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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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sabato 29 dicembre 2012

Se la città non cresce

A fronte delle grandi trasformazioni urbanistiche che dovrebbero rilanciare la metropoli, emerge uno scollamento strategico dalla società locale. Corriere della Sera Milano, 29 dicembre 2012, postilla (f.b.)

Nei numeri su Milano del censimento 2011 pubblicati qualche giorno fa sulla Gazzetta Ufficiale c'è un aspetto che mette a disagio. La città è tornata ad avere lo stesso numero di abitanti del 1951: se avevamo bisogno di un dato simbolico che certificasse quanto siamo fermi nel mondo che corre, eccolo qui. Le cose ovviamente non stanno solo così. I demografi spiegano che tutto, sempre, è in movimento e quindi anche il milione e duecentoquarantamila residenti fotografato dal censimento 2011 è assai diverso dal milione e duecentomila del 1951. Molto è successo, dal baby boom all'arrivo degli immigrati, eppure siamo ancora lì, al «milione e qualcosa» che solo per un periodo, all'inizio degli anni Settanta, Milano si era davvero scrollata di dosso (1.732.000).

Il risultato del 2011 impone agli amministratori una riflessione più vasta dei rari commenti — sarà stato per i giorni di festa — che hanno accompagnato la pubblicazione dei dati statistici. Non è sufficiente la soddisfazione dell'assessore allo Sviluppo economico Cristina Tajani che, tra i numeri, nota il contributo degli immigrati, determinate per arrestare la decrescita verticale dei milanesi. L'assessore tocca un punto centrale, la presenza dei «nuovi cittadini» nella vita della metropoli. Ma ne lascia senza risposta un altro: perché Milano non attragga più italiani, anzi ne abbia fatti «scappare», negli anni, un grande numero (mezzo milione in meno dal 1971 ad oggi). Non è sufficiente nemmeno la preoccupazione dell'ex vicesindaco Riccardo De Corato che vede come sempre nella crescita degli stranieri (oggi sono il 14,2 per cento degli abitanti) una minaccia per la sicurezza e la coesione sociale.

I dati della città, così simbolicamente bloccati, interrogano la politica su campi più vasti e nuovi: nel 2021, quando si svolgerà il prossimo censimento, che città ci proponiamo di essere? Per quei tempi dovremmo aver finalmente finito di «misurare» Milano all'interno dei suoi confini comunali, ormai sempre più angusti. L'imminente città metropolitana, un'area da oltre 4 milioni di abitanti, conferirà ai temi (e alle soluzioni proposte) una dimensione, si spera, più innovativa. Mario Monti ha dedicato una parte del suo discorso di fine mandato al ruolo delle donne («una vera politica di pari opportunità genera un punto di Pil in più») e ai rari bambini («quel deficit di nascite che caratterizza il nostro Paese ha una serie di conseguenze economiche, sociali e psicologiche»). Ora, nelle politiche per la città dei prossimi dieci anni, quale posto troverà il dato del censimento che fa di Milano una metropoli nettamente femminile (quasi centomila donne in più degli uomini)? E quale peso avrà il fatto che la ripresa delle nascite — che la città aveva guidato con un piccolo boom ottimista nel 2007 — si sia ormai drasticamente arrestata sotto i colpi della crisi? Temi impegnativi, insomma, che meritano discussioni e visioni che vadano oltre il day by day che spesso ci prende.

Postilla
Su queste pagine del sito da molto tempo ci si chiede, a proposito di Milano ma ovviamente non solo, sino a che punto la politica riesca a cogliere il respiro di una sfida strategica per il futuro. Si è detto tante volte degli aspetti ambientali, climatici, energetici, di rapporto tra forme insediative e mobilità; tutte cose a cui troppo spesso si risponde a pezzi e bocconi, apparentemente lasciando al caso o a miracolistiche mani invisibili il compito di formulare una sintesi. Questo articolo, scritto da un giornalista attento ma certo non particolarmente specializzato, mette in luce un altro lato della medaglia, quello più squisitamente sociale, e immediatamente dopo economico: che città vogliamo? Quella del centrodestra si era più o meno esplicitata nei lustri, dalle prime sparate degli anni ’90 ai surreali metri cubi salvifici del garrulo assessore Masseroli, ammorbiditi (si fa per dire) dalle promesse di capitalismo compassionevole del social housing. Ad ascoltare le critiche, molto aspre ma a quanto pare assai motivate e documentate, proposte da questo sito a proposito del Piano di governo del territorio, le modifiche tecniche apportate sinora dalla nuova giunta lasciano tutto in sostanza allo stato precedente. E la questione di quale città vogliamo perfettamente inevasa (f.b.)

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