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23M 2019: una marcia rivoluzionaria

23M 2019: una marcia rivoluzionaria
Il 23 marzo 2019 anche eddyburg si unisce alle migliaia di persone che scenderanno in strada per le vie e le piazze di Roma in una grande Marcia per il clima, contro le grandi opere inutili e per una giustizia ambientale. Ancora una volta sono i movimenti, i comitati, gli abitanti a rivendicare le ragioni per una rivoluzione del sistema, del modello di sviluppo in assenza di una sintesi politica capace di cogliere la svolta radicale necessaria per coniugare la salute, il benessere sociale, la salvaguardia del nostro pianeta terra e delle specie che lo abitano e i diritti umani. (i.b)

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venerdì 11 gennaio 2013

Un fantasma si aggira per l'Europarlamento


Le questioni, gira e rigira, sono sempre le stesse: il capitalismo è l'unico sistema economico pensabile?  Il lavoro è una merce  (divenuta inutile) oppure  un diritto/dovere sociale? C'è chi risponde:  siamo concreti,cominciamo col rivendicare il salario minimo garantito. Il manifesto, 11 gennaio 2013. 

«Bisogna ritrovare la dimensione sociale, con misure come il salario minimo, altrimenti perderemmo credibilità e approvazione della classe operaia, per dirla con Marx».  pochi giorni dalla conclusione del suo lungo mandato di presidente dell'eurogruppo, il lussemburghese Jean-Claude Juncker, 59 anni, cristiano-popolare, uno della vecchia guardia della Ue, si è permesso il lusso di fare un riferimento a Karl Marx. Di fronte all'europarlamento, ha ricordato che è necessario ritrovare «la dimensione sociale dell'Unione economica e monetaria» e ha suggerito di estendere a tutti i paesi della zona euro l'istituzione del salario minimo, «altrimenti perderemo credibilità e sostegno da parte dei lavoratori, per dirla con Marx».

Ha sottolineato che nella zona euro c'è una «tragedia della disoccupazione che stiamo sottovalutando»: gli ultimi dati di Eurostat (relativi a novembre 2012) rivelano un nuovo record di senza lavoro, all'11,8% come media nei 17 paesi euro, con punte sopra il 26% per Spagna e Grecia, percentuali che «non possiamo permetterci». Ma malgrado da Usa e da altre parti del mondo arrivino sempre più pressanti richieste all'Europa di agire, «noi abbiamo solo risposte di cortissimo respiro», ha ricordato. 
Juncker riflette sul fatto che la nascita dell'euro era stata accompagnata da molte promesse, mentre il risultato oggi è una crescita della disoccupazione. Già nel 2012, il presidente dell'Eurogruppo aveva spiegato che «non siamo di fronte a una crisi dell'euro, ma a una crisi del debito pubblico in alcuni paesi della zona euro e in questa crisi del debito a volte dimentichiamo che l'aumento dei deficit pubblici è stato provocato da programmi di rilancio della congiuntura, che sono stati necessari per rispondere alla crisi economica e finanziaria del 2008». In Europa, ha detto, «c'è ancora molto da fare, i leader europei sono troppo divisi», facendo riferimento all'allentamento dell'asse franco-tedesco, con Hollande che cerca disperatamente un margine di manovra per riformare senza soffocare lo stato sociale e la Germania, già in campagna elettorale, che prevede un nuovo giro di vite di 5-6 miliardi di euro, per arrivare al promesso equilibrio dei conti pubblici già nel 2014, cioè due anni prima del previsto. 
Il Fondo Monetario Internazionale, che (detto tra parentesi) ha cominciato a predicare bene ma razzola male (ha appena chiesto una nuova stretta nelle spese al Portogallo, che già annaspa), sta moltiplicando a parole gli appelli alla zona euro e alla Germania in particolare perché allunghi i tempi del rientro dei deficit, per evitare un soffocamento dell'economia.

Intanto, c'è già il nome del successore di Juncker alla testa dell'Eurogruppo. Sarà l'olandese Jeroen Dijsselbloem, socialdemocratico di 46 anni, da soli due mesi ministro delle finanze del suo paese. Ha già ricevuto il gradimento della presidenza di turno dei 27, del ministro delle finanze irlandese, Michael Noonan. Dijsselbloem mette d'accordo Parigi e Berlino: è socialdemocratico e quindi piace a Hollande, viene da un paese con il rating AAA e non minaccia cattive sorprese a Merkel. Le rispettive candidature del ministro delle finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, e del suo omologo francese, Pierre Moscovici, si sono neutralizzate a vicenda.

Juncker prima di lasciare ha risolto un problema della Bce: la totale assenza di donne nella governance della Banca centrale. Alla direzione del consiglio di sorveglianza bancaria della Bce dovrebbe venire nominata la francese Danièle Nouy, 62 anni, che ha fatto tutta la sua carriera alla Banque de France, dove è ora segretaria generale dell'Autorità di controllo prudenziale. «Sono assolutamente favorevole che ci sia un rappresentante femminile nella zona euro» ha detto Juncker, chiudendo così mesi di polemiche, che avevano visto gli spagnoli alla punta della battaglia per rompere l'uniformità maschile nelle sale di comando della moneta unica.

Le reazioni in Italia
Piace a Vendola, cauto il Pd

La proposta di un salario minimo nell'area euro piace decisamente a Nichi Vendola, mentre il Pd presenta reazioni variegate, con aperture, ma più caute. «Non dire ai 'moderati nostrani' che Juncker, del Ppe, cita Marx e propone addirittura il salario minimo garantito in tutta Europa. Evidentemente è un pericoloso estremista - dice entusiasta Vendola su Twitter - Chiediamo da tempo il reddito minimo garantito contro la solitudine di una generazione prigioniera dell'ergastolo della precarietà e disoccupazione», aggiunge, ricordando una delle campagne promosse da Sel nel 2012 proprio a sostegno del reddito minimo.
Dal Pd apre con maggiore decisione Cesare Damiano, già ministro del Lavoro sotto Prodi e spesso vicino alle posizioni della Cgil (il sindacato, invece, è sempre stato piuttosto diffidente rispetto a queste ipotesi, per non far perdere centralità alla contrattazione). La proposta di Juncker, afferma Damiano, «dovrebbe rientrare tra le priorità di un governo a guida progressista, ma prima è necessario rivedere le riforme Fornero. L'Europa si rende conto da sola che l'eccesso di politiche rigoriste e monetariste ha portato all'ingiustizia sociale e ha capito che serve una marcia indietro».

«Juncker pone un problema essenziale che è quello della perdita progressiva del potere d'acquisto delle categorie più deboli - continua Damiano - Da noi il blocco dei contratti della pubblica amministrazione o il blocco delle indicizzazioni sono scelte pubbliche che hanno finito per impoverire i lavoratori e i pensionati. Non so se la risposta sia quella di creare un salario minimo, ma di certo vanno stabiliti degli standard minimi per chi non è tutelato da un contratto nazionale. Allo stesso tempo bisogna lavorare per indicizzare le pensioni sbloccando l'attuale tetto».

Si dice contrario invece l'economista Carlo Dell'Aringa, voluto fortissimamente da Bersani nelle liste del Pd e dato in corsa per un eventuale ministero. «L'introduzione di un salario minimo non sarebbe la ricetta giusta per l'Italia - spiega il docente di Economia alla Cattolica di Milano - Condivido l'analisi sulla tenuta sociale e il progressivo impoverimento dell'Europa, soprattutto dei ceti più deboli. Ma le politiche vanno calibrate a seconda dei vari paesi e in un Paese come il nostro o anche come la Germania, dove c'è una contrattazione collettiva forte, che ha funzionato bene e che ha garantito un buona protezione la ricetta non è quella giusta». Il salario minimo, per Dell'Aringa, non sarebbe la via giusta nemmeno per quelle categorie di lavoratori che non sono coperti dai contratti nazionali: «La riforma Fornero stabilisce già una serie di aggiustamenti che le parti sociali dovrebbero accelerare - e qui si vede una certa distanza dal giudizio di Damiano - Si usi la leva fiscale, riducendo le imposte alle categorie più colpite, allentando il rigore e creando una rete di protezione sociale più forte. Fare promesse stravaganti non ha senso».

Dal fronte sindacale traspare poco: non dichiarano nè la Fiom, impegnata a Cervia nella sua due giorni di Assemblea naziionale sul contratto, nè la Cgil. La Cisl si dice invece contraria. «In Italia oggi un salario minimo di legge sarebbe in contrapposizione al ruolo del contratto e ne rappresenterebbe un rischio di indebolimento - afferma il segretario confederale Luigi Sbarra. Il vero problema è assumere la difesa non solo del salario attraverso la contrattazione, ma soprattutto del reddito. E da questo punto di vista è essenziale una revisione profonda del nostro sistema fiscale per alleggerire il prelievo sui lavoratori». Per il segretario della Cisl l'Italia «è uno dei pochi paesi europei a non avere un salario minimo di legge. Ma lo è a ragione, in virtù di una forte copertura contrattuale esercitata attraverso i contratti nazionali di categoria, circa 500, che coprono praticamente tutti i settori del lavoro presenti nel paese e che di fatto vengono applicati a tutti i lavoratori. Il nostro sistema di minimi salariali definito dai contratti nazionali si colloca a un livello più elevato di retribuzione e di maggiore tutele del potere di acquisto dei redditi dei lavoratori, rispetto alla media dei minimi salariali definiti per legge nei paesi europei».

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