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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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mercoledì 16 gennaio 2013

Addio alla fabbrica sospesa

Si svuota della sua funzione e del lavoro che l'ha alimentata per oltre un secolo la cartiera Burgo di Mantova, monumento di architettura moderna. Corriere della Sera Lombardia, 16 gennaio 2013, postilla (f.b.)

MANTOVA — Non è solo una fabbrica, la cartiera Burgo di Mantova, che l'altro giorno ha annunciato la chiusura il 9 febbraio, lasciando a casa 188 dipendenti. Piuttosto, l'altra faccia della città, quella che si specchia sulla sponda opposta dei laghi. Di là il profilo suggestivo disegnato dai palazzi dei Gonzaga. Di qui la cartiera, anch'essa opera d'arte, la «fabbrica sospesa» disegnata nel 1961 da Pier Luigi Nervi, che aveva appeso con tiranti d'acciaio il tetto dell'edificio a due enormi alzate in cemento armato. Non per una ragione estetica, ma per far stare sotto la fabbrica, in un'unica campata, un potente macchinario americano, da 300-400 metri di carta al minuto.

C'era fame di carta da giornale, all'epoca. Non come adesso, che di quotidiani se ne vendono sempre meno. Ma per scriverla tutta, la storia della cartiera, bisogna partire da ancora più indietro. Marzo 1902. La società Binda Lamberti &C. compra 12 ettari di terreno in zona Poggioreale. Un imprenditore inglese, Arturo Burton Buchley, a fine Ottocento ci aveva impiantato una piccola raffineria, che aveva avuto vita breve. Nel 1904 apre il primo impianto di produzione di cellulosa. Dopo una serie di passaggi di proprietà, nel 1931 l'ingegnere genovese Luigi Burgo la compra dai banchieri svizzeri Vonwiller.

La cartiera diventa più grande, risorge anche dalle ceneri di un incendio del 1938 e, durante la guerra, viene militarizzata: la cellulosa serve infatti a produrre esplosivi. Scampato alla guerra e al fascismo, l'ingegner Burgo intuisce che, nella nuova Italia democratica, la carta da giornale può trasformarsi in cartamoneta. Si lancia su quel mercato e ne diventa il leader. A metà anni Sessanta gli operai sono quasi 700. Nel 1974, quando un altro disastroso incendio la devasta, la fabbrica produce quasi la metà di tutta la carta da giornale italiana.

I primi problemi, con vertenze e licenziamenti, si fanno sentire già negli anni Ottanta, ma il declino irreversibile avviene quattro anni fa, con la riduzione della domanda, l'aumento della concorrenza straniera e l'impennata dei costi. Nel frattempo l'azienda cambia ancora proprietà, passando nelle mani delle banche e della famiglia di imprenditori vicentini Marchi. Lunedì pomeriggio, Burgo Group, annuncia la chiusura.

«Dal 2008 — racconta Gian Paolo Franzini, segretario provinciale Slc Cgil — insistiamo per una riconversione o una diversificazione della produzione, che forse avrebbero potuto limare le perdite (un milione al mese nell'ultimo anno) e l'indebitamento (oltre 900 milioni)».
I lavoratori, riuniti ieri in assemblea, continuano a sperare in una rivoluzione produttiva, nell'ingresso di nuovi capitali. Ma da Confindustria dicono: «Per ora non ci sono strade aperte in tal senso».

Postilla

Naturalmente i migliori auguri e auspici perché la questione occupazionale, per i lavoratori e le famiglie che dipendono direttamente e indirettamente dalla cartiera, trovi rapidamente e positivamente sbocco. Il caso del complesso progettato da Pierluigi Nervi, un manufatto che si studia ovunque su tutti i testi di Storia dell'Architettura, com esempio mirabile di “moderno che dialoga alla pari con l'antico”, può però diventare emblematico di un tema urbanistico di grande attualità, nel nostro paese e non solo, proprio per la sua rilevanza, nonché per la collocazione in un territorio come quello mantovano, generalmente piagato dalle classiche distese di capannoni vuoti e inutili, a consumare ex fertili campagne, come la distesa che si può ammirare giusto alle spalle della cartiera, appena oltre la circonvallazione est. Se si vuole davvero dialogare alla pari con l'antico, con la qualità unica paesistica ambientale e culturale rappresentata dal centro storico e dal lago su cui si affaccia l'imponente struttura, è essenziale rivederne il rapporto col suolo, che un'idea di manufatto industriale vetusta ma tecnicamente accettata ha sinora ridotto quasi a nulla. Per diventare parte integrante della città, oltre al suo rapporto sociale ed economico attraverso il lavoro, il monumento deve recuperare continuità territoriale, e non chiudersi nel beato isolamento, magari sfruttando la storia industriale per riciclarsi in una gated community sui generis. Cosa che invece avviene spesso e volentieri con tanti complessi industriali dismessi, come a Londra recentemente con la centrale di Battersea, quella famosa in tutto il mondo per la copertina dell'album Animals, dei Pink Floyd, diventata quello che in gergo viene definito uno “yuppodromo”. Un caso da seguire, quindi, nella sua evoluzione, perché paradigmatico e potenziale modello, in positivo o in negativo (f.b.)

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