceva l’anno scorso. «Compagno di merende nel senso che lui mi ha sempre portato via la merenda per darla ai suoi amici, questo sì! Dal nuovo ospedale di Este-Monselice al padiglione Jona di Venezia, al Centro Protonico di Mestre: chiedete all’onorevole Sartori perché la Mantovani l’ha perso. Ecco i compagni di merende. Questo è un luogo comune, non solo falso ma che ha funzionato al contrario. Non sono mai stato così tranquillo dopo che Giancarlo Galan è andato a fare il ministro».

Adesso Galan non è più ministro e l’ingegnere è un po’ meno tranquillo. Pochi lo sarebbero nella sua situazione, anche se agli arresti era già finito nel 1992, con la prima Tangentopoli. All’epoca dirigeva il Consorzio Veneto Disinquinamento, controllato da Iniziativa Spa, società costituita dall’impresa Furlanis, per la quale lavorava da vent’anni, e da Italstrade (Partecipazioni Statali). Puntavano a diventare concessionari di grandi opere pubbliche, con la formula del project financing che all’epoca nessuno conosceva. La sponda politica era assicurata da Franco Cremonese presidente della Regione e dal ministro Carlo Bernini. Mani Pulite mandò tutti a gambe all’aria, ma Baita ostinandosi a volere il processo ne venne fuori assolto nel 1995 per non aver commesso il fatto.

Ai magistrati aveva raccontato per filo e per segno il meccanismo di spartizione degli appalti tra Carlo Bernini e Gianni de Michelis, i due dogi del Veneto di allora. La sua tesi era che in Veneto le imprese potevano lavorare solo con la “benedizione” dei partiti, ottenuta pagando un “obolo” alla chiesa, evidentemente. Era un concusso, non un corruttore. Piergiorgio è un tipo tosto, preparato, volitivo. Già risorto una volta. Molto addentro ai meccanismi. Con gli agganci che gli hanno consentito di riemergere e portarsi al comando, primo tra questi il patto di ferro con Giovanni Mazzacurati, presidente del Consorzio Venezia Nuova. Non si contano gli incroci societari e le partecipazioni con il suo nome, non ultima quell’Adria Infrastrutture spa che compare in un sacco di appalti pubblici del Veneto.
Nel Cda di Adria Infrastrutture sedeva anche Claudia Minutillo, la dark lady, segretaria del presidente Giancarlo Galan fino al 2004, poi defenestrata senza complimenti ma subito «indennizzata» con incarichi e prebende sui generis, per tenerla buona. La Minutillo è in Bmc Brokers, la società che arriva da San Marino per rifornire il buffet pre-elettorale voluto da Galan nel febbraio 2006 a Fusina, con gli allora ministri Lunardi e Matteoli. Seicento invitati, costo 150.000 euro più altri 60.000 pagati da Palazzo Balbi attraverso Veneto Acque, società regionale. La Brokers incassa anche i 130.000 euro di una incredibile campagna informativa sullo stato di attuazione del Sfmr, il metrò regionale che ad oggi non è ancora partito. Quanto coinvolto sia stato Piergiorgio Baita in questi costosi giochi di palazzo, difficile dire. Di certo è un uomo che garantisce gli accordi. La prima repubblica finisce con Baita in galera, la seconda comincia con Baita libero come un fringuello che prende in mano la Mantovani Costruzioni, la fonde con la Laguna Dragaggi e ne fa una macchina da guerra. Vince dappertutto. Possibile che tocchi sempre a lui? «Dicono che la Mantovani prende tutto, ma questo indica la mentalità», ci replicava l’anno scorso. «La Regione che eroga e io sotto a prendere sgomitando con gli altri per arrivare prima. Non c’è più niente da prendere, devi essere tu a proporre. Bisogna investire e questo vuol dire rischiare soldi tuoi. Quelli che dicono che la Mantovani prende tutto, sono lì che aspettano che torni a piovere denaro pubblico sulle loro imprese. Succederà sempre meno. Io cerco di fare una mia strada, diversa dagli altri». Un’altra frase che l’ingegnere ama è una citazione di Al Capone, che non a caso ci faceva un anno fa, dopo l’arresto di Lino Brentan: «Puoi fare molta più strada con una parola gentile e una pistola, che con una parola gentile e basta». Baita cercava di spiegarsi l’arresto del presidente dell’autostrada Nogara-Mare arrivato tre mesi dopo l’avviso di garanzia. Perché non l’avevano arrestato subito? Per la strategia dei due tempi: prima la parola gentile, poi la pistola alla tempia. Adesso la pistola alla tempia ce l’ha lui. Siamo alla fine della seconda repubblica? «Non è vero che i project financing sono vinti tutti dalla Mantovani» ci aveva detto ultimamente. «Venite a trovarmi che vi do la classifica aggiornata». Ma non c’è stato il tempo.
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