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LA RAPINA DELLA TERRA AGLI ULTIMI

LA RAPINA DELLA TERRA AGLI ULTIMI
Sottrarre l'uso del suolo alle esigenze elementari (dall'alimentazione all'acqua, dall'abitazione alla riserva per gli usi futuri) delle comunità che lo abitano, è diventato in vaste regioni del sud del mondo, un ulteriore strumento di sfruttamento degli ultimi a vantaggio dei più ricchi. Il Land Matrix, un osservatorio indipendente del "land grabbing" registra che ad ora sono state concluse 557 transazioni, per un totale di 16 milioni di ettari (più o meno la metà della superficie dell’Italia) e altre, riguardanti circa 10 milioni di ettari, sono in corso. Questo fenomeno provoca l’espropriazione forzata e conseguentemente l'impoverimento e l'annientamento di comunità locali, la cui sopravvivenza è strettamente legata all'accesso a queste terre. (a.b.)

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venerdì 15 febbraio 2013

Corruttori e popolo

«Non si può non vedere come dentro ognuna di queste vicende giudiziarie, al di là delle singole responsabilità penali, ci sia la trama di un potere fuori controllo». Il manifesto, 15 febbraio 2013
A meno dieci dal giorno del giudizio non si può che prenderne atto. Al centro della campagna elettorale non sono stati i temi del lavoro e della ripresa economica, che avrebbero favorito Bersani. E nemmeno quelli della crisi e del rischio default, che favoriscono la paura e Monti. E in definitiva neanche con le capriole Berlusconi è riuscito a imporre la centralità del fisco, con cui da sempre spinge le sue rimonte. Niente da fare. L'attenzione del cittadino elettore continua ad essere distratta da altro, e non è colpa del papa né di Sanremo. Ma della cronaca che ogni giorno registra un nuovo scandalo, nuovi arresti, nuovi episodi di corruzione, inquinamento mafioso, ruberie. Ed è facile prevedere chi se ne avvantaggerà.

Beppe Grillo è stato l'unico fin qui a riempire le piazze e anche l'unico a salire nei sondaggi (fino a che si poteva pubblicarli) e non di qualche zero virgola ma di cinque, sei punti al giro. Non bastasse, è lecito pensare che il Movimento 5 Stelle possa andar meglio nel voto vero rispetto al voto previsto. È accaduto così nell'occasione più recente, le regionali siciliane. Senza contare che il voto cosiddetto «di protesta» tende tradizionalmente a ridursi in prossimità delle data delle elezioni, quando gli schieramenti si definiscono. A Grillo sta accadendo il contrario: era in flessione e ha cominciato a riprendersi. Segno che qualcosa di profondo è cambiato, tra gli elettori.

I dettagli sul coinvolgimento di Formigoni negli affari della sanità privata lombarda e le mazzette internazionali di Finmeccanica raccontano storie di malaffare targato centrodestra; cosa che del resto fanno gli ultimi arresti, tutti di ieri: il para editore Rizzoli, il finto finanziere Proto e persino il sindaco di Quartu Sant'Elena, Contini. Ma il primo squillo di tromba di questa campagna elettorale ballata al ritmo degli atti giudiziari è arrivato da Siena. Grillo parla delle inchieste sul Monte dei Paschi come del «più grande scandalo finanziario della storia». Magari esagera, ma di certo il coinvolgimento del Pd lo aiuta a mettere tutti i partiti sullo stesso piano. Operazione nella quale eccelle e che gli vale la tribuna del moralizzatore. E così cresce. Di questa crescita i partiti si sono accorti solo quando l’hanno letta nelle curve dei sondaggi. Probabilmente l’unico strumento che gli è rimasto per conoscere il paese che in- tendono governare. 

Liquidare il fenomeno come populismo rischia di essere troppo semplice. Non si può non vedere come dentro ognuna di queste vicende giudiziarie, al di là delle singole responsabilità penali, ci sia la trama di un potere fuori controllo. Nessuno di questi scandali si sarebbe sviluppato se imprenditori e faccendieri corrotti non avessero potuto contare sul rapporto stretto con una classe politica titolare di una rendita di posizione. Tutt’altro che onnipotente, anzi molto spesso dipendente dai favori illeciti dei corruttori. Forte, anzi, solo del suo essere fuori dal controllo dei cittadini. Fiacca élite, sorpresa dal precipitare degli eventi mentre già si accordava per mettere insieme le reciproche debolezze, in nome dell’emergenza sbagliata.
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