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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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giovedì 3 gennaio 2013

Sull’orlo dell’abisso ecologico

Ha davvero ragione il noto esponente della teologia della liberazione: non è lui a essere pessimista, ma la realtà che descrive dominata dalla cieca speculazione finanziaria accettata più o meno da tutti. Il manifesto, 3 gennaio 2013, postilla (f.b.)

La realtà mondiale è complessa. È impossibile fare un unico bilancio. Tenterò di farne uno relativo alla macro-realtà e un altro alla micro. Se consideriamo il modo in cui i padroni del Potere stanno affrontando la crisi sistemica del nostro tipo di civilizzazione, organizzata nello sfruttamento illimitato della natura, nell’accumulazione anch’essa illimitata e in una conseguente creazione di una doppia ingiustizia (quella sociale, con le perverse disuguaglianze a livello mondiale, e quella ecologica, con la destrutturazione della rete della vita che garantisce la nostra sopravvivenza), e se prendiamo anche come punto di riferimento la Cop 18 sul riscaldamento globale, realizzata alla fine di questo anno a Doha in Qatar, possiamo dire, senza esagerazione: stiamo andando di male in peggio.

Proseguendo su questa strada, ci troveremo di fronte, e non manca molto, a un "abisso ecologico". Finora non si sono prese le misure necessarie per cambiare il corso delle cose. L’economia speculativa continua a proliferare, i mercati sono sempre più competitivi, che equivale a dire sempre meno regolati, e l’allarme ecologico, rappresentato nel riscaldamento globale, viene posto praticamente di lato. A Doha è mancato solo che si desse l’estrema unzione al Trattato di Kyoto. E per ironia nella prima pagina del documento finale, che nulla ha risolto, rimandando tutto al 2015, è scritto: «Il cambiamento climatico rappresenta una minaccia urgente e potenzialmente irreversibile per le società umane e per il pianeta e questo problema deve essere affrontato urgentemente da tutti i paesi». E non lo si sta affrontando.

Come ai tempi di Noè, continuiamo a mangiare, bere e apparecchiare le tavole del Titanic che sta affondando, ascoltando musica per di più. La Casa sta prendendo fuoco e mentiamo agli altri dicendo che non è niente. Ho due motivi per arrivare a questa conclusione realista che sembra pessimista. Voglio dire con José Saramago: «Non sono pessimista; è la realtà che è pessima; io sono realista». Il primo motivo è la falsa premessa che sostiene e alimenta la crisi: l’obiettivo è la crescita materiale illimitata (l’aumento del Pil), realizzato sulla base dell’energia fossile e con il flusso totalmente libero dei capitali, specialmente quelli speculativi. Questa premessa è presente nei programmi di tutti i paesi, compreso quello del Brasile.

La falsità di questa premessa sta nel fatto che non tiene per nulla in considerazione i limiti del sistema- Terra. Un Pianeta limitato non sopporta progetti illimitati, che non possiedono sostenibilità. Ovvero, si evita la parola sostenibilità che proviene dalla scienze della vita; la vita è non-lineare, è organizzata in reti di interdipendenza di tutti con tutti, reti che mantengono attivi i fattori che garantiscono il perpetuarsi della vita e della nostra civilizzazione. Si preferisce parlare di sviluppo sostenibile, senza tener conto che si tratta di un concetto contraddittorio perché è lineare, sempre crescente, che suppone il dominio della natura e la rottura dell’equilibrio ecosistemico.

Non si arriva ad alcun accordo sul clima perché le potenti multinazionali del petrolio influenzano politicamente i governi e boicottano qualsiasi misura che faccia diminuire i loro lucri e per questo non appoggiano le energie alternative. Cercano soltanto di aumentare ogni anno il Pil. Questo modello è rifiutato dai fatti: non funziona più né nei paesi centrali, come dimostra la crisi attuale, né in quelli periferici. O si trova un altro tipo di crescita che sia essenziale per il sistema-vita, ma che per noi deve rispettare la capacità della Terra e i ritmi della natura, o incontreremo l’innominabile. Il secondo motivo, per il quale mi sto battendo da oltre 30 anni, è più di ordine filosofico. Esso implica conseguenze paradigmatiche: il riscatto dell’intelligenza cordiale o emozionale per equilibrare il potere distruttore della ragione strumentale, sequestrata da secoli dal processo produttivo accumulatore.

Come ci dice il filosofo francese Patrick Viveret in Ripensare la ricchezza, «la ragione strumentale senza l’intelligenza emozionale ci può portare perfettamente alle peggiori barbarie »; basta considerare il ridisegno dell’umanità progettato da Himmler, che culminò nella shoah, nella eliminazione di zingari e deficienti. Se non incorporiamo l’intellighenzia emozionale alla ragione strumentale-analitica, non sentiremo mai il grido degli affamati, il gemito della Madre Terra, il dolore delle foreste abbattute e la devastazione attuale della biodiversità, nell’ordine di quasi centomila specie all’anno (E.Wilson). Con la sostenibilità deve venire la cura, il rispetto e l’amore per tutto quello che esiste e che vive. Senza questa rivoluzione della mente e del cuore andremo, si, di male in peggio.

Postilla
Immaginiamoci di essere lì lì per annegare, e che ci sia un tizio sul molo con a portata di mano un salvagente. Ha la faccia vagamente stolida di Monti, o un’altra faccia a piacere di chi legge (non c’è che l’imbarazzo della scelta, locale, nazionale, planetaria) e può decidere della nostra vita. Ma si balocca fischiettando, magari ci dice cosa c’è stasera alla televisione, se gridiamo un po’ più forte ci rassicura, ma sì, adesso arriva qualcuno, ma sei proprio sicuro di star annegando, non stai per caso facendo la commedia? È un ottimo riassunto dell’atteggiamento nei confronti del cambiamento climatico di quasi tutta la nostra classe dirigente o sedicente tale. Gli scienziati hanno calcolato che mancano poco meno di cinquanta mesi al punto di non ritorno, ovvero quando QUALUNQUE MISURA si intraprenda sarà troppo tardi, e i nostri stolidi personaggi se ne stanno lì col loro sorrisetto a guardarci affondare. Giusto ieri sulle pagine economiche dei quotidiani italiani veniva data come notizia del millennio l’accordo ENI-ENEL per mettere delle ricariche elettriche nella rete dei distributore di carburante. Finalmente un passo in avanti? Macché, l’unico commento era che così si spinge il mercato di nicchia ma destinato all’espansione, dei nuovi giocattolini: idee sul car-sharing diffuso nel territorio, la produzione da fonti rinnovabili, possibili modelli insediativi abasse emissioni? Silenzio, lì e nelle altre pagine. Intanto il tempo passa, i riformisti cincischiano, anche i rivoluzionari, civili e meno civili, brancolano nei fatti loro. Volendo sentire materialmente il ticchettio del riscaldamento planetario a orologeria, c’è il sito CENTO MESI   . Andateci, e magari scaricate il Rapporto, sono solo quattro paginette piene di cifre indiscutibili, come l’idiozia di chi non ci fa gran caso (f.b.)

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