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Donato Belloni
C’è speranza nella sinistra per una nuova urbanistica nelle città?
14 Gennaio 2013
Scritti ricevuti
Da un “urbanista in trincea” un commento sulla valutazione di eddyburg sulla debolezza delle sinistre italiane nell’affrtontare la crisi della politica urbanistica: considerazioni e proposte su cui la discussione è aperta. Inviato il .14 gennaio 2013

L’Edddytoriale n.155 mette in luce senza reticenze la crisi che anche le amministrazioni di sinistra (variamente connotata) più volenterose incontrano quando si accingono a varare un progetto urbanistico davvero nuovo. Si è costretti a constatare che le critiche e i propositi che si esprimono dall’opposizione una volta al governo non trovano, o trovano in maniera estremamente asfittica, le parole per dar vita a progetti che si fondano su presupposti diversi, che riconoscano le priorità trascurate, le politiche innovative e i soggetti in grado di far rivivere le città.Eddyburg ci invita a riflettere su quali siano oggi i poteri che determinano le scelte urbanistiche e, al loro interno, quale sia lo spazio per le scelte di un potere democratico pubblico compreso quello ben disposto a lavorare per una nuova pianificazione e governo del territorio.

Capire meglio come contrastare la rendita.

Se conveniamo che l’elemento che imprime il suo segno alla produzione della città e dei fatti urbani più in generale è ancora la rendita urbana, appare logico che occorra uno sforzo per capire meglio cosa significhi oggi “contrastare la rendita”. Ormai possiamo attingere ad una copiosa letteratura su questo argomento che illustra i cambiamenti delle modalità con cui la rendita urbana si costituisce. In sostanza si è passati dal plusvalore generato da una pura speculazione fondiaria sulle aree nella quale assumeva un ruolo preponderante, se non esclusivo, la pubblica amministrazione ad un ciclo di formazione più complesso in cui la componente essenziale è quella finanziaria e nel quale la pubblica amministrazione riveste un ruolo utile ma non determinante.

Se posso semplificare per tentare di mettere ordine al puzzle che stiamo componendo, siamo passati da:
1 - Rendita = pressioni/connivenze con la P.A. per orientare le scelte urbanistiche vs destinazioni più vantaggiose dei suoli edificati a:
2- Rendita = ricerca di opportunità di investimento per l’impiego di capitali costituiti da prodotti finanziari “senza patria”.

Nel primo caso il ciclo si svolge in ambito prevalentemente locale nel quale la P.A. ha ancora un ruolo centrale. Nel secondo, invece, i movimenti finanziari sono opachi, poco o nulla identificabili e la P.A. rappresenta solo un segmento di una filiera più vasta, spesso transnazionale.
A questa difficoltà oggettiva nel trattare le cause strutturali dei cambiamenti in corso si aggiunge la debolezza degli strumenti a disposizione.

Alla progressiva delegittimazione dei pilastri faticosamente costruiti in anni di lotte per la buona urbanistica ha contribuito certamente il “tradimento dei chierici” evocato dall’editoriale. Ma forse le responsabilità dei singoli, che pure c’è, va ricondotta ad un clima culturale che si è sviluppato a partire dagli anni ’80 del secolo scorso nel quale si è determinato un rovesciamento dell’egemonia culturale – in senso gramsciano- che aveva nutrito l’avanzamento delle conquiste degli anni ’60 e ’70. Un rovesciamento che è stato perseguito sistematicamente con iniziative organiche e ben condotte su molti piani e, forse, è stato visto con ritardo da chi lo doveva osteggiare. Quando, ormai, il cambiamento di senso comune era penetrato in profondità nella società e nelle arti e mestieri- compreso quello dei tecnici della città. Il cambiamento è stato, quindi, un prodotto collettivo impresso da molti fattori concomitanti anche se la responsabilità dei singoli non viene meno.
Le condizioni per cambiare le regole
Provo adesso a dire quali, a parer mio, potrebbero esser le condizioni per riprendere l’iniziativa facendo leva, laddove è possibile, sulle nuove amministrazioni locali che hanno professato, almeno nelle intenzioni, la volontà di cambiare le regole con le quali si governa la cittàLa constatazione che i programmi e le iniziative delle amministrazioni pubbliche che godono di maggior credito siano al di sotto delle aspettative (per tutti i recenti articoli di Gibelli e Boatti su Milano) porta a indagare le possibili cause del “male oscuro” che impedisce di esprimere compiutamente le premesse che avevano alimentato molte speranze. Possiamo metter in fila alcune possibili interrogativi:
1- inadeguatezza culturale? L’apparato del quale dispongono i pianificatori non riesce a intervenire efficacemente sulle pratiche in vigore, eccesso di astrattismo e accademismo negli obiettivi che si aggiunge ad una certa inerzia che si protrae nelle pratiche della pubblica amministrazione.
2- limiti del quadro legislativo? Il sistema normativo in cui ci si muove, a tutti i livelli, e l’apparato giuridico che lo informa non aiutano l’introduzione di cambiamenti significativi.
3- resistenza opposta dal meccanismo di formazione della rendita (la triade mattone-banche-grandi media evocata da Salzano)? Il potere di condizionamento delle scelte operata dal “blocco edilizio” esercita una forza ancor più pervasiva nella sua attuale composizione prevalentemente finanziaria rispetto alla fase precedente anche per il forte condizionamento che esercita sulla struttura della finanza locale.
4- scarsa comprensione dell’importanza strategica del “diritto alla città”? non è ancora patrimonio diffuso la consapevolezza della centralità della organizzazione urbana per la costruzione di un progetto politico realmente innovativo.
Forse tutte e quattro le ragioni, con pesi e misura variabili, contribuiscono all’insoddisfacente esito delle prove fornite dalle pubbliche amministrazioni volenterose.

Qualche proposta

Quale considerazioni si possono trarre in questo panorama? Provo a esporre qualche deduzione e proposta.

A- Aiuta a capire le difficoltà di affrontare il rinnovamento delle politiche per la città il contributo di W. Tocci, uno tra i più attenti alle trasformazioni in atto, in “l’economia delle città” (pubblicato in eddyburg). Dopo aver messo in evidenza lucidamente il fenomeno economico-finanziario che genera il degrado e l’invivibilità urbana e giunto alle possibili vie d’uscita non trova di meglio che auspicare una “rimodulazione dell’elenco delle opere nella Legge Obiettivo”. Se ne trae la sensazione che le compatibilità con lo schieramento politico cui l’autore appartiene impediscono di trarre la conclusione che sono proprio le ‘Grandi Opere’ la madre di molte delle disgrazie che si abbattono sui nostri territori e che questo ostacolo pesa sulla coerenza del rapporto analisi-iniziativa. Il legame con scelte disastrose del passato recente deve essere reciso con chiarezza per poter dare basi serie alla revisione della costruzione di programmi territoriali credibili.

B- E’ necessaria una legge urbanistica nuova. Sappiamo che è una chimera inseguita da troppo tempo e ci si potrebbe chiedere perché mai proprio ora dovremmo ottenere quello che sfugge da sempre. Ancor più quando nessuno dei programmi elettorali finora conosciuti ne fa il minimo cenno in una sorta di “conventio ad excludendum”Eppure le forze sociali più impegnate su questo fronte hanno la responsabilità di porre con decisione l’esigenza nel confronto elettorale. Il gruppo di eddyburg aveva già elaborato, qualche anno fa, una proposta che aveva trovato sostenitori disposti a presentarla in Parlamento anche se poi l’interruzione della legislatura ha impedito di proseguirne l’esame. L’iniziativa era, però, giusta e utile e da lì si potrebbe ripartire, magari aggiornando il testo e chiedendo a chi si candida nello schieramento di sinistra e centro-sinistra di impegnarsi a discuterla pubblicamente e sostenerne il percorso parlamentare.

C- Se nella fase economica recessiva che stiamo attraversando la rendita ha perso dinamismo ma non rinuncia al suo ruolo centrale nella produzione della città e ostacola altre possibili iniziative programmatiche quali possibili azioni possono essere adottate dalla pubblica amministrazione?
Ad esempio, che fare dell’enorme stock edilizio di recente costruzione che giace invenduto e inutilizzato? Si potrebbero aprire vertenze territoriali che mettono in discussione la separazione del momento autorizzativo della costruzione da quello del suo utilizzo bloccando, ad esempio, il rilascio di nuovi permessi di costruire fino a quando lo stock edilizio non utilizzato non scenderà sotto una soglia fisiologica predeterminata variabile a seconda delle caratteristiche socio-economiche della città (nel caso del comune che conosco il 5%). Si possono, inoltre, condizionare l’attuazione delle nuove aree di trasformazione, se già previste dal piano, alla preventiva saturazione delle potenzialità offerte all’interno del tessuto edificato (sia di completamento che di riconversione). In tutti e due i casi si tratta azioni possibili anche nell’attuale quadro legislativo utilizzando atti di programmazione che recuperino in parte le finalità di controllo della produzione edilizia che presiedeva ai vecchi piani pluriennali di attuazione, naturalmente rivisti e corretti.
D- Informazione e formazione continua del pubblico che sappia fondarsi sulla diffusa mobilitazione già in atto nei territori e ricomponga le domande che i cittadini esprimono localmente in un disegno generale.Eddy Salzano chiudendo l’ultimo incontro della scuola di eddyburg ha chiesto: come restituire lo scettro al popolo (senza essere populisti)? Che equivale a chiedere come coltivare i germi di una controgemonia? La ricca rete di attivismo che si impegna con passione e intelligenza nelle lotte territoriali è il punto di partenza ma deve riuscire a far passare i propri contenuti nel collo di bottiglia delle istanze istituzionali ad ogni livello. Qui in Lombardia, ad esempio, deve essere accantonata la pessima legge regionale sulla governo del territorio, non emendata, proprio rifatta da cima a fondo. Su questo chi si candida al governo regionale deve essere chiaro.

La disciplina urbanistica deve a sua volta rinnovarsi e aprirsi a contributi nuovi. Penso alla imprescindibilità delle analisi di economia urbana per controllare e indirizzare la creazione di valore del capitale fisso territoriale come elemento costitutivo sia dei piani che delle politiche di bilancio pubbliche. Qui si potrebbe offrire ai “chierici traditori” un’occasione di riscatto. Abbiamo bisogno di molto studio e molto lavoro per rivendicare il diritto alla città. Ma siamo in buona e numerosa compagnia.

(Laveno Mombello 14.1.2013)

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