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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

INVERTIRE LA ROTTA

DAI MEDIA

VENEZIA

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martedì 8 gennaio 2013

Un punto d’arrivo, un punto di partenza. Discutendo di Paesaggio Costituzione cemento


Ampia  e acuta analisi del pensiero e l'azione di Salvatore Settis a partire dal suo  fortunato libro del 2010 e avviando, nelle ultime righe,  una riflessione che Piccioni (ed eddyburg) proseguiranno certamente dopo il nuovo Azione popolare (2012).  In calce il link al testo con note. Da Storica,  anno XVIII, n. 52, 2012



1. Le ragioni di un successo 
Paesaggio Costituzione cemento di Salvatore Settis, uscito alla fine del 2010 , ha rappresentato un evento sotto vari profili. Le recensioni sono state numerose e autorevoli, lo storico dell’arte ha avuto più volte l’onore di uno spazio televisivo di prima serata, il libro è stato presentato in molte città italiane, con notevole richiamo di pubblico e relatori importanti. Che ciò sia potuto avvenire per un’opera densa e di argomento non propriamente popolare rende l’evento ancora più significativo. Le ragioni di tale successo sono diverse. Il personale prestigio di Settis ha avuto un indubbio peso: studioso tra i più apprezzati a livello internazionale, editorialista per quotidiani nazionali come la Repubblica e il Sole 24 Ore, a lungo direttore della Scuola Normale Superiore e del Getty Research Institute di Los Angeles, presidente dal 2007 del Consiglio superiore dei beni culturali e paesaggistici fino alle polemiche dimissioni del 2009, autore nel 2002 di un altro pamphlet anch’esso estremamente fortunato . Tutti gli interventi di Settis si segnalano del resto per un peculiare equilibrio tra solidità dell’informazione, rigore argomentativo, lucidità di prospettiva e una severa vis polemica che non mostra riguardi per nessuno. Paesaggio Costituzione cemento, cui ha pure giovato la collocazione editoriale presso Einaudi, è giunto inoltre in una fase molto calda per il paesaggio italiano, segnata da un lato da eventi emblematici come il Piano casa, avvertito da molti come consacrazione definitiva della deregulation å in corso da un ventennio, e dall’altro da una fioritura di iniziative dal basso contro il degrado del territorio che non si vedeva forse dagli anni settanta.

2. Un’opera bicefala e le sue radici più lontane
Tanto quegli eventi quanto queste mobilitazioni vengono pienamente assunti nel libro e contribuiscono a forgiare un’opera particolare, più complessa rispetto a Italia S.p.A., nella quale si confrontano e si compenetrano due dimensioni di solito piuttosto distanti: quella del pamphlet severo, a forte caratura civica, e quella del saggio scientifico ricco e denso. Ma l’architettura complessa del ragionamento, fondata su una ricognizione storica ampia, approfondita e con ampi spiragli di originalità, è in effetti uno strumento imprescindibile della denuncia e della chiamata all’impegno civico. Paesaggio Costituzione cemento è il punto di approdo di un percorso che Settis ha intrapreso a partire dal proprio specifico, quello dei beni culturali, all’inizio del decennio scorso. Italia S.p.A. L’assalto al patrimonio culturale era un agile ma circostanziato grido d’allarme sul rapido degenerare delle politiche statali nel settore, dovuto indistintamente tanto ai governi di centro-sinistra quanto a quelli di centro-destra. Il suo dito era puntato in particolare su un incalzante succedersi di provvedimenti legislativi che dal 1998 al 2002 avevano stravolto e minato l’assetto sia teorico che pratico della tutela italiana dei beni culturali. Il centro-sinistra aveva iniziato l’opera con l’attribuzione al ministero dei Beni culturali di improprie competenze su sport e spettacolo (governo Prodi, ministro Veltroni), la scissione delle competenze su tutela e valorizzazione tra Stato ed enti locali (dl. 112/1998, ministro Veltroni), la possibilità da parte del ministero del Tesoro di vendere immobili di valore artistico a società per azioni (Finanziaria 1999, governo D’Alema), la riforma «Veltroni-Melandri» delle Soprintendenze, la riforma del titolo V della Costituzione (governo Amato, 2001) che devolveva

alle Regioni ulteriori competenze sui beni culturali e ambientali. In questo modo al suo ritorno, nel 2001, Berlusconi aveva trovato la strada spianata per stravolgimenti ancor più radicali contenuti principalmente nella Finanziaria 2002 che prevedeva la concessione a privati della gestione dei beni culturali pubblici e nel «decreto Tremonti» (l. 112/2002) con il quale veniva definitivamente sancita la possibilità da parte dello Stato di alienare tutto il proprio patrimonio senza alcuna distinzione tra patrimonio immobiliare e culturale e tra patrimonio disponibile e indisponibile, mettendo in capo al ministero dell’economia un ampio potere discrezionale al riguardo. L’attacco, di fatto bipartisan, ai cardini stessi dei principi di tutela consolidatisi nel corso del Novecento era talmente grave che Settis aveva sentito la necessità di reagire con un circostanziato atto di denuncia e con un appello a reagire rivolto anzitutto alla generalità dei cittadini, primi danneggiati da questi provvedimenti. La forza della denuncia di Settis stava già allora nella complessa architettura argomentativa. Nel piccolo volume Settis metteva a frutto non soltanto una lucida passione civica ma anche una visione di lungo periodo delle culture italiane della tutela, una conoscenza approfondita delle problematiche giuridiche e amministrative del settore, una grande capacità di guardare oltre i confini nazionali e soprattutto un’esperienza diretta nel campo della gestione privata statunitense dei beni culturali grazie alla direzione del Getty Museum, gestione tanto invocata in Italia quanto misconosciuta nei suoi effettivi meccanismi. Settis, confortato dalla decisione del ministro Urbani – in controtendenza rispetto all’ispirazione del proprio stesso governo – di nominarlo nel gennaio 2004 membro di un ristretto consiglio scientifico per la tutela dei beni culturali e paesaggistici appena creato, pubblica su «Micromega» un ampio «Programma per i beni culturali» nel quale riprende gran parte delle linee argomentative del libro e le declina in forma più immediatamente propositiva . Sia in Italia S.p.A. che nel «Programma» l’argomentazione è basata su alcune premesse di fondo. La prima è che – in termini strettamente economici – è profondamente sbagliato ragionare del valore del patrimonio artistico-culturale focalizzando l’attenzione sul singolo bene e sugli introiti immediati che da esso possono derivare. Ciò dipende dal fatto – e siamo alla seconda premessa – che una peculiarità europea ma soprattutto italiana è l’esistenza di un continuum territoriale che lega le opere nei musei a quelle nelle chiese e nei palazzi, alle architetture, agli impianti urbani; che lega l’una all’altra città e paesaggi, la lingua della letteratura e la cultura dei cittadini; e che questa unicità va coltivata sia perché riguarda l’identità nazionale come bene prezioso da non perdere, sia in quanto importante fattore di attrazione e di competitività . Il bene singolo, insomma, vale anzitutto nella sua qualità di elemento di un ricco contesto storico-ambientale e da questo contesto esso ricava il suo valore effettivo anche in termini economici, valore ben maggiore di quello ricavabile da una sua pura e semplice vendita sul mercato. Terza premessa: proprio da questa consapevolezza, come dalla consapevolezza di tutti gli altri valori in gioco nel caso del patrimonio (spirituali, culturali, identitari), deriva una grande tradizione italiana della tutela, unica per antichità, per continuità storica, per centralità nel sistema giuridico nazionale e per rigore dei principi fondanti («tutela di tutto il patrimonio culturale, proprietà pubblica e inalienabile di parti significative di esso»). Una tradizione che va riscoperta e valorizzata anche nei suoi aspetti genealogici, riservando quindi un forte interesse per la storia della legislazione .

3. Le sue radici più prossime: la svolta paesaggista

In questa elaborazione, che già prefigura un impianto che Settis continuerà ad utilizzare anche negli anni a venire, il paesaggio non trova sostanzialmente spazio. Nel fuoco della battaglia contro le pericolose politiche tremontiane, infatti, il «patrimonio culturale» finisce di necessità con l’essere costituito essenzialmente dai beni storico-artistici. Esso tuttavia non è del tutto assente dalle preoccupazioni dell’autore, tanto è vero che nell’aprile del 2003 egli conviene pienamente con chi lo sta intervistando che «sono i nostri paesaggi la parte di patrimonio pubblico che rischia di diventare la principale vittima designata della svendita, soprattutto perché [...] è noto che la gestione diretta di un monumento non diventa mai fonte di profitto per i privati, mentrela speculazione sul territorio, magari per scopi turistici, promette ben altri guadagni ».

Detto questo, è però anche interessante notare come in questa fase Settis si opponga fermamente alle rinnovate proposte di modifica dell’articolo 9 della Costituzione tendenti a integrare il richiamo al paesaggio con uno riguardante più specificamente l’ambiente . Il suo ragionamento si basa su una preoccupazione molto pratica, quella cioè di impedire che l’introduzione di finalità attorno alle quali nel corso degli anni si è creata una fortissima concorrenza tra Stato e Regioni finisca con l’indebolire irrimediabilmente l’efficacia dell’articolo stesso, tanto più che finora la Corte Costituzionale ha finito sempre col riconoscere la competenza preminente dello Stato in materia di paesaggio. E, osservata più da vicino l’origine di alcune delle proposte di integrazione, si tratta molto probabilmente di una preoccupazione giustificata. Ma non è difficile vedere tra le righe dell’articolo una sottile diffidenza verso le varie accezioni di ambiente e una tendenza a subordinarle strategicamente al concetto di paesaggio e al suo retroterra anzitutto patrimoniale e cultural-identitario. 

Come che sia, il periodo successivo alla citata intervista a Settis del 2003 è segnato dall’adozione (2004) del Codice dei beni culturali e del paesaggio e dalle sue importanti modifiche del marzo 2006 e del marzo 2008. Tutti provvedimenti che devono molto al contributo dello stesso Settis divenuto anzi dal 2007, per volere di Francesco Rutelli, presidente del Consiglio Superiore dei Beni culturali e paesaggistici. Ma, come si è già accennato, questi sono anche gli anni in cui grazie all’assestamento dell’egemonia politico-culturale berlusconiana la deregulation urbanistica fa grandi passi in avanti fino a sfociare nel devastante quanto emblematico «Piano casa» mentre sul versante opposto si assiste a un ritorno di sensibilità diffusa e di mobilitazione per la salvaguardia del paesaggio e del territorio. Esemplare di questo ritorno appare in particolare la nascita di uno strumento telematico agile e reattivo ma al tempo stesso polivalente e articolato come il sito web eddyburg curato a partire dal 2003 su base volontaria da Edoardo Salzano con l’ausilio di una ramificata rete di collaboratori tra cui spiccano in particolare Maria Pia Guermandi, Vezio De Lucia, Paolo Berdini, Piero Bevilacqua e Lodo Meneghetti. Molti altri esempi potrebbero tuttavia essere fruttuosamente citati, e Settis stesso avrà modo di farlo generosamente in Paesaggio Costituzione cemento . È proprio in questa temperie che il campo visuale di Settis si allarga progressivamente fino ad attribuire alla questione del paesaggio una centralità che nel 2003 era chiaramente enunciata ma non ancora praticata . 

Nel corso del 2007, investito dalla responsabilità della presidenza del Consiglio Superiore e dell’opera di revisione del Codice dei beni culturali e del paesaggio, Settis inizia a replicare per il paesaggio lo schema operativo che era stato alla base di Patrimonio S.p.A.: un’analisi al contempo di grande respiro e di grande dettaglio finalizzata all’intervento diretto che si fa pienamente carico dell’intera storia italiana delle politiche di tutela. 

Questa impostazione è già ben delineata in un articolo del 2007 su la Repubblica che contiene in embrione tutto lo sviluppo argomentativo di Paesaggio Costituzione cemento . Come nel caso di Patrimonio S.p.A., tuttavia, la spinta ad andare oltre la denuncia estemporanea viene da un repentino aggravarsi della situazione. Tra la fine del 2001 e la primavera del 2002 il casus belli era stato il già citato uno-due a firma Tremonti costituito dall’articolo 33 della Legge Finanziaria 2002 e dal decreto del 15.4.2002 che istituiva la Patrimonio S.p.A., due contestatissime misure che andavano nella direzione di una sostanziale privatizzazione del patrimonio storico-artistico italiano negando così una secolare tradizione di tutela. 

A partire dalla primavera del 2009 lo sprone ad agire è dato dal varo del citato «Piano casa» voluto da Berlusconi, un provvedimento «per il rilancio dell’economia attraverso la ripresa delle attività imprenditoriali edili» che consente di aggirare i vincoli, le misure di pianificazione e di tutela e persino le semplici autorizzazioni normalmente vigenti nel caso si intenda ampliare o ricostruire un edificio. Il «Piano», sia nella sua prima che nella seconda versione contiene anche misure di depenalizzazione degli illeciti e svuota di fatto i poteri delle Soprintendenze. Scrive a caldo Settis: «Questa bozza di legge è un condono ex ante, anzi non solo legittima e depenalizza, ma incoraggia ciò che fino ad oggi è reato, consegnando città e paesaggio dell’intero Paese al partito del cemento, al saccheggio di speculatori senza scrupoli, devastando senza rimedio borghi e campagne, persino lo skyline delle nostre città .
È nel fuoco di questo virulento attacco governativo al patrimonio paesaggistico, al territorio e all’ambiente ,al quale peraltro quasi tutte le Regioni mostrano di volersi associare senza particolari remore, che Settis decide di redigere «un piccolo libro di battaglia sulla tutela del paesaggio» .

4. Un ampio «cuore» storico e la sua funzione

Il risultato, che appare nelle librerie all’inizio di dicembre 2010, non è un «piccolo libro» bensì un denso volume di oltre 300 pagine organizzato in sette capitoli. I primi due fanno un giro d’orizzonte sulla situazione attuale del paesaggio italiano, sia dal punto di vista materiale che da quello politico-culturale, istituzionale e legislativo. L’ultimo richiama alle ragioni e alla necessità della partecipazione popolare, a partire dai contesti locali e dall’azione di base, alla tutela del paesaggio. I quattro capitoli centrali costituiscono invece un’ampia e approfondita ricognizione sulla vicenda della tradizione italiana della tutela del patrimonio a partire dai comuni medievali fino alle grandi tappe della legislazione novecentesca. La lunga narrazione storica non è esornativa, ma – esattamente come in Italia S.p.A. – serve a dimostrare che nel nostro Paese la richiesta di tutelare con attenzione il patrimonio non è una stravaganza di minoranze passatiste e un po’ snob, ma è al contrario l’espressione di una consapevolezza di lunga durata dell’eccezionalità del nostro patrimonio che ha trovato il modo di incarnarsi in una tradizione legislativa che ha saputo in più occasioni essere all’avanguardia nel mondo. Nel terzo capitolo vengono ripercorse le grandi tappe della tutela dei beni culturali in Italia, dalle concrete misure di tutela adottate dal medioevo sino alla metà dell’Ottocento all’affermazione settecentesca delle idee di patrimonio e di museo, dall’elaborazione di concetti cruciali come il concetto di pubblica utilità – di ascendenza romana – all’invenzione di strumenti operativi come il catalogo dei beni da tutelare. 

Quello che Settis illustra è un percorso segnato da profonde anche se non sempre consapevoli continuità e da un linguaggio condiviso nel tempo e nello spazio. Tale percorso finisce col delineare una tradizione italiana della tutela, cronologicamente antecedente a tutte le altre e per molti aspetti tra le più avanzate. Tale tradizione trova però i primi ostacoli al suo pieno dispiegamento proprio al momento dell’unificazione nazionale, per la difficoltà ad armonizzare le legislazioni preunitarie, per l’arretratezza concettuale e operativa del Regno di Sardegna e per le saldissime convinzioni liberiste delle prime élites unitarie. La stasi in questo campo dura fino ai primi anni del Novecento quando, in modo estremamente esitante e faticoso, viene dapprima emanata una legge-quadro (1902) che lascia ampi varchi all’arbitrio dei proprietari privati e successivamente una legge più organica e restrittiva (1909), «vero atto di nascita della disciplina nazionale italiana della tutela» e madre di tutti i provvedimenti successivi, fino ad oggi. Oltre a questa primogenitura la legge del 1909 ha altri due aspetti interessanti. Il primo è che essa afferma in modo chiaro la preminenza del principio di pubblico interesse rispetto alla proprietà privata nel campo delle antichità e delle belle arti, anche se poi non passa in parlamento l’essenziale principio complementare dell’azione popolare. 

Il secondo aspetto è costituito dal fatto che la legge è frutto del lavoro di un gruppo di funzionari, politici e giuristi emerso negli anni immediatamente precedenti (Rava, Ricci, Rosadi, Bernabei, Parpagliolo) e che forgerà tutte le politiche italiane di tutela dei due decenni successivi.
Questo lungo excursus sulla tradizione italiana della tutela dei beni culturali – spiega Settis – non è una divagazione. L’idea che il paesaggio costituisca un tassello cruciale del patrimonio nazionale e i principi della sua tutela – confermati in tutte le leggi successive e nella Costituzione stessa – si affermano infatti in quegli stessi anni di primo Novecento, ad opera degli stessi personaggi, aderendo alla tradizione italiana della tutela e in un rapporto intimo con i provvedimenti riguardanti il patrimonio culturale. È lì, insomma, che secondo Settis vanno ricercate la filosofia e le radici storiche della cultura e della legislazione paesaggistiche italiane che attraversano il Novecento arrivando fino ai nostri giorni. Da lì, e seguendo la stessa ispirazione, si dipanano la legge del 1922 sulle bellezze naturali, quindi il riordino legislativo voluto da Bottai tra la seconda metà degli anni trenta e i primi anni quaranta e infine il cruciale riconoscimento della tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico nazionale tra i principi fondamentali della Costituzione. I tre capitoli che seguono sono di conseguenza dedicati a ricostruire la vicenda della legislazione italiana della tutela del paesaggio, dalla comparsa in Italia delle prime preoccupazioni ambientaliste, a cavallo tra Otto e Novecento, fino agli aggiornamenti del 2008 al Codice dei beni culturali e del paesaggio. Anche qui Settis raccoglie e intreccia in un’unica narrazione diversi filoni di ricerca per mostrare come a un buon punto di partenza – le leggi del 1922 e del 1939 – siano seguiti esiti disomogenei, a volte caratterizzati da competenza e lungimiranza ma più spesso da approssimazione e miopia. Ciò che secondo Settis caratterizza questi cento anni è un conflitto permanente tra la volontà di affermare principi di tutela chiari e di renderli operativi in modo efficace e una tendenza opposta a rendere quanto più inoffensiva possibile la tutela stessa. 

La prima tendenza si è espressa chiaramente nella redazione dell’articolo 9 della Costituzione, nella Legge Galasso del 1985, in una serie di pronunciamenti della Corte costituzionale dagli anni settanta in poi e nel Codice del 2004 con le sue revisioni successive; la seconda ha trovato espressione anzitutto nel mancato raccordo tra la legge sulle bellezze naturali del 1939 e la legge urbanistica del 1942 e successivamente nell’applicazione parziale della stessa legge del 1939, nella mancata approvazione della riforma Sullo e nell’ingarbugliata e compromissoria devoluzione di competenze alle Regioni dopo il 1970, il tutto mentre alle classi dirigenti italiane mancava – salvo rare eccezioni – un’idea alta della tutela e un respiro progettuale moderno al riguardo. Negli ultimi dieci anni il conflitto si è se possibile inasprito ulteriormente giungendo a esiti schizofrenici come la parallela promulgazione del Codice dei beni culturali e del paesaggio, la proposta di riforma urbanistica Lupi e l’avvio del Piano casa di Berlusconi. Questa dialettica è illustrata da Settis grazie a una narrazione di grande dettaglio sostenuta da una visione coerente dei soggetti e degli interessi in campo, delle ricorrenze e delle novità e delle concrete conseguenze di ciascun atto.

5. Un’operazione concettuale forte, con qualche assolutizzazione e torsione interpretativa
L’operazione che sottende la narrazione è chiara e ambiziosa: dare piena legittimità a un robusto regime di tutela radicandolo da un lato nella necessità di salvare il salvabile in un Paese di immense ricchezze devastato dalla rapacità e dall’incuria e dall’altro in una grande tradizione nazionale di cura del bene pubblico che dal medioevo arriva al Codice passando per la pietra angolare dell’articolo 9 della Costituzione.

Scrive Settis: «L’antico modello della conservazione contestuale del patrimonio culturale nel suo intimo legame col paesaggio potrà ritrovare lo smalto e lo slancio richiesto dalle drammatiche circostanze che viviamo e dalla nostra responsabilità verso le generazioni future solo se sapremo misurarci con nuove domande e nuove tensioni senza perdere la nostra memoria storica e istituzionale. È necessario saper innescare due processi culturali: il primo, del quale ho parlato, è la piena consapevolezza storico-istituzionale della funzione civile e sociale della tutela del patrimonio [e del paesaggio]. Il secondo processo [...] è la piena reintegrazione dei temi della tutela sulla frontiera dei grandi sviluppi culturali del nostro tempo .

La sfida di Settis – e date queste premesse non può essere diversamente – passa per un largo e attento uso della ricerca storiografica, facendo confluire e portando a sintesi più filoni di studi: quello sulle legislazioni preunitarie, quello riguardante le politiche patrimoniali nei Paesi stranieri e in particolare in Francia, quello più recente riguardante la fissazione del canone legislativo italiano nei primi quaranta anni del Novecento, quello sulla genesi della Costituzione, sull’architettura dei suoi articoli e sulle sue successive interpretazioni, e infine quello sulle problematiche relative alla ripartizione delle competenze tra organi centrali dello Stato e autonomie locali. In qualche caso, infine, Settis fa personalmente ricorso all’archivio nei casi in cui la letteratura non offra i raccordi logici e narrativi a lui necessari. La conseguenza è che i quattro capitoli centrali finiscono col configurarsi come un vero e proprio manuale di storia della tutela italiana del patrimonio dal medioevo ai giorni nostri. Poiché – com’è del resto giusto in un «libro di battaglia» – gli assunti teorici e politici di Paesaggio Costituzione cemento sono molto forti, Settis adotta qui e là delle assolutizzazioni e imprime delle torsioni analitiche che pongono dei problemi e meritano una discussione dalla quale possono derivare spunti per ulteriori ricerche e proposte politiche.

6. La nozione di paesaggio e la sua lunga crisi

Un primo problema è dato dalla scelta di assolutizzare i valori della publica utilitas, del patrimonio, del decoro nazionale o quantomeno di attribuire loro una continuità storica tale da porli in una sorta di dimensione separata, scarsamente permeabile dai processi culturali e sociali.

I motivi di una scelta del genere si comprendono bene, e possono anche essere condivisi: è giusto invocare e difendere tali valori mostrandone l’antichità, il loro sistematico ripresentarsi nella storia italiana, la ricchezza di senso che hanno saputo via via sprigionare e le opere, materiali e morali, che hanno saputo generare. È giusto e opportuno dimostrare come proprio nella nostra Penisola essi abbiano dato vita a esperienze legislative e amministrative pionieristiche e abbiano saputo creare approcci più attenti che in altri Paesi. È questa, lo abbiamo già sottolineato, la via maestra per dimostrare che non si sta parlando di ubbie di élites passatiste ma al contrario di questioni vitali per il presente e il futuro del Paese. Ma per conoscere e combattere meglio le contraddizioni e le debolezze della tutela italiana è necessario analizzare anche il contesto in cui i suoi valori sono nati e si sono consolidati e la loro evoluzione recente, tanto più in una società che ha sempre mostrato una grande resistenza a riconoscerli e a farli propri. Senza volersi addentrare in una – pur legittima – decostruzione di taglio etnografico delle categorie patrimoniali è opportuno anzitutto sottolineare come accanto alla storia italiana della publica utilitas, del patrimonio e del decoro nazionale andrebbe ricostruita la storia di tutto ciò che nel nostro Paese ha nel tempo congiurato in direzione opposta, dal particulare guicciardiniano al tetragono laissez faire postunitario sino alla proclamazione berlusconiana dei «padroni in casa propria». 


Per quanto riguarda l’atteggiamento degli italiani verso la natura, ad esempio, va dato merito a Piero Bevilacqua di aver tentato un abbozzo di analisi strutturale e di lungo periodo che desse conto anche di sentimenti radicati come l’indifferenza e l’ostilità   L’utilità di un’analisi del genere per quanto riguarda il patrimonio artistico, monumentale e urbanistico non sarebbe certo inferiore. È tuttavia possibile tentare anche un elenco, per quanto sommario e provvisorio, di elementi di non così lunga durata, più «congiunturali». Un colpo estremamente serio alla legittimazione pubblica delle politiche patrimoniali è venuto ad esempio dal declino delle culture nazionaliste. Le ideologie adottate dalle borghesie ottocentesche nell’ambito dei vari processi di nation building e le pedagogie popolari che ne erano derivate avevano costituito il perno attorno al quale erano state costruite le politiche patrimoniali, non solo nel campo dei beni storico-artistici ma nella maggior parte dei casi anche nel campo dei beni paesaggistici e ambientali . 

Dopo il 1945 il nazionalismo viene considerato – non a torto – responsabile diretto tanto delle due guerre mondiali quanto della crisi economica degli anni trenta e delle dittature fasciste cosicché le culture politiche predominanti in Europa tendono a ripudiarlo per abbracciare una visione cooperativa e universalista , in armonia peraltro con lo spirito che anima la neonata Organizzazione delle Nazioni Unite e che animerà le sue successive dichiarazioni, a partire da quella universale dei diritti dell’uomo approvata nel 1948.

Per quanto il sentimento di appartenenza nazionale non scompaia né nelle retoriche istituzionali né nella sensibilità popolare, la sottolineatura dell’unicità del proprio Paese e del suo destino storico e il forte richiamo alla conservazione dell’identità nazionale si affievoliscono sensibilmente. La centralità della tradizione, il culto di una identità basata su un patrimonio collettivo proveniente da un tempo remoto vengono progressivamente corrosi e resi marginali dalla crescente centralità simbolica del consumo e soprattutto dei consumi più moderni, cioè più innovativi e a maggior contenuto tecnologico .
Grazie alla rapida crescita del dopoguerra si verificano inoltre in molti Paesi europei profonde trasformazioni economiche che sconvolgono e in qualche caso cancellano gerarchie spaziali, sociali e culturali consolidatesi nel corso dell’Ottocento e della prima metà del Novecento ; anche questi cambiamenti fanno sentire il loro peso su una concezione del patrimonio che era nata all’interno di una sensibilità alto-borghese e che della borghesia rifletteva cultura e ideali .

Nel fuoco di tutte queste trasformazioni la legittimazione sociale di alcuni dei pilastri su cui era stata fondata la moderna idea di patrimonio (storico-artistico o ambientale che fosse) si indebolisce, la loro visibilità si appanna cosicché la necessità stessa della tutela finisce in molti casi per smarrirsi. Tanto più in un Paese come l’Italia, dall’identità nazionale tarda, incompiuta e sempre fragile. 

Ancor più congiunturali, per così dire, sono alcuni fattori di crisi entrati in gioco più recentemente. Quello che Settis definisce ad esempio l’«appiattimento sui livelli più bassi delle culture sociali» è stato un processo che ha trovato forse proprio in Italia la sua consacrazione più alta grazie al berlusconismo , con riflessi culturali e istituzionali di grande portata. Né possono essere sottovalutati i riflessi di un processo molto più onnipervasivo come la progressiva affermazione delle politiche neoliberiste, avviatosi alla metà degli anni settanta e che proprio con la crisi economica iniziata nel 2008 sta dispiegandosi pienamente. Tali politiche tendono a svuotare quasi completamente – se non completamente – l’intervento pubblico non soltanto nel campo dei settori economici direttamente produttivi ma anche nel campo del welfare, della formazione, della cultura, delle infrastrutture, perseguendo al contempo la privatizzazione di gran parte dei servizi tradizionalmente esercitati dal pubblico, la drastica riduzione del carico fiscale, il controllo diretto da parte delle imprese di settori chiave delle istituzioni e una sorta di spietato darwinismo economico prima ancora che sociale per cui tutto ciò che non è in grado di stare sul mercato con le gambe proprie deve senz’altro scomparire.
Quanto Settis denunciava nel 2002 in Italia S. p. A. non era altro che una manifestazione italiana dell’affermazione di questo paradigma planetario . Ma non basta. Il dilagare pressoché incontrastato del paradigma e delle pratiche neoliberiste è al tempo stesso effetto e causa di un progressivo indebolimento della sovranità politica nazionale incarnata dalle assemblee elettive, un fenomeno che ha finito a sua volta col mettere in crisi la funzione e il funzionamento dei partiti politici di massa, grandi protagonisti dell’era keynesiana. Il progressivo ridursi dei partiti a veicoli di ristretti gruppi di interesse, la rinuncia ad essere strumenti di organizzazione e di educazione popolare e la loro perdita di orizzonte progettuale sono tutti fenomeni che pongono un’ulteriore ipoteca sulla possibilità di realizzare politiche di tutela efficace e di immaginarne di innovative.

7. Quale conflitto tra paesaggio e ambiente?

Gran parte dei fattori di crisi appena elencati non vengono presi in considerazione da Settis, che dedica invece ampio spazio a un fenomeno che ha avuto anch’esso un grande peso nel rimettere in discussione il concetto di paesaggio e l’impianto teorico delle politiche italiane di tutela affermatesi negli anni 1905-48: l’emergere, dalla metà degli anni sessanta in poi, dell’ambientalismo e del concetto di ambiente. Settis non nega l’estrema rilevanza della questione ambientale, quali che siano i contorni e i contenuti che le si vogliano attribuire, ma in vari punti del testo emerge una sua larvata sottovalutazione e un senso di disagio nei suoi confronti che avevamo già intravisto nell’ostilità del 2003 all’integrazione dell’articolo 9 della Costituzione. Questo disagio finisce involontariamente col trasparire già nel lessico, quando Settis – proprio in apertura del capitolo riguardante i rapporti tra paesaggio, territorio e ambiente – si lascia sfuggire che l’endemico conflitto di competenze tra Stato e Regioni «non è il solo nemico del nostro paesaggio» perché ad esso vanno aggiunti «il progressivo emergere della nozione di “ambiente” e, in anni più recenti, il rapporto fra la normativa italiana e la Convenzione europea sul paesaggio» . In un senso molto specifico Settis ha certamente ragione, e ne ha forse ancor più di quanto egli stesso non riesca a vedere. È ben vero che nella temperie politica e culturale degli anni sessanta-settanta la nozione «quantitativa» di ambiente finisce col riscuotere un successo molto maggiore di quella «di per sé essenzialmente qualitativa» di paesaggio fino alla tentazione di sussumere la seconda all’interno della prima, ma per ragioni che non hanno a che vedere con una pretesa «imperialista» degli ambientalisti e solo in qualche sporadico caso con la volontà delle Regioni di aggirare il controllo statale mediante il grimaldello di una nozione giuridicamente non ancora ben definita. 

Coerentemente con quest’ultima lettura Settis dedica ampio spazio a una vicenda che nella realtà ebbe tutto sommato scarsa rilevanza, cioè la presentazione nel 1973 della relazione Tecneco (gruppo Eni) sulla situazione ambientale del Paese. In quell’occasione si sarebbe verificata secondo Settis una «sotterranea, inconfessata convergenza Eni-Pci» affinché «la nuova nozione di “ambiente”, proprio perché ancora indeterminata e senza un contenuto giuridico definito, potesse funzionare come una sorta di magnete, annettendosi di fatto […] le materie dell’art. 9 Cost. (paesaggio e beni culturali)» .
La conclusione è, se possibile, ancor più drastica: «La nozione giuridica di «ambiente», ancora in formazione, venne dunque intesa allora come il grimaldello col quale si potesse forzare la magica porta oltre la quale «territorio» e «urbanistica», diventati tutt’uno, potessero di fatto ingoiare il «paesaggio» senza nemmeno dirlo esplicitamente». 

Nell’ampia discussione della relazione Tecneco, relazione che non ebbe peraltro alcun seguito, Settis sottolinea a più riprese il misconoscimento dell’articolo 9 della Costituzione attribuendolo a una precisa volontà di metterlo tra parentesi, mettendo così in un angolo sia la centralità del paesaggio sia le competenze statali al riguardo. Ma la profonda crisi incontrata dalla nozione costituzionale di paesaggio tra gli anni sessanta e settanta non è ragionevolmente imputabile a una consapevole volontà annessionista del nascente ambientalismo oppure alle sole mire delle Regioni sulle attribuzioni di competenza. Come ho cercato di mostrare più sopra quella crisi aveva radici culturali ben più profonde, radici che si intrecciavano perversamente con la spinta possente, disordinata e vorace all’edificazione innescata dal miracolo economico.

8. Un caso esemplare: Antonio Cederna 1975

Una manifestazione particolarmente significativa di quella crisi è leggibile proprio in un personaggio che è stato un antesignano nel riuscire a imporre la questione della tutela del patrimonio storico-artistico e del paesaggio come grande questione politica nazionale: Antonio Cederna. Anche il giornalista lombardo partiva da una formazione archeologica; anche per lui i primi interessi nel campo della tutela hanno riguardato i beni storico-artistici; anche lui ha avuto in Italia Nostra la prima sponda associativa importante, nella quale pure ha giocato un ruolo assai significativo. Ma Cederna ha avuto anche la capacità di fare in se stesso, e con decenni di anticipo , ciò che in Paesaggio Costituzione Cemento viene considerato un passaggio strategico, ancora tutto da compiere: l’assunzione di paesaggio, territorio e ambiente in un unico orizzonte, cognitivo e politico.
Nel Cederna della metà degli anni settanta, lo stesso che contribuisce assieme a Italo Insolera e a Fulco Pratesi a un volume Mondadori sulla difesa del territorio , il giudizio sulla nozione di paesaggio e la percezione dell’adeguatezza dell’articolo 9 della Costituzione appare quasi agli antipodi rispetto al Settis di trentacinque anni dopo, nonostante gli obiettivi pratici e le aspirazioni civiche siano esattamente gli stessi. 
Tra i testi di Cederna ce n’è uno che illustra particolarmente bene i contorni del dissidio che in quegli anni opponeva la nozione di paesaggio e quella di ambiente: l’introduzione a La distruzione della natura in Italia , fortunata raccolta di articoli uscita anch’essa per i tipi di Einaudi. Qui viene affrontata – cosa all’epoca ancora piuttosto rara – una questione che negli anni seguenti verrà ripresa molte volte e che alla fine risulterà centrale nell’argomentazione di Settis: la storia, il significato e il ruolo dell’articolo 9 della Costituzione. 

Anche per Cederna il problema è individuare le radici culturali e giuridiche dello «sfacelo del Bel Paese» che vengono rinvenute non in un vuoto giuridico – come all’epoca si tendeva facilmente a pensare – bensì in una «mancanza di leggi moderne» perversamente accoppiata all’«esistenza di leggi anacronistiche». La legge «anacronistica» è qui proprio la legge Bottai del 1939, colpevole in sostanza di avere come oggetto le bellezze naturali in un’accezione in cui la «bellezza» tende a vanificare la «natura».

Scrive Cederna: «Per essa infatti le località da proteggere sono quelle che si distinguono per la loro «non comune bellezza», che «compongono un caratteristico aspetto avente valore estetico e tradizionale»; e le «bellezze panoramiche» sono considerate come «quadri naturali» da tutelare soltanto nel loro «esteriore aspetto». È cioè una legge tutta impostata su criteri esclusivamente estetici e formalistici, che par fatta apposta per favorire apprezzamenti soggettivi, quindi arbitrari e discrezionali, rendendo impossibile ogni valutazione certa. Per di più la scelta delle zone da vincolare è affidata a una commissione provinciale composta, secondo i criteri corporativi dell’epoca, da rappresentanti delle «categorie» interessate (industriali, agricoltori, commercianti), interessate cioè a tutto fuor che alla conservazione di quelle «bellezze». Ad essi viene aggiunto un «artista» (!): risultano accuratamente esclusi tutti i competenti in materia, naturalisti, ecologi, botanici, geologi, zoologi, paesaggisti, urbanisti, sociologi, ecc.»

Le conclusioni sono impietose:
«Ridotto il paesaggio a un semplice pretesto estetico, visualistico (anzi, si direbbe «voyeuristico») per pochi eletti, alla forma esterna ovvero «all’esteriore aspetto» delle cose, esso viene degradato a pura apparenza di una sostanza che viene completamente trascurata. Questa sostanza è appunto la natura, nella sua consistenza, varietà e unità: la natura con le sue leggi, i suoi delicati equilibri ecologici, i suoi cicli biologici; la natura che è fatta di vegetazione, foreste, flora, fauna, geologia, montagne, spiagge, laghi, corsi d’acqua, rocce, paludi, stagni, deserti, microrganismi, lombrichi, catene alimentari e via dicendo, complicata compagine dove tutto è strettamente collegato e interdipendente. E mentre si pretende di limitare la tutela alla sua pelle (e per di più secondo canoni di «non comune bellezza» del tutto arbitrari, ad esclusiva discrezione di funzionari, lottizzatori, avvocati e magistrati), ci si libera da qualunque considerazione circa le elementari, primarie finalità della conservazione della natura come «bene territoriale ambientale»: scientifiche, economiche, sociali, culturali, igieniche, idrogeologiche, da cui dipendono vita e sicurezza dell’uomo e delle sue opere.

Con questo siamo a una rivendicazione della possibilità di giudicare «quantitativamente», cioè in maniera relativamente oggettiva, ciò che fino a questo momento si è scelto di giudicare (e tutelare) «qualitativamente», con tutti i pericoli di soggettivismo conseguenti e con tutti i fallimenti della tutela poi puntualmente verificatisi. Non diverso è il giudizio sull’articolo 9 della Costituzione, in quanto nel corso della sua discussione è stato oltretutto eliminato qualsiasi riferimento alla stessa categoria, pur obsoleta, di «monumenti naturali» in favore del «termine vago e inafferrabile di “paesaggio”». Anche in questo caso le conclusioni sono impietose e – come si vede bene – diametralmente opposte a quelle di Settis: «Ai costituenti è dunque sfuggito completamente il significato, l’importanza del problema della conservazione della natura, le sue implicazioni urbanistiche e sociali, i suoi rapporti con la salute pubblica, l’impiego del tempo libero, la sicurezza del suolo.»

Alla luce della sua parabola di saggista e di figura civicamente impegnata sarebbe fuori luogo imputare ad Antonio Cederna un ambientalismo «imperialista», ignaro o incurante del valore dei beni storico-artistici e paesaggistici; tanto meno è proponibile pensarlo come simpatizzante delle accese rivendicazioni regionaliste degli anni settanta. Semmai il contrario. 

Ciò che vediamo all’opera in queste sue pagine del 1975 è in realtà l’adesione a un preciso e diffuso «spirito dei tempi», cioè al successo globale di una cultura ambientalista che a partire dal secondo dopoguerra ha spostato progressivamente l’accento da una visione anzitutto estetica e patrimoniale della natura a una incentrata – alternativamente o contemporaneamente – sulla salvaguardia della biodiversità oppure delle risorse naturali . Ho sottolineato altrove come la visione di Cederna peccasse di ingenerosità e – ciò ch’è peggio – di un certo anacronismo nella sua condanna della legge Bottai e dell’articolo 9, ma nel giudicarla sarebbe paradossale cadere oggi nel medesimo errore. La visione dominante alla metà degli anni settanta tra i fautori della tutela era in effetti quella espressa da Cederna e per quanto la richiesta di integrare paesaggio, territorio e ambiente apparisse allora come oggi inaggirabile, l’accento finiva comprensibilmente col battere su uno strumento concettuale – l’ambiente – che si presentava profondamente innovativo e dotato di grandi capacità euristiche. Se, d’altro canto, Settis è oggi in grado di postulare una centralità strategica e una perfetta compiutezza dell’articolo 9 della Costituzione, non è in virtù di sue caratteristiche intrinseche e costantemente riconosciute nel corso della storia repubblicana bensì grazie a sviluppi culturali e giurisprudenziali piuttosto recenti. Quando Cederna punta il dito contro la genericità e la limitatezza – e di conseguenza contro la debolezza operativa – dell’articolo 9 si è infatti in un’epoca in cui tale disposizione gode di scarsa popolarità tra gli stessi giuristi proprio per i motivi indicati da Cederna , e un primo recupero del suo valore si verifica solo nello stesso 1975 – e solo a livello di teoria – grazie alla lettura datane da Fabio Merusi nel Commentario della Costituzione curato da Giuseppe Branca .

9. Il nodo più problematico: la ricomposizione di paesaggio, territorio e ambiente

Questa illustrazione dei modi opposti con cui due grandi paladini della tutela hanno considerato a distanza di trentacinque anni la costruzione novecentesca italiana della tutela del paesaggio e l’articolo 9 della Costituzione serve a indicare in che senso la densa e impegnata sintesi di Settis possa e debba essere considerata tanto un punto di arrivo quanto un punto di partenza. 

Settis ha costruito con lucidità e competenza una traiettoria storica della tutela italiana del paesaggio, indicandone i punti di forza e le debolezze, i successi e i fallimenti, le sue straordinarie potenzialità attuali; ha sottolineato energicamente la necessità di superare i conflitti di competenza tra articolazioni centrali e locali dello Stato; ha invocato un capillare e deciso intervento dal basso, sia a livello locale che nazionale, come strada maestra per invertire una rotta catastrofica che i partiti politici e le amministrazioni centrali e locali non sembrano più in grado di correggere. Un nodo che invece Settis più volte e giustamente richiama ma che pare estremamente difficile da sciogliere è quello del superamento del divorzio concettuale e istituzionale tra paesaggio, territorio e ambiente. Un divorzio non necessario dal punto di vista teorico e anzi per molti aspetti ingiustificato , ma che è stato costantemente alimentato da tenaci miopie disciplinari, magari involontarie, e dai conflitti di competenza tra istituzioni pubbliche che individuavano nell’uno o nell’altro termine uno strumento di difesa delle proprie prerogative. 

Nonostante, come si è visto, anche Settis corra qua e là il rischio di confinarsi in un’ottica ristretta derivante dalla specificità della sua formazione, i suoi richiami alla ricostituzione di un nesso saldo e non gerarchico tra paesaggio, territorio e ambiente appaiono appassionati e ben motivati. Settis mostra come diverse sentenze della Corte Costituzionale, e in particolare tre del 1987, abbiano prodotto una interpretazione della nozione costituzionale di «paesaggio» che va molto oltre il significato originario e riesce a comprendere in sé la tutela ambientale e quella della salute, facendo anche di questi obiettivi dei «valori costituzionali primari e assoluti» . Nel testo di Settis ritorna più volte anche il richiamo all’insegnamento di Giovanni Urbani, a lungo direttore dell’Istituto Italiano del Restauro e solitario sostenitore già dagli anni ottanta della necessità di ricondurre a un unico ministero tutte le competenze riguardanti beni culturali, paesaggio e ambiente proprio al fine di combattere «il già troppo confuso intreccio di poteri e competenze dei vari organi dello Stato aventi giurisdizione su materie affini o complementari» . 

Una soluzione, questa, che anche a Settis sembra tanto ideale quanto di estrema difficoltà se non impossibile di fronte alla «giungla delle norme» che avviluppa il settore. L’attribuzione a un unico organismo di tutte le competenze riguardanti beni culturali, paesaggio e ambiente avrebbe potuto probabilmente porre un argine efficace «alla cannibalizzazione del territorio» e forse potrebbe fare ancora molto per ridimensionarla. Se ciò non è avvenuto non è però solo per calcoli di bottega o per faciloneria, come ipotizza Settis illustrando il processo di istituzione di nuovi ministeri dai primi anni settanta in poi. 

Il «balletto delle etichette», la «danza di musical chairs» , che ha portato dal 1973 in poi a una sorta di stravolgimento permanente delle competenze ministeriali, con scissioni, riaccorpamenti, sparizioni e ricomparse di materie e oggetti, ha avuto effetti paradossali e ha contribuito notevolmente alla costruzione di quella «giungla normativa» che paralizza oggi la tutela, ma non è stato solo un caso italiano né era facilmente evitabile. Se si mette infatti a confronto il processo italiano di «ministerializzazione» dei beni culturali e dell’ambiente come descritto da Settis con quello degli altri Paesi europei, ci si rende facilmente conto che la stabilità di denominazioni e competenze non è stata affatto la regola.
Solo Germania, Svezia, Norvegia, Finlandia e Danimarca, Olanda e Svizzera hanno avuto negli ultimi decenni un ministero dedicato alle questioni ambientali che non ha mai mutato denominazioni né competenze. In Gran Bretagna il ministero dell’ambiente più antico d’Europa (1970) è stato accorpato dal 1997 dapprima con i trasporti e successivamente con l’agricoltura, subendo con Cameron lo scorporo delle questioni energetiche e del cambiamento climatico.
In Spagna dopo un’iniziale fase in cui esisteva un ministero dedicato (1996-2008) le competenze ambientali sono state accorpate nel ministero dell’agricoltura. In Austria l’ambiente è stato volta a volta solo o associato alle materie più eterogenee, come gioventù, famiglia, agricoltura, turismo, eccetera. Ma il caso di maggior erraticità, di fronte al quale il caso italiano finisce con l’impallidire è quello della Francia . Qui dal 1972 l’ambiente si è presentato nelle compagini governative in una quindicina di configurazioni diverse: da solo come «environnement»; da solo come «ecologie et developpement durable»; totalmente assente, sia pure per un brevissimo periodo; associato al «cadre de vie»; associato alla «qualité de la vie»; associato alla cultura; associato all’«amenagement du territoire»; associato ai trasporti e al «logement»; associato all’«equipement», al «logement» e all’«amenagement du territoire». Come se ciò non bastasse in alcuni casi si è trattato di ministeri a pieno titolo, in altri di «ministeres delegués», in altri di semplici sottosegretariati. 

Da questa sommaria comparazione si evincono due o tre circostanze importanti. La prima circostanza è data dal fatto che la tendenza a istituire ministeri dedicati del tutto o in parte all’ambiente è pressoché universale e deriva da quello «spirito dei tempi» cui si è fatto cenno parlando di Antonio Cederna. Durante una prima ondata 1970-1973 vengono infatti creati ministeri per l’ambiente in Gran Bretagna, Danimarca, Norvegia, Francia, Austria e Italia mentre nel corso di una seconda ondata degli anni 1982-88 essi vengono creati in Olanda, Finlandia, Germania, Svezia e Svizzera. Ritenere, come fa Settis, che siccome l’Italia degli anni settanta disponeva già di un ministero dei Beni culturali con competenze sul paesaggio si sarebbe potuto e dovuto, per motivi di razionalità gestionale, evitare la creazione di un ministero dell’Ambiente esprime un’aspirazione tanto generosa quanto poco fondata storicamente.
Ma anche l’intimo legame tra beni culturali, paesaggio e ambiente che tale scelta avrebbe presupposto è stato riconosciuto in Europa assai di rado . Nelle competenze ministeriali dei vari Paesi europei l’ambiente, quando non era solo, è stato infatti associato molto spesso alle infrastrutture, ai trasporti, all’urbanistica, alle politiche della casa, abbastanza spesso all’agricoltura, alle foreste, ai consumi alimentari, più di rado alla salute e all’energia. Solo in Francia e per periodi molto brevi esso è stato associato alla cultura. Questo ampio ventaglio di soluzioni, che sarebbe irrealistico immaginare come legate esclusivamente ad alchimie burocratiche o partitiche, può essere considerato oltretutto un buon rivelatore della multidimensionalità della questione ambientale che è al contempo tutela della biodiversità, tutela del patrimonio storico-artistico e paesaggistico, tutela del suolo, dell’aria e dell’acqua, tutela della salute, tutela della qualità della vita anche nella sua dimensione estetica e spirituale, razionale gestione delle risorse naturali e del territorio.

Sono, come si vede, dimensioni assai diverse tra loro, che richiedono competenze e sensibilità estremamente variegate, che rimandano alla necessità di scelte politiche caratterizzate da livelli di radicalità molto diversi. A ciò si aggiunga che l’esistenza dell’ambientalismo diffuso nelle forme che ha preso in Occidente dagli anni sessanta in poi fa in modo che tutte le scelte adottate in questo campo si carichino di connotazioni etiche e politiche di grande spessore, che rendono estremamente difficile una loro riduzione a una dimensione puramente tecnica. Se è quindi sicuramente vero quanto scrive Settis che esiste un’unità profonda tra le nozioni di paesaggio, territorio e ambiente e che essa deve essere affermata con forza anche sul piano scientifico e giuridico-istituzionale, è altrettanto vero che tale ricomposizione non si impone da sola ma richiede uno straordinario sforzo cognitivo e più ancora di immaginazione politica. Pensare insieme le tante dimensioni della nozione di ambiente, pensare insieme le nozioni di paesaggio, di territorio e di ambiente dal punto di vista scientifico vuol dire rimettere in discussione la rigidità dei paradigmi disciplinari e dei confini che li separano; dal punto di vista politico vuol dire essere capaci di immaginare un tipo di società diversa dall’attuale, che abbia al centro i bisogni e i diritti dei cittadini, una democrazia ampia e trasparente, processi decisionali tarati su prospettive temporali lunghe, una sofisticata varietà di valori condivisi; dal punto di vista istituzionale vuol dire saper progettare organi di amministrazione della cosa pubblica tenendo fuori dalla porta le grandi e piccole incrostazioni di potere che generano quegli infiniti conflitti di competenza che tanti danni hanno fatto e fanno in Italia. E tutto questo non solo rinunciando a qualsiasi pretesa consapevolmente imperialista, ma cercando anche di mettere da parte la spontanea tendenza a sussumere la questione ambientale nei termini di una sola delle sue dimensioni .

10. Uno stimolo a proseguire

Per quanto – come si è cercato di argomentare – la lettura che Settis fa della parabola italiana della tutela del paesaggio possa porre qualche problema, la proposta contenuta nel capitolo finale appare del tutto adeguata ai tempi, cioè tutt’altro che obsoleta o passatista . Tale proposta si struttura infatti su due assi complementari: da un lato la rilettura dei concetti di patrimonio e di publica utilitas alla luce del concetto – estremamente attuale – di bene comune e da un altro lato la rilettura dell’altrettanto importante concetto di azione popolare alla luce dei concetti di mente/ conoscenza/azione locale. Ciò che viene qui chiamato in gioco non è più qualcosa che ha a che fare con la nazione e la sua grandezza, oppure solo con la salvaguardia di valori culturali di eccellenza, bensì la qualità della vita, la qualità del legame sociale e la riaffermazione e il rilancio del valore dell’autogoverno, cioè della democrazia. A partire da queste grandi domande sociali Paesaggio Costituzione Cemento ci invita dunque a rileggere in modo più approfondito e meditato non solo la storia italiana della tutela del patrimonio storico-artistico e paesaggistico, ma anche la storia concreta del paesaggio, del territorio e della città italiani, la storia delle trasformazioni culturali dell’ultimo secolo e le complesse, spesso contraddittorie articolazioni tra territorio, ambiente e paesaggio nell’epoca repubblicana. Si tratta di compiti sicuramente molto impegnativi ma imprescindibili se si intende fare, sulla scia di Settis, della ricerca storica uno strumento di crescita civile.

Qui puoi scaricare il testo (in bozza) con note

Vedi, a proposito dell'ultimo libro di Settis, la recensione di Dino Piovan. 
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