responsive_m

23M 2019: una marcia rivoluzionaria

23M 2019: una marcia rivoluzionaria
Il 23 marzo 2019 anche eddyburg si unisce alle migliaia di persone che scenderanno in strada per le vie e le piazze di Roma in una grande Marcia per il clima, contro le grandi opere inutili e per una giustizia ambientale. Ancora una volta sono i movimenti, i comitati, gli abitanti a rivendicare le ragioni per una rivoluzione del sistema, del modello di sviluppo in assenza di una sintesi politica capace di cogliere la svolta radicale necessaria per coniugare la salute, il benessere sociale, la salvaguardia del nostro pianeta terra e delle specie che lo abitano e i diritti umani. (i.b)

INVERTIRE LA ROTTA

FARE SPAZIO ALLE ATTIVITA CULTURALI

VENEZIA

DAI MEDIA

sabato 9 marzo 2013

Città e natura: una nuova alleanza?

Urbanizzazione del pianeta e impatti ambientali da un lato, qualità urbana e abitabilità dall'altro: un possibile ruolo della progettazione per una metropoli più sostenibile. Articoli di Luca Molinari Marco Vinelli, Corriere della Sera, 9 marzo 2013 (f.b.)

Le mode e i desideri della Natura tra noi
di Luca Molinari


Da quando il botanico francese Patrick Blanc dalla seconda metà degli anni Novanta ha lanciato il brevetto (poi diventato rapidamente di moda) del giardino verticale è cominciata l'irresistibile colonizzazione verde di molti spazi anonimi e istituzionali delle metropoli. Il nostro malcelato senso di colpa verso Madre Natura, unito alla costante voglia di meraviglia e a una reale necessità di ripensare la presenza del verde nelle città che affolliamo, hanno rapidamente sancito il successo di questa intuizione tecnica, che consente a una serie importante di vegetali di abitare le nostre pareti grazie a un semplice supporto metallico, a due strati di materiale fibroso e a un potente sistema di irrigazione permanente.

Poi, come per tutte le mode, la meraviglia di una foresta verticale ha mostrato i suoi limiti strutturali: molto costosa nell'investimento e nella manutenzione permanente, assetata d'acqua in maniera a volte eccessiva, fragile nel suo rapporto con l'ecosistema circostante. Ma questo non deve farci recedere dal considerare quello che questi primi interventi possono rappresentare. La possibilità realistica di colonizzare spazi urbani senza identità con porzioni naturali inattese e il suo successo popolare interpreta il desiderio crescente di dare forma a una relazione diversa con la Natura e quello che ci può offrire. Bellezza, senso di pace e quiete, qualità ambientale, mutabilità stagionale, sono solo alcuni dei benefici che questi progetti verdi ci offrono.

Anche l'idea che grazie agli elementi naturali si possano risolvere frammenti di metropoli abbandonati, attivando quei fenomeni virtuosi di agricoltura urbana che stanno cambiando il volto delle città occidentali, mostrano una straordinaria voglia di comunità, di cultura del cibo sano e di immagine diversa del nostro ambiente. Partire da queste esperienze vuol dire ascoltare il desiderio profondo delle comunità metropolitane di riportare radicalmente la Natura tra di noi, indicando visioni e strumenti che andranno sempre più diffusi e democratizzati.

Ritorno a Babilonia
di Marco Vinelli 

Probabilmente tutto è cominciato a Babilonia, intorno al 500 a.C., con i suoi famosi giardini pensili che erano considerati una delle sette meraviglie del Mondo. Perché da sempre gli uomini hanno cercato di piegare la natura alle proprie esigenze. A partire dal XVI secolo si sono spinti a modellare le siepi con realizzazioni di ars topiaria e la fantasiosa progettazione dei giardini all'italiana. E poi, proseguendo, con la creazione dei grandi parchi urbani, come il Bois de Boulogne o Central Park, in una continua e sempre più stretta integrazione tra verde e città, tra dimora e giardino. Ma nessun architetto è mai arrivato a ricoprire con la vegetazione le proprie realizzazioni. A meno di non dichiarare un proprio grossolano errore, come recita il famoso detto che «se a un medico è consentito seppellire i propri errori, un architetto li può solo ricoprire con l'edera». Da qualche tempo tutto questo è cambiato e alcuni progettisti, infischiandosene dei vecchi proverbi, puntano proprio sulla vegetazione per rendere le proprie architetture ancora più espressive e meglio integrate nell'ambiente.

Tra i primi a credere in questa «formula», Emilio Ambasz, che ha «seppellito» le proprie ville sotto terra o ha rivestito di verde alcuni edifici, come il palazzo sede della Prefettura di Fukuoka, in Giappone, dove la facciata sud è stata risolta come un giardino terrazzato, quale naturale prolungamento dell'esistente parco urbano. Ma anche il progetto per la banca dell'occhio a Mestre, del 2008, si inserisce in questo filone, così come il palazzo Eni, a Metanopoli, di Gabetti e Isola. Va precisato che queste scelte progettuali complicano enormemente la vita agli architetti, che devono mettere in campo tutta la loro bravura e le loro conoscenze nella scelta dei materiali e delle soluzioni tecnologiche per evitare che la vegetazione muoia dopo poco tempo e la manutenzione raggiunga costi astronomici.

Qualcuno, come Jean Nouvel per il suo museo Quai Branly a Parigi, aperto nel 2006 e caratterizzato da una facciata interamente ricoperta di vegetazione, si è rivolto ad un «artista botanico» come Patrick Blanc. Il risultato? Un muro verde di 800 mq con 15 mila piante di 150 specie diverse. Dice l'artista: «Per realizzare questo muro vegetale, non ho avuto particolari difficoltà ed è stato installato contemporaneamente alla facciata. Nonostante siano passati già diversi anni, si mantiene molto bene».

Da un po' di tempo a questa parte, l'immagine-simbolo di questa sfida è il «Bosco verticale», le due torri milanesi in via di completamento degli architetti Stefano Boeri, Gianandrea Barreca e Giovanni La Varra. Il progetto è ambizioso: due edifici alti 110 e 76 metri con appartamenti di lusso, che accolgono 480 alberi di grande e media altezza, 250 alberi di dimensioni piccole, 11.000 fra perenni e tappezzanti e 5.000 arbusti, modulati in funzione della fioritura. Il Bosco verticale, che equivale a una superficie boschiva di circa 10.000 mq, nelle intenzioni di Boeri aiuta a costruire un microclima e a filtrare le polveri sottili nell'ambiente urbano. La diversità delle piante e le loro caratteristiche producono umidità, assorbono CO2 e polveri, producono ossigeno, proteggono dall'irraggiamento e dalla polluzione acustica. Ma le due torri di Boeri, sono «verdi» dappertutto: grazie a sistemi centralizzati si punta all'ottimizzazione della produzione energetica, attraverso impianti a pompe di calore si utilizza acqua di falda. E ancora, pannelli solari fotovoltaici, la produzione del 100% dell'acqua calda mediante fonti rinnovabili, la massimizzazione dell'illuminazione e della ventilazione naturale.

A Torino, invece, l'architetto Luciano Pia con il complesso «25 Verde» ha sperimentato un'altra soluzione forse meno ambiziosa di quella milanese ma sicuramente più espressiva, dal momento che le forme degli alberi si «integrano» con quelle dell'edificio, grazie anche all'acciaio Cor-Ten per gli elementi strutturali alberiformi che sostengono i grandi terrazzi in doghe di legno. «In questo edificio abbiamo realizzato terrazzi molto profondi, anche 6-8 metri, con una superficie pari al 50% dell'appartamento — spiega l'architetto Pia —. Questo ci ha permesso di alloggiare 150 alberi "grandi" in facciata e altri 50 nel giardino condominiale. In pratica ogni appartamento ha almeno 3 alberi grandi. Che vivono in fioriere con un diametro da 1,8 fino a 4 metri».

In questi edifici il costo di gestione non deve essere sottovalutato: «La manutenzione della parete del Quai Branly viene effettuata due o tre volte l'anno, nel giro di tre/quattro giorni, con un elevatore dalla strada — precisa Blanc —. Il pubblico resta impressionato da questa "falesia vegetale" nel cuore di Parigi». Discorso analogo per il palazzo torinese: «I primi occupanti, entrati negli alloggi circa sei mesi fa, sono entusiasti — precisa Pia —. Il verde in facciata è considerato "condominiale" per beneficiare di una gestione unitaria pur se collocato su terrazzi di proprietà. E il comune di Torino ha vincolato la vegetazione in facciata, in modo che non si possa intervenire su di essa in maniera autonoma ed arbitraria». Anche per «25 Verde» un sistema permette il recupero delle acque piovane; al posto della caldaia tradizionale è stato installato un sistema a pompa di calore geotermica ad acqua di falda; i tetti piani sono trasformati in giardini e possono essere coltivati come orti e le facciate sono rivestite con una scandolatura di legno di larice. Forse sta cominciando una nuova primavera per l'architettura urbana.
Show Comments: OR