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23M 2019: una marcia rivoluzionaria

23M 2019: una marcia rivoluzionaria
Il 23 marzo 2019 anche eddyburg si unisce alle migliaia di persone che scenderanno in strada per le vie e le piazze di Roma in una grande Marcia per il clima, contro le grandi opere inutili e per una giustizia ambientale. Ancora una volta sono i movimenti, i comitati, gli abitanti a rivendicare le ragioni per una rivoluzione del sistema, del modello di sviluppo in assenza di una sintesi politica capace di cogliere la svolta radicale necessaria per coniugare la salute, il benessere sociale, la salvaguardia del nostro pianeta terra e delle specie che lo abitano e i diritti umani. (i.b)

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VENEZIA

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sabato 9 febbraio 2013

Otto metri quadri al secondo, zero cibo per 19 persone ogni ora

Consumo di suolo non è solo devastazione del paesaggio e della natura. E' anche minaccia all'alimentazione. Una riflessione per eddyburg sollecitata dal rapporto ISPRA presentato lo scorso 5 febbraio a Roma.

I dati presentati dall'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA) lo scorso 5 febbraio fanno fare un passo in avanti al nostro Paese, aumentando la consapevolezza verso un tema di enorme attualità ed urgenza e mettendo le istituzioni in una posizione di rapida decisione in merito. Ma il tema del consumo dei suoli è anche urgente perché è straordinariamente legato alla contrazione della produzione di cibo. Insomma per forza di cose, se avanza il cemento, indietreggia il cibo. E se indietreggia il cibo, aumenta la dipendenza di una nazione dall’approvvigionamento di materia prima agricola dal mercato estero. E probabilmente il continuo aumento di questi ultimi anni della nostra spesa per importare rispetto a quella per esportare cereali e prodotti agricoli di base non è disgiunto dai consumi di suolo agricoli. Nel 2011 il saldo tra import ed export agricolo è di molto peggiorato andando a -1,2 Miliardi di EURO contro i -768 milioni del 2010…insomma spendiamo sempre di più per comprare materia prima per cibo e sempre meno la esportiamo (fonte: Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali - Rivista telematica – www.aiol.it).

Ma non solo aumenta la dipendenza con l’estero. Aumenta anche l’esposizione al rischio di non essere più in grado di assicurare cibo ai propri abitanti con le risorse di suolo esistenti. Questo si chiama attacco alla sovranità alimentare o alla sicurezza alimentare (e il ministro Catania lo aveva ben evidenziato nel rapporto tecnico che accompagnava la prima proposta di legge). E in effetti se si fanno due calcoli trasformando i consumi di suolo in cibo, vengono fuori cose sorprendenti.
Se accettiamo per un italiano una dieta calorica di 2500 kcal/giorno e assumiamo, rielaborandole, le indicazioni di uno studio INEA riportato da Luca Mercalli (1) con cui si stabiliva la corrispondenza tra fabbisogno calorico, varietà della dieta mediterranea (cereali, latte, grassi, carne, burro, uova, etc.) e superficie agricola necessaria per sostenere quella dieta, esce che occorrono circa 1500 m2 per persona per garantire il proprio fabbisogno annuo. In altri termini vuol dire che con 1 ettaro mangiano 6,6 persone.

Si tratta di una cifra di molto approssimata e indicativa che non tiene conto di tanti altri fattori ma che qui ci è molto utile per farci un ordine di grandezza di cosa significhi il consumo di suolo in termini di contrazione del cibo. Se quegli 8 m2 al secondo fossero terreni agricoli, sarebbe come dire che ogni ora 19 persone in meno sono alimentabili in questo Paese con le risorse di terra del Paese. Gli italiani stanno attentando a se stessi! Con quelle cifre, secondo me ancora sottostimate rispetto ad un fenomeno che è probabilmente molto più acuto e diffuso (2), ogni anno non si mettono a tavola 167.000 persone. È come se una città come Perugia o Reggio Emilia si trovasse da un anno all’altro senza cibo. E tutto questo calcolo è fatto immaginando di destinare tutta la produzione nostrana al mercato nazionale, cosa che sappiamo bene non essere vero, visto che il nostro cibo viene esportato in tutto il mondo e attrae eno-gastronauti da tutto il mondo. Pertanto i dati dovrebbero esser ancor più gravi. Quindi, come ho cercato di dire con questo semplice esercizio sicuramente perfettibile ma sufficiente a farci comprendere una parte importantissima del problema, il consumo di suolo insidia il Paese su più fronti e lo sta mettendo in ginocchio.

Gli strumenti con cui gestiamo il suolo sono vecchi e inadatti. Abbiamo leggi inadeguate (il testo unico ambientale definisce il suolo come le infrastrutture e gli abitati…leggere per credere: art. 54 L. 152/06) e non vi è consapevolezza che il suolo sia una risorsa ambientale fornitrice di servizi ecosistemici per tutti (anche questo si è detto a Roma in quel convegno: vd. relazioni di Terribile, Claps, Marchetti, Gardi, etc.). Ma non solo. La dimensione ambientale della risorsa suolo non è affatto intercettata tra le competenze urbanistiche dei comuni e delle altre amministrazioni. L’uso del suolo continua ad essere dominato dalla rendita. Gli effetti ambientali dei consumi non entrano in alcun bilancio. Ogni comune pianifica se stesso trattando il proprio territorio come una sorta di regno completamente disgiunto dal vicino. Rarissimi i casi di cooperazione sull’uso del suolo. E questo non va bene perché paesaggio, suolo, ambiente, acqua…sono risorse in confinabili che richiedono cooperazione pianificatoria che abbiamo perso del tutto soggiogati da ben altri interessi.

Così anche l’urbanistica oggi deve fare lucidamente i conti con le sue responsabilità che prendono nuovi nomi, come ad esempio la responsabilità verso la tutela della sovranità alimentare. Ma molti amministratori e urbanisti ancora sono lontani dal misurarsi con questa dimensione che invece è urgente e grave (solo 8 italiani su 10 possono mangiare dai nostri campi).
Anche per tutto ciò credo sia urgente che, parlando di contenimento del consumo di suolo si parli di riforma seria delle competenze delle amministrazioni locali per quanto riguarda la materia ambientale e quindi anche per l’uso del suolo. I comuni non possono più governare da soli, come sono stati di fatto ridotti ad essere (le province sono state svuotate e le regioni hanno spesso delegato tutto verso il basso), un patrimonio collettivo di interesse generale e comune (3), verso il quale occorre una dimensione di responsabilità che supera i propri confini. Occorre aiutarli con strutture di accompagnamento e di cooperazione per centrare un obiettivo comune, ben diverso spesso dall’obiettivo del Comune.

(1) Mercalli L. e Sasso C. (2004), Le mucche non mangiano cemento, SMS, Torino, p. 225
(2) Solo in Lombardia sono 1,7 i m2/secondo di terreni agricoli persi. Fonte CRCS (2010), Centro di ricerca sui consumi di suolo. Rapporto 2010, INU edizioni
(3) Di questo abbiamo recentemente discusso in Pileri P. e Granata E. (2012), Amor Loci. Suolo, Ambiente e cultura civile, Raffaello Cortina Editore, Milano
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