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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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martedì 8 gennaio 2013

Sono orgoglioso del piano (di Soru)

E' riemerso dalle mie carte, dopo travagliate vicende personali e informatiche, il testo integrale dell’intervento svolto dal presidente della Sardegna, Ugo Cappellacci al convegno "Finestra sul paesaggio" il 2 dicembre 2011.  Lo regalo ai lettori di eddyburg nella calza della Befana. Benché vecchiotto è troppo bello per essere lasciato nei miei disordinati archivi. Ed è soprattutto istruttivo per l’uso palesemente stravolto che fa delle parole, dei concetti, delle idee, sue e soprattutto altrui, che allinea in un lungo serpentone accattivante e minaccioso. Sbobinato per eddyburg , gennaio 2013

Intervento svolto al convegno "Finestra sul paesaggio"sulla tutela e valorizzazione del Paesaggio,  organizzato dal Consiglio Superiore della Magistratura, Formazione decentrata di Cagliari;  Cagliari 2-3 dicembre 2011, Aula Magna del Palazzo di giustizia.Cagliari, 2-3 dicembre 2011 Qui il programma del convegno e alcune delle relazioni presentate. 

(...) Voglio prendere spunto da alcune osservazioni che sono state fatte, in particolare dal professor Salzano, e che trovo particolarmente interessanti per poter avviare un confronto che deve essere, credo, quello sui principi ma in particolare sulla sensibilità che sottende al tema di cui stiamo parlando. E voglio, non per dare un contributo tecnico, anche in questo caso perché ovviamente non sarei in grado di farlo, e neanche per confutare le tesi del professore perché da un lato non sarei in grado, dall'altro non ne sento il bisogno perché sento di condividere e sottoscrivere tutto quello che ha detto. O meglio, diciamo, quasi tutto.

Voglio partire proprio da un aspetto che tengo a sottolineare e credo sia molto utile portare da subito all'esame di questo consesso e poterne discutere immediatamente: è quello relativo al processo in corso del ppr sul quale ho colto la sottolineatura del professore delle possibili preoccupazioni legate al possibile tentativo di smantellamento. Allora, io credo che il tema del paesaggio sia un tema - così come quello dell'ambiente, del cosiddetto sviluppo sostenibile - sia un tema chiave per il futuro dei territori in questa epoca moderna che stiamo vivendo. E' un tema che è oggetto non solo di dibattito locale ma è un tema che è oggetto di un dibattito più ampio sul livello internazionale, sul livello europeo, in particolare il tema dello sviluppo sostenibile e della tutela dell'ambiente è un tema che è particolarmente dibattuto, sul quale ci sono differenti posizioni e confronti che sono in atto, e anche talvolta in modo molto vivace. La Regione, peraltro, partecipa a pieno titolo in questo confronto, anche quello che va oltre i confini del nostro territorio perché partecipa all'interno della commissione Empf del comitato delle Regioni, che è una commissione che si occupa di ambiente ed energia ed è una commissione che ha il compito di dare un supporto alla commissione europea e al parlamento europeo, supporto che poi è utilizzato ovviamente e che diventa base per le decisioni che questi organismi devono assumere.

E peraltro la Regione Sardegna avrà - a partire dal 2012 - l'importante responsabilità della presidenza di questa commissione. Questo lo dico a dimostrazione del fatto che la Regione è presente e vuole essere presente nel dibattito, vuole intervenire a pieno titolo nelle dinamiche che sottendono alle scelte che sono scelte che riguardano certamente il presente, che riguardano il destino del nostro ambiente e del nostro territorio ma in modo ancor più importante e significativo riguardano quello delle future generazioni.

Allora si è parlato e il professore mi ha parlato in termini a tratti anche veramente interessanti e affascinanti, direi, di quella che è la nuova sensibilità che peraltro è in qualche modo confermata nella Convenzione europea sul paesaggio ma che per quanto ci riguarda ha origini storiche ancora più lontane perché risale a quei passaggi che sono stati richiamati di Benedetto Croce, ovverosia quella sensibilità per l'ambiente che diventa un valore, un valore che addirittura va a coincidere con quello che è l'aspetto identitario delle popolazioni che nel paesaggio vivono e che il paesaggio devono percepire e che quindi in qualche modo devono tutelare, salvaguardare, valorizzare. Sono stati richiamati termini come valorizzazione, patrimonio, risorse e c'è stata anche spiegata quale può essere la differenza, quali possono essere le notazioni negative rispetto alle quali prestare particolare attenzione. Ecco, io allora credo che si debba uscire una volta per tutte da un equivoco, un equivoco che spesso è frutto di strumentalizzazioni perché comunque la vita è fatta anche di questo e in particolare l'agone della contrapposizione politica soprattutto in questi tempi, ahimè diventa spesso contrapposizione violenta, diventa spesso anche urlo, tentativo di prevaricare le ragioni, le argomentazioni altrui cercando di far valere la propria tesi o meglio talvolta non solo di far prevalere la propria tesi ma semplicemente di distruggere la tesi dell'avversario. Allora, se è vero come è vero, e credo che di questo non si possa non essere tutti convinti, che il tema del paesaggio è un tema che è un valore universale e come tale è riconosciuto, come tale è percepito da tutti, non è possibile, non è ammissibile, in termini di principio, che ci sia una contrapposizione così netta, così forte su un tema universale. Perché, se partiamo dal presupposto che esiste una contrapposizione, io credo che qualunque tipo di ragionamento, qualunque tipo di confronto sarebbe viziato alla base. Perché se il valore universale -io sono profondamente convinto di questo - è un valore che deve essere percepito nel modo corretto da tutti, che deve essere sentito nel modo corretto da tutti, deve essere interpretato nel modo corretto da tutti. E credo che la prima cellula, il primo momento di tutela del paesaggio e del riconoscimento di questo valore anche identitario del paesaggio sia quello che esercita il singolo individuo, che nel suo modo, con la sua sensibilità, nel suo modo di percepirlo, con le sue decisioni, con le sue azioni, è il primo elemento, il più importante che poi deve andare a declinare questo valore mettendolo appunto nella scala dei propri valori e quindi dando a questa accezione un significato importante. Se lo prendiamo, come lo prendiamo, come valore universale allora significa che deve essere sovraordinato rispetto a tutta una serie di questioni. Peraltro, mi sentirei anche di dire: è vero, sono comprensibili quei dubbi che nascono dalla diversa interpretazione che può essere data al termine valorizzazione. E in particolare, particolarmente interessante è la distinzione tra i termini patrimonio e risorsa, che sottende in qualche modo la conservazione, il tentativo di perpetrare primo il patrimonio invece una naturale destinazione al consumo delle risorse. E' anche vero che il mondo cambia i sistemi economici, la realtà dei mercati che stiamo vivendo interviene in questo tipo di classificazioni e di logiche e le cambia. E probabilmente qualche cosa è cambiato anche rispetto a quello che succedeva molti anni fa. E allora ci sono almeno due ragioni per cui non è assolutamente possibile arrivare a queste divisioni su questi temi. La prima è che stiamo parlando, come dicevo prima, di un valore universale, di un qualche cosa che è percepito ormai da tutti come un bene importante da tutelare e da difendere di cui bisogna usufruire in modo consapevole ed essere capace di trasmetterlo responsabilmente alle generazioni che verranno.

L'altro è anche l'aspetto direttamente commesso alla sostenibilità ambientale, direttamente connessa alle esigenze di sviluppo di un territorio, alle esigenze di un territorio di fare economia, che non sono oggi, non possono essere oggi, e tanto meno in una realtà quale è quella sarda, in contrasto con la tutela e la valorizzazione in senso positivo, in senso più virtuoso possibile del termine del paesaggio. E perché dico questo: perché assistiamo oggi in Europa a una discussione che cerca di orientare le comunità, le nostre comunità, gli enti locali, verso un uso cosiddetto efficiente delle risorse. La strategia europea - cosiddetta Europa 20 20 - è fondata su tre principi di base che sono quelli della crescita sostenibile, della crescita intelligente, della crescita inclusiva. La crescita sostenibile non è altro che una gestione efficiente delle risorse e un tentativo di modificare il sistema in un sistema cosiddetto verde - la green economy, più competitiva. Allora, se questo è vero, bisogna anche partire dal presupposto che ci sono delle risorse strategiche sulle quali dobbiamo ragionare perché non è possibile più consumarle. Perché queste risorse non sono illimitate, perché queste risorse sono limitate. E se questo è vero con le risorse di tipo energetico - è stato fatto riferimento al petrolio - e quindi si cerca di immaginare a delle forme di utilizzo delle energie rinnovabili, che si rinnovano, che non costituiscono un consumo definitivo, è a maggior ragione altrettanto vero, forse ancora più vero, per la risorsa ambiente e paesaggio. Noi in Sardegna viviamo, e non solo in Sardegna, ma certamente i territori deboli pagano un prezzo molto alto nei momenti di crisi e noi stiamo pagando un prezzo altissimo per la crisi generale che il mondo vive, che l'Europa, i paesi dell'Eurozona stanno vivendo. In Sardegna in particolare assistiamo a un fenomeno di cui leggiamo tutti i giorni sui giornali e talvolta molti di noi anche ne subiscono le conseguenze dirette perché sono drammi che riguardano le comunità alle quali apparteniamo, talvolta ci toccano anche direttamente, toccano la famiglia di un parente, di un amico, di un vicino. Ovverosia, il progressivo smantellamento dell'apparato industriale - faccio riferimento alla situazione di Porto Torres piuttosto che alla situazione di Porto Vesme - e non voglio citare questi casi per sottolineare la differente sensibilità anche ai temi paesaggistici perché probabilmente oggi, nella realtà che viviamo mai e poi mai potremmo anche solo concepire di realizzare strutture di quel tipo, così fortemente impattanti, non solo sul piano ambientale e paesaggistico, ma anche sul piano ambientale più riferito a quello dell'inquinamento e della salvaguardia dell'ambiente. Mi voglio riferire alle strutture che sono basate su un sistema ormai antico, desueto, che è quello di industrie energivore, talvolta anche inquinanti dicevo, che non hanno più la possibilità di stare sul mercato perché uno degli effetti della globalizzazione è quello che le multinazionali a distanza di migliaia di chilometri dal nostro territorio assumono delle decisioni, e le assumono come: le assumono andando a localizzare i propri impianti produttivi laddove i fattori della produzione si possono acquisire nei modi più convenienti, la logica del bilancio, la logica del conto economico. E allora questa delocalizzazione dei fattori della produzione comporta la delocalizzazione degli impianti e la Sardegna si trova a competere su territori nei quali è difficilissimo competere perché è difficile competere con paesi dove ci sono altre regole per quanto riguarda i meccanismi del mercato del lavoro, e quindi quella risorsa si acquisisce a costi ben più bassi, è difficile competere laddove il costo dell'energia ha valori molto più bassi. E allora qual è il primo ragionamento da fare, e mi riallaccio al tema iniziale che è quello della risorsa ambiente paesaggio e territorio. Che noi dobbiamo puntare sulla valorizzazione delle risorse, sui fattori della produzione che non sono facilmente de-localizzabili. E allora il paesaggio, il territorio, quel valore straordinario non è facilmente de-localizzabile. Lo dobbiamo valorizzare, ma valorizzare non nel senso di mercificare per cui va utilizzato perché va lottizzato, e va messo sul mercato, ma perché è un valore positivo che ci può ben far competere, diventa un fattore della produzione per tutta una serie di attività che ci può fare competere sul mercato internazionale, ci può dare una speranza di puntare su determinate iniziative che abbiano una prospettiva, una continuità, in termini temporali, capace di superare questo momento di crisi, capace di mantenere quelle realtà ancora sul territorio.

E allora lo voglio dire in modo chiaro - mi fa piacere che sia presente il presidente Soru, che sia arrivato l'onorevole Soru in questa sala, perché bisogna che si esca immediatamente da un equivoco: io credo che la Sardegna possa essere fiera di avere uno strumento che è il piano paesaggistico regionale, che è uno strumento moderno, che in termini anche di... anticipando quello che è il resto del territorio nazionale ma molto anche del territorio europeo, si è dotata di un quadro di regole che doveva servire a tutelare e salvaguardare il paesaggio, in particolare gli ambiti costieri. Io questo lo voglio dire, lo dico senza nessuna difficoltà, perché anche, ripeto, è ora, veramente, se vogliamo fare un dibattito, un discorso, un ragionamento serio sul tema, di uscire dall'equivoco, di uscire dai luoghi comuni. Quindi non è in discussione la valenza e io ne faccio di questo documento, di questo atto ne faccio un motivo di orgoglio come rappresentante di una Regione che ha dimostrato di essere all'avanguardia. Allora non c'è, partendo da questo presupposto, un interesse o un'intenzione di arrivare a una operazione di smantellamento. C'è un processo di revisione, peraltro che è obbligatorio, che è previsto dalla stessa norma di legge e che si vuole portare avanti sulla base comunque del rispetto dei principi che hanno originato il documento originario. Però, non possiamo non partire dal presupposto che se è vero - voglio citare passaggi che sono contenuti in quei documenti ai quali faccio riferimento - se è vero che quelle regole che sono state...- il piano paesaggistico in qualche modo rappresenta un quadro di regole - devono essere un paradigma per la tutela e la salvaguardia dell'ambiente e del paesaggio, questo doveva avvenire attraverso l'assimilazione, la traduzione in principi dell'essenza e dell'identità del popolo sardo. Ma se questo è vero, allora come è possibile che quel documento, quel momento così alto di pianificazione abbia prodotto delle divisioni feroci, violente, fortissime nella nostra comunità; ha creato un momento di divisione quasi a metà, e ha creato una serie di problemi che nascono da dubbi interpretativi che ci sono, che ci sono stati, e che comunque le sentenze dimostrano che esistono. Ha creato problemi legati al non allineamento tra le norme del piano paesaggistico e la cartografia, problemi giganteschi, che hanno reso spesso impossibile per i comuni fare la pianificazione subordinata, tanto è vero che in cinque anni di vigenza del piano, solo meno di dieci comuni hanno potuto approvare il piano urbanistico.

E allora credo che il dovere del pianificatore regionale e del legislatore regionale sia quello di porsi il problema di verificare se ci sono delle criticità, sulle quali dobbiamo intervenire. E come abbiamo pensato di intervenire: abbiamo dato corso a quel meccanismo - mutuo un termine non riferito a questa fattispecie ma mi sembra che renda bene la situazione - della “dialettica cooperativa”. Abbiamo avviato un processo che dura da due anni, è un processo che ha coinvolto le amministrazioni locali, che ha coinvolto gli ordini professionali, che ha coinvolto le associazioni di ambientalisti, che ha coinvolto l'universo mondo, con il quale ci si è confrontati su quelle che erano le criticità, su quelle che erano le istanze di modifica, e siamo arrivati ad avere un quadro - che peraltro è una attività questa che è tutta pubblicata, è tutta presente, sulle risultanze di questa attività, anche in modo analitico, sono presenti nel sito della Regione, quindi chiunque cittadino può andare a vedere quale è stato il lavoro e quali sono stati i contributi alle criticità sollevate. Siamo partiti da quello per procedere verso questo lavoro di revisione del piano paesaggistico.

Adesso i prossimi passi quali sono: il primo è quello della approvazione, ci accingiamo ad approvare in giunta e quindi a portare in consiglio le «Linee guida» per la modifica, la revisione e la redazione. Perché abbiamo da modificare e revisionare il piano paesaggistico relativo agli ambiti costieri, ma dobbiamo predisporre, perché ancora non esiste, il piano paesaggistico delle zone interne.

Una prima riflessione vorrei fare: Le «Linee guida» sono già pronte, sono già all'esame della giunta e verranno licenziate a breve; le «Linee guida» che noi presentiamo e che presenteremo al consiglio, nella parte generale e nei principi generali sono esattamente le stesse che hanno guidato, che erano state predisposte per la realizzazione del primo piano paesaggistico regionale, a dimostrazione ulteriore che non c'è nessuna volontà demolitrice, che non c'è nessuna volontà di smantellare alcunché. C'è la volontà di confrontarsi. E di cercare di tener conto delle esigenze che sono emerse nel dibattito.

Ovviamente, ovviamente - e poi torno su questo aspetto - con una necessità, che è quella della responsabilità di chi governa, che è quella di arrivare a fare una sintesi del tutto.

Dicevo, e arrivo velocemente alla conclusione perché non voglio abusare del vostro tempo e della vostra cortesia, il processo prevede quindi l'approvazione delle «Linee guida», la prima approvazione in Giunta della revisione del piano paesaggistico, la pubblicazione perché chiunque possa avere interesse possa fare le sue osservazioni, la valutazione, l'approvazione, l'adozione in seno alla commissione consigliare competente, e quindi la pubblicazione e l'adozione in via definitiva. Questa, non prima di aver concluso il processo che è in corso con la Direzione regionale del Ministero per i beni culturali - ne approfitto anzi per ringraziare il direttore regionale, la dottoressa Lorrai per il lavoro di grande collaborazione che hanno dato rispetto a questo processo e naturalmente all'intera struttura. E poi la conclusione della valutazione ambientale strategica che è stata avviata ad aprile e che si concluderà a breve. E quindi arriveremo a quel punto.

E dicevo, quel documento sarà la sintesi. La sintesi di che cosa? Quali sono i principi che sottendono a una necessità di sintesi? Chi ha il governo regionale non ha la responsabilità di essere portatore - perché purtroppo spesso anche questo è uno degli equivoci che nascono - portatore di interessi. Che possono anche essere interessi generali, anche legittimi, di parti della società. Ha un dovere diverso, ha quello sui capisaldi, sui valori, e stiamo parlando di un valore universale, che è riconosciuto come tale da tutti, ha il dovere della sintesi che sia capace di affermare il bene comune, l'interesse comune. E allora, il bene comune non può mai comunque essere messo in dubbio rispetto a quelli che sono interessi di parte. E questo credo si vedrà, verrà dimostrato nella pratica. E stato richiamato in principio che io uso spesso richiamare - e concludo veramente - che è quello che nella cultura degli indiani d'America che riguarda l'approccio rispetto al territorio, che può essere facilmente parafrasato e riportato sull'ambiente e sul paesaggio, che è quello secondo il quale il territorio, l'ambiente, il paesaggio che viviamo e che percepiamo non è un qualche cosa che ci è stato trasferito in eredità, in proprietà dai nostri padri, ma bensì è un prestito che abbiamo avuto dai nostri figli e che dobbiamo restituire possibilmente valorizzandolo. Quel valorizzandolo, ovviamente, non potrà mai essere mercificandolo. Grazie.
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