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LA RAPINA DELLA TERRA AGLI ULTIMI

LA RAPINA DELLA TERRA AGLI ULTIMI
Sottrarre l'uso del suolo alle esigenze elementari (dall'alimentazione all'acqua, dall'abitazione alla riserva per gli usi futuri) delle comunità che lo abitano, è diventato in vaste regioni del sud del mondo, un ulteriore strumento di sfruttamento degli ultimi a vantaggio dei più ricchi. Il Land Matrix, un osservatorio indipendente del "land grabbing" registra che ad ora sono state concluse 557 transazioni, per un totale di 16 milioni di ettari (più o meno la metà della superficie dell’Italia) e altre, riguardanti circa 10 milioni di ettari, sono in corso. Questo fenomeno provoca l’espropriazione forzata e conseguentemente l'impoverimento e l'annientamento di comunità locali, la cui sopravvivenza è strettamente legata all'accesso a queste terre. (a.b.)

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mercoledì 30 gennaio 2013

Progetto 80: il futuro di una nazione di città in un territorio-parco

Un libro che racconta di un' Italia in cui si credeva, come negli altri paesi dell'Europa, che ogni livello di governo che ha competenze sulle trasformazioni del territorio,  deve rappresentare  i suoi programmi e progetti  in un documento unitario: un piano territoriale o urbanistico. Anche lo Stato. Oggi  chi decide è  convinto che la confusione aiuti far dominare i più potenti... scritto per eddyburg, 30 gennaio 2013

Cristina Renzoni, Il Progetto '80: un'idea di paese nell'Italia degli anni Sessanta, Firenze, ed. Alinea, 2012.

Ancora una tornata elettorale nella quale le città e il territorio sono sostanzialmente assenti dal discorso pubblico. Dieci anni fa, una lettera aperta sottoscritta da molti autorevoli urbanisti chiedeva invano al direttore di Micromega le ragioni del silenzio della cultura progressista su questo tema. Oggi circolano in rete nuovi appelli, promossi da movimenti e associazioni, che testimoniano quanto meno un'accresciuta attenzione, anche al di fuori dell'esigua cerchia degli urbanisti. Dalla politica, tuttavia, nessuna risposta allora e nessuna novità significativa oggi.
Non è sempre stato così, come ci ricorda un libro di Cristina Renzoni, ben costruito e ben scritto, sul «Progetto 80», il Rapporto preliminare al secondo programma economico nazionale 1971-75 (1).

Per chi, come me, ne aveva una conoscenza superficiale, ricordiamo che si trattava di un documento ministeriale propedeutico alla formazione dei programmi economici quinquennali, con i quali il governo di centro-sinistra allora in carica si proponeva di guidare lo sviluppo sociale ed economico del paese in una fase di cruciale trasformazione. A questo scopo, le Proiezioni territoriali (2) delineavano, con il loro apparato di tabelle, cartogrammi e testi, uno scenario strategico di assetto territoriale a scala nazionale.
La tentazione di rileggere i contenuti del progetto 80 alla luce della situazione attuale è molto forte. Renzoni ci mette in guardia dal rischio di appiattire i giudizi sull’antinomia sviluppo-declino, invitando a liberarsi «dalla categoria scomoda e riduttiva del fallimento» dell’urbanistica. Con questa avvertenza, mi soffermo brevemente su alcune questioni, a mio avviso fondamentali per il periodo che stiamo attraversando.

Le scelte relative all’assetto del territorio, come è noto, hanno uno stretto legame con lo sviluppo economico, il benessere sociale e il progresso civile.
Il progetto 80 si spingeva fino a considerare la dimensione territoriale dello sviluppo come parte fondamentale di un complessivo «progetto sociale». Nelle proiezioni territoriali i caratteri specifici del territorio nazionale venivano posti a fondamento dell’assetto territoriale programmato, ipotizzando una relazione virtuosa tra un policentrismo organizzato ed equilibrato e la trama dei beni ambientali e culturali riassumibile nello slogan: una nazione di città inserite in un territorio-parco.
Nei decenni successivi le cose sono andate diversamente. L’approvazione del progetto 80 è avvenuta quando l’esperienza di governo nazionale del centro-sinistra si era di fatto esaurita. Da quel momento in poi, le politiche nazionali e locali hanno di fatto assecondato le dinamiche spontanee, con gli esiti che tutti conosciamo. In particolare, lo Stato ha rinunciato a definire le linee fondamentali dell’assetto del territorio nazionale, non riconoscendo queste ultime come uno strumento essenziale per armonizzare l'attività delle regioni e degli enti locali (3).

Oggi sarebbe anacronistico e persino indesiderabile ipotizzare un programma nazionale, imposto dall’alto. Tuttavia, la definizione di una cornice strategica di ampio respiro potrebbe utilmente indirizzare tanto le politiche nazionali, quanto l’azione delle regioni e degli enti locali. Volendo essere ambiziosi, le linee fondamentali di assetto territoriale dovrebbero preludere ad una condivisione di responsabilità, fra Stato ed enti locali, ciascuno chiamato a svolgere il proprio compito alla scala di propria competenza. Senza arrivare a tanto, l’esistenza di un esplicito programma complessivo sarebbe comunque preferibile all’attuale sistema di selezione delle opere e dei settori beneficiari delle risorse pubbliche che, con molta benevolenza, possiamo definire opaco e miope.
Se è improbabile che, a breve, lo Stato torni ad occuparsi del territorio con l’attenzione e il respiro necessari, confidiamo che il prezioso libretto di Cristina Renzoni offra l’occasione almeno per tornare a parlarne, interrompendo un silenzio durato troppo a lungo.


Note.
(1) Il rapporto è stato pubblicato nell’estate del 1969 da parte del Ministero del bilancio e della programmazione e approvato dal Cipe nel dicembre dello stesso anno.
(2) Le Proiezioni territoriali sono un documento allegato al programma che venne pubblicato  autonomamente. Una sintesi è contenuta nel numero 57 della rivista «Urbanistica», allora diretta da Giovanni Astengo.
(3) Nella ripartizione delle funzioni amministrative tra Stato e Regioni, prevista con il Dpr 616/1977 e sviluppata nel Dlgs 112/1998, lo Stato si è riservato il compito di identificazione delle linee fondamentali dell’assetto del territorio nazionale. Lo stesso compito, con «finalità di indirizzo» della pianificazione paesaggistica regionale, è attribuito al Ministero per i beni e le attività culturali dall’art. 145 del Codice dei beni culturali e del paesaggio, approvato con Dl 42/2004.
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