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23M 2019: una marcia rivoluzionaria

23M 2019: una marcia rivoluzionaria
Il 23 marzo 2019 anche eddyburg si unisce alle migliaia di persone che scenderanno in strada per le vie e le piazze di Roma in una grande Marcia per il clima, contro le grandi opere inutili e per una giustizia ambientale. Ancora una volta sono i movimenti, i comitati, gli abitanti a rivendicare le ragioni per una rivoluzione del sistema, del modello di sviluppo in assenza di una sintesi politica capace di cogliere la svolta radicale necessaria per coniugare la salute, il benessere sociale, la salvaguardia del nostro pianeta terra e delle specie che lo abitano e i diritti umani. (i.b)

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VENEZIA

DAI MEDIA

domenica 2 dicembre 2012

Quando la logica non si falsifica


I paradossali risvolti del conflitto sollevato dalla Presidenza della Repubblica nei confronti della Procura di Palermo a proposito delle intercettazioni sui rapporti Stato-mafia, descritti dalla penna pungente ed esperta del grande penalista. La Repubblica, 2 dicembre 2012, 


Martedì 4 dicembre sapremo l’esito del conflitto sollevato dal Quirinale versus la Procura palermitana: non è affare nostro la prognostica almanaccante; parlino gl’indovini o inquirenti tra le quinte, soppesando le variabili, dalle storie individuali agl’influssi esterni. L’interessante è avere sotto gli occhi le norme vigenti, intese a regola d’arte. Cominciamo col distinguere due contesti manifestamente diversi: che le linee locutorie d’un tale (chiamiamolo N) siano spiate ogniqualvolta le usa, giorno e notte, avvolto in una rete acustica o informatica; o P incappi in ascolti fortuiti perché comunica con N. Tale il caso sub iudice.



Costa qualche fatica tradurre in lingua giuridica l’enfasi mistica effusa nel ricorso ma tentiamo. Il Presidente parrebbe non ascoltabile dai profani fuori del circuito pubblico, a meno che vi consenta: in pratica stabilisce lui, post eventum, se fosse fas o nefas udire; ad esempio, non gli dispiacevano i nastri contenenti dialoghi virtuosi sui terremotati con Guido Bertolaso, captato a proposito d’appalti. Stavolta, come allora, nessuno lo spiava: cade nella rete rispondendo a N. M. che invoca soccorso contro dei pubblici ministeri; i quali, ignari, non violavano alcun obbligo. Ma stando al ricorso, lo scenario muta dall’istante in cui riconoscono la Voce. Lì scattano obblighi negativi (espellere dalla memoria suoni e parole o almeno tacerli) e positivi (distruggano clandestinamente l’empio materiale, subito).

Enfasi mistica, abbiamo detto. Esiste un precedente nello Statuto albertino, concesso sabato 4 marzo, anno del Signore 1848, 18° del regno: “la persona del Re è sacra e inviolabile” (art. 4); sacrileghi perciò perquisizioni, sequestri, arresto, cattura, condanne, ecc. (Vittorio Amedeo II subisce misure coercitive dal figlio Carlo Emanuele, detto Carlino, ma non era più re, avendo abdicato, 3 settembre 1630). Insomma, sta fuori della giurisdizione, essendone la fonte (art. 68: “emana dal Re”). Nella fattispecie l’inviolabile Carlo Alberto avrebbe partita vinta, e così i quattro successori regnanti, ma la storia novecentesca ha inghiottito Statuto e monarchia. Esiste qualcosa d’analogo nella Carta repubblicana votata lunedì 22 dicembre 1947 dall’Assemblea Costituente? Quesito stravagante, sottintende nostalgie reazionarie in stile Joseph de Maistre o Charles Maurras. L’immunità è asseribile in quanto una norma la stabilisca e le norme non nascono spontaneamente, né le detta il giudice o emergono dai fondali d’una storia spesso fantastica (nell’ancien régime la nobiltà togata evocava misteriose “lois fondamentales”). Regole d’un livello superiore dicono in qual modo produrle: e qui non basta una legge qualunque; nascerebbe morta, perché viola l’art. 3 Cost. Stando al ricorso, vale l’art. 90 Cost. Vediamolo: il Presidente non risponde degli atti compiuti quando esercita le funzioni, esclusi due casi; tutto lì ossia nemmeno una sillaba utile all’assunto monarcofilo. Dove sta scritto che, fuori del circuito pubblico, sia ascoltabile solo se lo reputa conveniente? La lingua italiana non tollera simili letture. Inteso così, l’art. 90 legittima ogni fantasia, anche che l’Unto sia infallibile, come Sua Santità, o guarisca le scrofole toccando i pazienti (l’ultimo re di Francia prestatosi al rito terapeutico è Carlo X appena incoronato, a Reims, Ospizio San Marcolfo, 31 maggio 1825). Siamo nell’assurdo linguistico.

Altrettanto fuori luogo il riferimento all’art. 7 l. 5 giugno 1989 n. 219, cc. 2 e 3: “i provvedimenti che dispongono intercettazioni” possono “essere adottati” nei suoi confronti solo dopo che la Corte costituzionale l’abbia sospeso dalla carica; versiamo nel caso del Presidente messo in stato d’accusa (alto tradimento o attentato alla Costituzione). Qui nessuno aveva disposto l’ascolto nei suoi confronti: l’intercettato non era lui ma l’interlocutore; né pendevano accuse. L’art. 7 segnalerebbe una norma occulta applicabile anche fuori dei casi ivi previsti? Discorsi simili corrono nel settimo capitolo delle avventure d’Alice (un tè matto): l’ermeneutica ha delle regole; chi le vìola cade nel vaniloquio; e i vaniloqui restano tali chiunque li formuli, in qualsivoglia messinscena. Il bello della logica sta nel non essere falsificabile.Qualcuno ragionava così: sta bene, la Procura palermitana risulta in regola ma, rilevando una lacuna nella tutela degli arcana imperii, la Corte può rimediarvi. Nossignori. L’alto consesso non forgia Grundnormen: applica le esistenti rimuovendo leggi incompatibili. L’immaginario canone è invisibile nel testo, unico luogo da cui possiamo cavarlo. L’alchimista metteva oro nel vaso fingendo poi d’averlo trovato. Questo ricorso afferma l’inviolabilità della “sacra persona” con un lungo salto indietro al 4 marzo 1848. La sedicente diagnosi giuridica è plateale tautologia: ogniqualvolta l’ascolto gli riesca molesto, deve non essere ascoltabile; perché?; se lo fosse, sarebbe violata una santa privacy. Ovvio, no?

Veniamo all’ultimo paradosso. Il clou dello pseudo conflitto sta nella pretesa che sia clandestinamente distrutto l’intero materiale (nastri, testi trascritti, verbali). Ora, nell’art. 111 Cost., cc. 2 e 4, il contraddittorio è requisito elementare e sarebbe manomesso se andassero in fumo possibili prove ignote agl’interessati: forse giovano all’accusa o alla difesa d’una parte o forniscono lumi in altri giudizi; pour cause l’art.269, c. 2, c. p. p. impone un procedimento camerale aperto a chi vi abbia interesse. Insomma, l’attore invoca una norma costituzionale inesistente, contro l’esplicita; e se la Corte riuscisse ad accogliere quei petita nel rispetto del sistema attuale, sarebbe l’enorme miracolo immaginato da Cartesio: un triangolo i cui angoli contino più o meno dei soliti 180° nello spazio euclideo. Secondo Spinoza, non vi riesce nemmeno Iddio. Va in scena un raro caso clinico.
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