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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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giovedì 14 febbraio 2013

Il marketing dell'autentico

Quando ci si dimentica di distinguere, e al tempo stesso governare insieme, l'urbs e la polis, succedono dei grossi guai in città. Recensione a L'altra New York, di Sharon Zukin. Il manifesto, 14 febbraio 2013 (f.b.)

Martin Heidegger affidava alla chiacchiera e alla curiosità, tipiche manifestazioni della socialità urbana, il ruolo di esempi eloquenti di «vita inautentica», del si (man) conformistico contrapposto all'autenticità dell'essere-per-la-morte o della cura che, vertigini teoretiche a parte, sembravano trovare un luogo privilegiato di esercizio nella baita della Foresta nera e in quel Kitsch montano-agreste su cui il Thomas Bernhard di Antichi maestri avrebbe riversato pagine di condivisibile acredine. Su un registro alquanto diverso, il crepuscolare Levi-Strauss di Tristi tropici individuava nell'autenticità una sorta di Sacro graal alla cui spasmodica ricerca, destinata a risolversi inesorabilmente in uno scacco, si dedicava una figura come quella del viaggiatore o della sua versione secolarizzata, il turista.

Il concetto di autenticità si trova al centro di L'altra New York. Alla ricerca della metropoli autentica (il Mulino, pgg 280, euro 23) della sociologa urbana Sharon Zukin. Nel volume, incentrato sull'analisi dei processi di gentrification in alcuni quartieri di New York, i nomi di Heidegger e Levi-Strauss non compaiono. Ricorrente e costante, invece, è il riferimento a Jane Jacobs, nella doppia veste di sociologa urbana sui generis, a partire dal fondamentale Vita e morte della grande città su cui si ricalca il sottotitolo originale del libro di Zukin (The Death and Life of Authentic Urban Places), e di attivista e community organizer impegnata a promuovere politiche urbane volte a favorire la conservazione di un habitat «a misura d'uomo» incentrato su unità residenziali di piccole dimensioni, l'eterogeneità sociale ed etnica, il controllo endogeno, lo sviluppo di relazioni di prossimità.

Nel lessico di Jane Jacobs, tuttavia, il termine autenticità non svolge alcuna funzione decisiva. E questo Zukin non manca di rimarcarlo, aggiungendo però come gli elementi qualificanti di quell'urban village, che costituiva l'ideale normativo proposto da Jacobs, da qualche decennio convergano nel costituire i tratti di una percezione, quella appunto dell'«autenticità», alla quale si deve attribuire il ruolo di potente vettore dei processi di ridefinizione delle funzioni e modifica della composizione demografico-economica di parti della città. In una formula: «La nostra ricerca dell'autenticità - la nostra accumulazione di questo tipo di capitale culturale - contribuisce all'incremento del valore immobiliare, la nostra retorica dell'autenticità implicitamente avvalla la nuova retorica della crescita in direzione di una maggiore esclusività». A parere di Zukin, Jacobs elaborerebbe un'«estetica dell'autenticità urbana», senza però coglierne le conseguenze pratiche in termini di aumento dell'appetibilità delle aree che così vengono definite. Ma la percezione di autenticità di uno spazio urbano proviene sempre dall'esterno.

Pionieri o investitori?

Si genera così un paradosso: le zone definite autentiche per caratteristiche urbanistiche, storia e, soprattutto, composizione sociale divengono oggetto di interesse per una platea di residenti a più alto reddito. Ciò determina un incremento dei valori e della rendita immobiliari che contribuisce ad allontanare sia le popolazioni sia le attività economiche su cui l'estetica dell'autenticità si fondava. Il volume di Zukin ricostruisce tale sequenza in riferimento a differenti vicende di gentrification, quella strana parola che Dylan, il protagonista del romanzo La fortezza della solitudine di Jonatham Lethem, sente pronunciare per la prima volta negli anni Settanta, è un bambino, e nella Brooklyn in cui vive viene associata al «ritorno dei bianchi».

E proprio in quell'area della città si trova Williamsburg, dove l'insediamento di gallerie d'arte, locali musicali, studi o ristoranti negli edifici in mattoni di fabbriche dismesse ha fatto transitare il quartiere dal gritty dell'archeologia industriale al cool della zona di insediamento della creative class, con le inevitabili conseguenze non solo per i «nativi», sospinti in altre parti della città dall'aumento degli affitti e dalla crescente estraneità nei confronti della nuova realtà del quartiere, ma anche dai pionieri del «nuovo inizio», a cui tocca la stessa sorte nel momento in cui il real estate decide di investire massicciamente nell'area e i prezzi iniziano a schizzare alle stelle.

L'estetica della rinascita

Differenti sono le vicende di Harlem, dove la rinascita, peraltro decisamente più precaria, viene ambiguamente, e selettivamente, posta all'insegna delle potenzialità evocative dell'Harlem Renaissance e un ruolo decisivo, nel promuovere un upgrade del quartiere, lo si deve all'intervento di fondazioni, sul crinale ambiguo fra profit e non-profit, che propongono l'insediamento delle grandi catene commerciali come viatico per sottrarre l'area alla dimensione del ghetto e avviarla a un'integrazione incentrata sui consumi. In tale contesto, come peraltro in quello dell'East Village, altro caso dettagliatamente considerato, emerge come la definizione legittima dell'autenticità, oltre che un potente strumento di azione sulla realtà, si presenti come un terreno di scontro fra attori collettivi, ciascuno dei quali portatore di proprie specifiche narrazioni.

Il volume di Sharon Zukin ricostruisce in maniera ricca e articolata, in relazione a New York, i complessi processi spesso collocati all'insegna di una generica gentrification. In proposito, l'autrice si sofferma in dettaglio sull'analisi delle dinamiche strutturali, come quelle riguardanti i cambiamenti delle politiche pubbliche, i meccanismi fiscali, le strategie dei soggetti privati, sul versante finanziario, commerciale e del real estate. Tale livello è integrato con l'osservazione diretta e il vaglio di testimonianze e resoconti di attori coinvolti, a vario titolo e da diverse posizioni, nelle dinamiche in atto. Paradossalmente, si potrebbe però ritorcere contro Zukin il rilievo che lei stessa muoveva a Jacobs, riguardante un'insufficiente presa in conto delle implicazioni di un concetto sfuggente come quello di «autenticità».

Certo, nel volume si mostra come essa operi concretamente, contribuendo a determinare le scelte degli agenti e si specifica come non abbia a che fare con le pietre della città quanto con lo sguardo che a esse si rivolge, manifestando un carattere di rappresentazione collettiva, diversa a seconda dei contesti culturali e delle cerchie di socializzazione. E tuttavia poco viene detto circa sui suoi meccanismi di costruzione, sulle narrative a cui ricorre, sulle opposizione strutturali che la informano, sui criteri di legittimazione e delegittimazione a cui fanno riferimento le varie «tribù».

Luoghi della quotidianità
Zukin, per approcciare il tema dell'autenticità, fa riferimento più volte alla nozione di «capitale culturale» proposta da Pierre Bourdieu. Se quella è la prospettiva, tuttavia, il concetto di capitale sociale dovrebbe essere affiancato ad altri strumenti analitici, come l'habitus e il campo e le singole prese di posizione riguardo all'autenticità collocate nella dimensione relazionale e diacronica di uno «spazio delle posizioni» che si modifica nel corso del tempo. Un approccio del genere all'autenticità è rinvenibile, per fare un esempio, in un volume che ha profondamente rinnovato i quadri degli studi sulle sottoculture giovanili, Dai club ai rave. Musica, media e capitale sottoculturale di Sarah Thornton (Feltrinelli).

Ma le prospettive di indagine potrebbero anche essere altre. E allora anche i nomi che si citavano in apertura possono fornire, in proposito, alcune interessanti suggestioni, se non altro in termini negativi, segnalando significative discontinuità rispetto al passato nei termini in cui si pone oggi la questione dell'autenticità. Ritornando su Levi-Strauss, balza subito agli occhi il significativo dislocamento, in base al quale l'autenticità non è proiettata nell'altrove dell'esotismo ma ricondotta alla normalità del «luogo in cui vivere». Riguardo a Heidegger, poi, si potrebbe rilevare come l'autenticità urbana si costruisca in riferimento a modalità di socializzazione e consumo riconducibili a quella dimensione della chiacchiera e della curiosità che il filosofo tedesco marchiava con lo stigma dell'inautentico.

Venendo all'oggi, non si può evitare di sottolineare come il libro di Zukin pur uscito nel 2010, ossia un paio di anni dopo l'esplosione della crisi dei mutui subprime, non incorpori nel suo impianto il mutamento di scenario introdotto, nei processi di valorizzazione, dell'esplosione della bolla immobiliare. Si potrebbe osservare che il radicale crollo dei prezzi di case e terreni ha riguardato non le aree di pregio delle metropoli globali, come New York, ma i nuovi margini della Rust Belt o dell'America suburbana.

Tra invenduto e pignorato

In parte è così. E tuttavia, le storie della gentrification newyorkese, che fino a qualche anno fa evocavano figure sovrapponibili con le vicende di aree urbane disseminate ai quattro canti del pianeta, sembrano oggi perdere di universalità. A incepparsi è stato quel meccanismo C-M-C (credito-mattone-credito) in base al quale si otteneva credito per costruire e quanto costruito era utilizzato come collaterale per accedere a ulteriore credito. È a partire da tale dispositivo di valorizzazione che i vuoti aperti nelle città europee e americane dalla deindustrializzazione sono stati riempiti da piogge di vetrocemento.

Oggi, a fronte di una massa imponente di edifici invenduti, invendibili, pignorati, cartolarizzati, rimbalzati da una proprietà all'altra, sembra spalancarsi un vuoto di valore che potrebbe essere riempito da nuove politiche dello spazio, articolate dal basso, in grado di rivendicare un orizzonte irriducibile a quello di semplici avanguardie, più o meno involontarie, del marketing dell'autenticità al servizio del real estate. I segnali in tal senso non mancano, dagli scenari steam punk dei rinaturalizzati downtown di alcune città statunitensi fino alle forme sempre più complesse ed eterogenee di occupazione di spazi privati e pubblici che si susseguono alle più diverse latitudini.
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