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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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domenica 20 gennaio 2013

Quelli che sognano la High-Line

Si evocano atmosfere e terminologie americane per un progetto interessante, ma che rischia di nascere monco proprio di quegli elementi di innovazione. La Repubblica Milano, 20 gennaio 2013, postilla (f.b.)

L’ISOLA cerca di ricucire una “ferita” vecchia di 60 anni. È il cavalcavia “Eugenio Bussa”, lungo 300 metri, sospeso sopra i venti binari della stazione Garibaldi e il super trafficato viale Sturzo. Che fare di questa striscia d’asfalto, così inospitale e degradata ma fondamentale per unire l’Isola all’area di corso Como? Il modello c’è ed è l’High Line, la vecchia ferrovia di New York trasformata in un giardino sopraelevato con passeggiata panoramica.

Con la differenza che qui si manterrebbe la percorribilità in auto, ma a bassa velocità. I progetti elaborati all’Isola sono ricchi di proposte, per la prima volta cittadini, tecnici del Comune, designer e architetti si sono messi insieme e hanno elaborato otto progetti. Il filo conduttore che li unisce tutti è quello di rendere vivibile e bello il cavalcavia con tanto verde, spazi per i bambini, il mantenimento della pista ciclabile e un percorso per le auto, più un bar, una piazza attrezzata per incontri e un posto per gli spettacoli e speciali strutture per godersi il panorama: da una parte i nuovi grattacieli di Garibaldi e dall’altro le montagne, una vista spettacolare nei giorni in cui il cielo è limpido.

Negli otto progetti si ridisegna tutto, compresi gli innesti del cavalcavia da via Quadrio e da via Borsieri, in modo tale da ricucire per sempre quella ferita, frutto di un “asse attrezzato” di un piano regolatore del 1953, che intendeva spazzare via un’ampia fetta del quartiere. Il piano per rilanciare il ponte Bussa si chiama “La charrette”» ed è un esempio di “progettazione partecipata” che gli assessori Lucia De Cesaris (Urbanistica) e Daniela Benelli (Area metropolitana) intendono utilizzare anche per altre iniziative milanesi, “in modo da ridisegnare la città insieme ai cittadini”. I progetti elaborati all’Isola sono stati messi in rete (“Garibaldi e l’Isola partecipata”) ma il “confronto creativo” continuerà a breve con l’esposizione dei rendering e dei modellini di cartone all’Urban Center in Galleria. Poi la parola passerà al Comune, che all’Isola, quartiere in grande evoluzione, intende realizzare anche un Centro Civico, sempre consultando gli abitanti della zona.

Postilla
Esistono due tipi di sogni: quelli belli dove progettiamo a modo nostro il mondo ideale, e quelli un pochino disturbati e contraddittori. Il secondo è tipico di quando si sono mangiati i peperoni della zia a cena, con quella sua cucina troppo grassa e pesante: questo sogno della High Line alla milanese, a unire non solo idealmente due quartieri separati dalla ferrovia (e che ferrovia) certamente non è un incubo, ma del tormentato su e giù imposto dalla peperonata della zia conserva più di qualcosa. Sarà che non siamo abituati alle pietanze americane, ma almeno raccontata così la faccenda manca di qualche ingrediente essenziale alla buona digestione. Che quel ponte a galleggiare da parecchi anni nel nulla fosse un'occasione sprecata per la città lo sanno tutti, tranne ovviamente le ex amministrazioni di centrodestra, che l'hanno lasciato lì, al massimo a fare da sfondo ai videoclip del genere alienazione metropolitana de noantri, o alle occasionali sfilate dei guru della moda. A questo si aggiunge lo strampalato (a essere gentili e non pensare proprio male) approccio dei progettoni di trasformazione privata in corso, attentissimi a guglie vertiginose e indici di metri cubi, ma a dir poco svogliati quando si tratta di costruire qualità urbana tangibile. Però la High Line originale di New York non è un progetto principalmente spaziale. Nasce da una lunga riflessione di ordine socioeconomico, piuttosto partecipata localmente, per il rilancio delle attività e dei valori immobiliari di un ambito degradato da politiche di trasporto e zoning funzionale miopi. Gli architetti, gli agronomi a studiare e sperimentare essenze che crescono anche senza manutenzione, a studiare il recupero della vecchia infrastruttura a passeggio e parco, sono arrivati dopo. La “charrette” (termine ripreso dagli esami finali della parigina Ecole de Beaux Arts, dove i candidati saltavano anche all'ultimo minuto sulla carriola che ritirava i voluminosi rotoli degli elaborati, per ritoccare i disegni) è invece un processo partecipativo sì, ma che di solito è verso il basso, finalizzato soprattutto a convincere i cittadini, recependone solo spunti superficiali e formali. Insomma ottima cosa cercare di allontanarsi dall'urbanistica delle densità regalate agli amici e perequate da un angolo all'altro della città, ma perché i cittadini saltino davvero sul carro delle politiche urbane bisogna farne ancora, della strada (f.b.) Qui sotto un esempio di uso "scenografico" tamarrissimo della futura High Line alla milanese, nell'epoca trionfante del socialismo craxiano locale

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