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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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martedì 18 dicembre 2012

No ai grattacieli sull’isola operaia Parigi boccia il piano dell’archistar

Non ci raccontano chi ci guadagna e chi ci perde, altezze a parte: né a chi e a che cosa serve aggiungere metri cubi a metri cubi.  E che cosa ciò comporta per la città e i suoi abitanti. E la chiamano informazione. La Repubblica, 18 dicembre 2012 

Se non fosse un pezzo di storia della classe operaia, un simbolo unico di archeologia industriale, forse tutto sarebbe stato più semplice. L’isola Seguin, a ovest di Parigi, è stata a lungo la fabbrica modello di Renault. Da questo lembo di terra piantato in mezzo alla Senna, con un parco che ha ispirato pittori come Delacroix e Turner, sono incominciate a uscire le prime autovetture del marchio francese già alla fine degli anni Venti. Dopo che l’ultima catena di montaggio è stata chiusa nel 1992, l’isolotto è rimasto abbandonato, al centro di enormi appetiti immobiliari.


Nessuno è riuscito finora a far rinascere l’Ile Seguin, teatro di epiche lotte sindacali del Novecento francese. Gli abitanti di Boulogne-Billancourt, il quartiere di cui fanno parte gli ex stabilimenti ormai distrutti, parlano scherzosamente di una “maledizione” che nel tempo, tra conflitti burocratici e mobilitazioni di ambientalisti, ha fatto naufragare i piani di affaristi svizzeri, americani, e persino dell’imprenditore francese François Pinault che voleva costruire qui la sua fondazione per l’arte contemporanea ma ha poi deciso di ripiegare sulla più ospitale laguna di Venezia.

L’ultimo a farne le spese è stato Jean Nouvel. Incaricato nel 2009 di immaginare l’edificazione della zona, l’archistar francese non ha ricevuto una calorosa accoglienza. Il suo progetto originale è stato sottoposto a una serie di ricorsi amministrativi fino a essere definitivamente bocciato ieri da un referendum popolare. I residenti hanno infatti votato contro la prima ipotesi presentata da Nouvel, che prevedeva di erigere sull’isola prima cinque, poi quattro grattacieli, da lui definiti “castelli”, alti fino a 120 metri. Nella consultazione ha vinto invece una soluzione di compromesso immaginata sempre dall’architetto per cercare di chiudere le polemiche: una sola torre di 110 metri.

Non è una novità. Il dibattito sull’altezza dei palazzi caratterizza da sempre la Ville Lumière che, salvo rare eccezioni, predilige uno sviluppo urbanistico orizzontale. Ma è comunque uno smacco per uno dei più noti architetti francesi, premio Pritzker nel 2008. «L’importante è che sia rimasta una skyline ben definita e la forma a nave dell’isola», ha commentato Nouvel, incassando con eleganza il responso popolare. Circa metà degli abitanti di Boulogne-Billancourt ha partecipato al referendum, considerato un successo dal sindaco di destra, Pierre-Christophe Baguet, mentre gli oppositori sostengono che l’alto astensionismo non conferisce legittimità al risultato.

Questa volta però sembra davvero il momento di posare la prima pietra. «Ora finalmente possiamo costruire» ha detto il primo cittadino che ha indetto un po’ a sorpresa il referendum per mettere a tacere i gruppi di residenti contrari e chi lo accusa di voler «cementificare» i dodici ettari sulla Senna. Oltre a nuovi uffici, commerci, un parco pubblico, il piano urbanistico prevede di trasformare l’isola in una “Valle della Cultura”, con un polo artistico, una città della musica, una multisala di cinema e un’area dedicatalle arti circensi. Un pezzetto di terra è stato lasciato agli ex operai di Renault che, con un po’ di nostalgia, continuano a presidiare i luoghi di quella che un tempo era chiamata “usine-paquebot”, la fabbrica-nave dalla quale negli anni Sessanta uscivano fino a mille nuove automobili al giorno.

Non ci sarà un museo ma si potrà visitare un centro di documentazione con qualche reperto storico. Un piccolo tributo al passato che sopravviverà sotto al “castello” futurista voluto da Nouvel, lontano ricordo dell’isola che non c’è più.


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