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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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martedì 12 febbraio 2013

L'ingegnere svizzero che c'è in noi

Certe pensate sedicenti futuribili per la città, spesso hanno un che di parecchio vintage nella cosa più importante, e cioè il metodo: tecnocraticamente autoritario, e per sua stessa natura insostenibile 


Quante volte abbiamo letto o ascoltato delle infinite lamentele degli inquilini di case popolari a molti piani che si trovano male per questo o quel motivo. A volte si tratta di cose abbastanza lampanti e del tutto condivisibili, ovvero il degrado degli impianti o degli stessi edifici, altre volte di disagi più sottili come l'assenza di identità o qualità degli spazi, o la loro scarsa difendibilità (per dirla col neologismo inventato dal profeta della sicurezza Oscar Newman). A volte si tratta invece di disagi talmente vaghi e vari da essere davvero incomprensibili, salvo a certi opinionisti conservatori: le case popolari sono una soluzione sbagliata al problema dell'abitazione, pensata da architetti cresciuti in una logica culturale totalitaria, tendenzialmente comunista, dove ai bisogni dell'individuo non si presta alcuna attenzione, tutti impegnati a costruire grandi macchine ideologiche in forma di quartiere. Il problema è che, a parte il linguaggio tagliato con l'accetta, e il parlare spesso e volentieri a vanvera, questi opinionisti conservatori colgono nel segno.

Infatti è almeno dall'esplosione delle prime critiche radicali (quelle progressiste intendo) al modello della città-macchina, con William Whyte, Jane Jacobs e l'infinita serie dei loro epigoni in tutto il mondo, che laboriosamente altrettante generazioni di progettisti si cimentano con forme diverse da quelle codificate nei mitici schizzi razionalisti della prima metà del '900. Ma d'altra parte non ha neppure torto chi osserva come, nonostante alcune varianti minime, quel vituperato modello in fondo si applichi invece con straordinario successo economico, sociale, di qualità spaziale apprezzata, all'edilizia e ai quartieri borghesi delle nostre città. Che i borghesi abbiano gusti totalitari e comunisti? Quantomeno improbabile. Il che fa sospettare come in fondo (cosa assai prevedibile) il difetto stia probabilmente nel manico, ovvero più nel metodo che nel merito dei progetti. L'accettazione della città-macchina da parte della cultura delle avanguardie, pur metabolizzando la sfida della complessità che ciò comportava, non aveva davvero esteso questa complessità alle forme di interazione e di partecipazione, relegando i bisogni sociali all'ambito delle questioni astratte da affrontare in laboratorio.

Producendo poi due tipi di soluzioni spaziali: una pura e una spuria, una autoritariamente sulla testa di chi non aveva la forza di imporre mediazioni partecipate, un'altra appunto mediata dal potere del mercato. Si spiega in gran parte così, la famosa soddisfazione relativa della famiglia di ceto medio nel suo condominio di matrice razionalista, rispetto al disagio dell'inquilino popolare nel complesso analogo ma percepito come un alveare. Un errore di metodo che pare però destinato a perpetuarsi, almeno finché esisteranno gli studi di progettazione. Come appare ad esempio nel numero di gennaio del bollettino di ARUP, uno dei principali che operano a scala globale, dedicato – nientepopodimeno – alla città vivente, proprio quando l'editore italiano Einaudi propone la ristampa dell'omonimo classico di Frank Lloyd Wright.

Con l'ottimo accattivante titolo It's Alive! ARUP affronta da par suo l'ormai classicissimo tema dell'urbanizzazione del pianeta in una prospettiva di sostenibilità ambientale, con lo sguardo rivolto a una data precisa: 2050. Più o meno, viene da dire, il medesimo traguardo di tante fosche previsioni, dal potenziale esaurimento delle fonti energetiche e di altre risorse, all'esplosione demografica sino a nove miliardi, tre quarti dei quali urbani, ad altre emergenze assortite fra cui spicca quella climatica: di quanti gradi si sarà riscaldato in pianeta a metà secolo? E la soluzione del grande studio di progettazione integrata, non poteva che essere al tempo multiforme ma riassumibile in un modello sfaccettato, in grado di contenere tutte le qualità all'altezza del compito.

Alcune componenti dell'edificio interattivo ARUP
L'edificio urbano del futuro si trasforma (come da titolo) in un organismo vivente, in grado di interagire in modo continuo con ambiente e società, evolvendosi via via. È sensibile al caldo e al freddo ovviamente, ma anche a stimoli assai più sottili e complessi, luce, usi, ambiente, rischi, sollecitazioni. Composto di parti modulari sostituibili e/o autorigeneranti, interfacce con l'esterno ad assetto variabile reattivo, al tempo stesso pelle, abito, anticamera e atrio di una specie di stazione collegata alla mobilità urbana e dolce, agli spazi delle relazioni sociali, fisiche e virtuali (come poteva mancare la qualità smart tanto in voga?).

In tutta questa interattività, sensibilità, flessibilità, emerge però una questione di metodo, evidente nelle conclusioni, da cui si intuisce qualcosa di troppo simile all'antica Unità d'Abitazione. Per carità, niente di più lontano, nei disegni e nei concetti, dal contenitore schematico introverso di ogni funzione urbana, posato qui e là sul territorio a costruire una non-città, e forse proprio per questo mai davvero uscito dai laboratori mentali del razionalismo, se non in alcuni prototipi socialmente indigeribili. Il metodo, è il metodo che non va. Quella specie di “ghe pensi mi” tecnologico-ambientale, simil-sociologico senza essere davvero tale. Quell'idea a ben vedere stramba, ma a quanto pare diffusa nella comunità dei progettisti, di città come somma aritmetica di edifici, meglio se tutti uguali così si amalgamano meglio.

E in questa prospettiva dove andrebbero a finire tutte le interazioni, le sensibilità, le possibilità di variare, di evolversi verso direzioni inusitate? Da nessuna parte, perché se funzionasse davvero sarebbe in sostanza la fine dell'idea di grande studio di progettazione internazionale, sostituito al massimo da una rete diffusa di think-thanks i cui eventuali portati tecnologici poi si diffondono via rete, si riproducono in stampa tridimensionale, e si aggregano secondo gli schemi ad assetto comunque variabile via via suggeriti dalla rete sociale che esprime la domanda. Ergo, escludendo un volontario suicidio di ARUP, gesto artistico supremo, sublime, ma alquanto improbabile, resta una possibilità. Che il bollettino It's Alive! altro non sia che l'ennesimo, brillante opuscoletto pubblicitario, pieno di storielle edificanti, ma anche di piccole bugie, da proporre a noialtri, sperando che un pezzo qui, un pezzo lì, si riesca a piazzare qualcosa. L'unica forma di città vivente davvero tangibile restiamo noi, che gli edifici interattivi o meno li riempiamo, conferendogli un senso che di solito ai progettisti giustamente sfugge.

Chi non ci crede provi a dare un'occhiata direttamente all'opuscolo It's Alive. Non pretendo certo di avere ragione.
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