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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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sabato 22 dicembre 2012

Muoversi: come, e soprattutto dove

La cronaca quotidiana ci conferma purtroppo ancora una volta un problema culturale nell’affrontare le questioni urbane: la separazione fra l’idea di spazio e quella di mobilità, e di diritti

Fra le numerose, anche aspre e polemiche, critiche al nuovo piano regolatore di Milano, c’è quella sul sistema dei trasporti, trascurato nella revisione al punto da ridurre ciò che dovrebbe essere una componente chiave del metabolismo urbano e metropolitano a un coacervo di opere e tratte esistenti, privo però di rapporto organico ed efficace con ciò che dovrebbe contribuire a far vivere e respirare. Scendendo di parecchi gradini e aggiustando la prospettiva un po’ alla William Whyte, sul cordolo del marciapiede, si possono anche toccare con mano sintomi e frutti, di questa perdurante (perché ovviamente non riguarda solo la revisione del piano, né la sola Milano) schizofrenia. Quando principi e categorie tornano al mondo reale dal quale erano nate, materializzandosi nelle relazioni, o mancate relazioni, fra chi va e viene da un posto all’altro, e i posti intermedi che è costretto ad attraversare. Perché la famosa schematizzazione trasportistica secondo cui andiamo sempre tutti da una immancabile origine detta A verso un’esiziale estasi di destinazione B, toccata con la mano saggia della casalinga che c’è in noi si rivela una mezza verità, buona per i libri di ricette ma rigorosamente da adattare agli ingredienti.

Il problema è che chi si occupa di trasporti (anche chi lo fa a sua insaputa, come i revisori accusati di avere i paraocchi col Pgt milanese) subisce a tutti i livelli la nefasta influenza di Leonardo da Vinci e del suo famigerato schizzo sulla città ideale a percorsi separati. È il modo di ragionare sempre immaginandosi quelle linee che non si incrociano mai, guardandosi da lontano, a lasciare problemi irrisolti di interfaccia, di nodi di interscambio, di compatibilità. La faccenda funziona magari benissimo nei disegni, dove anzi arricchisce lo scenario avere tanti sfondi e attori diversi, come in quelle suggestive sezioni sui manuali di ingegneria a cavallo fra XIX e XX secolo, o più di recente i libri sulla progettazione dei centri commerciali, dove il famoso riferimento leonardesco imperversa, spiegando tante cose. Non a caso il centro commerciale è il vertice della nostra civiltà un po’ troppo meccanica, dove tutto pare funzionare benissimo, ma lo fa in modo assai circoscritto e settoriale, artificioso quanto le pubblicità risuonanti dentro lo scatolone, a nascondere lo spazio desolato appena dietro la rampa d’uscita.

La cronaca milanese, ma potrebbe succedere e succede ovunque, ci racconta stavolta di una scazzottata per il parcheggio, proprio quel genere di cose che nei centri commerciali si risolve meccanicamente con metodo Da Vinci. Succede che i clienti di un ristorante parcheggino in massa sopra la pista ciclabile, come in un manuale di intermodalità imperfetta, ovvero dove i due modi di trasporto si incrociano, le infrastrutture anche, ma purtroppo la magnifica sintesi ha lasciato fuori le persone che invece dovrebbero starci dentro, relegandole ciascuna dentro la propria prigione, a rivendicare l’uso della cella accanto. Succede continuamente, che le automobili invadano ogni cosa, perché sono fatte così da un secolo e passa, e noi ci abbiamo costruito attorno più o meno consapevolmente un intero mondo, come spiegava la scomparsa Jane Holtz Kay nel suo magistrale Asphalt Nation.

Il movimento per la mobilità dolce oggi si fa sentire, chiede sicurezza, garanzia di ordine pubblico, investimenti nelle infrastrutture, come per esempio nel famoso programma internazionale salvai ciclisti. E forse così ci si mette una pezza, ma siamo sicuri che si tratti davvero della soluzione? Che costruire nuove passerelle, e assumere nuovi poliziotti per far rispettare gli accessi riservati, non finisca per preparare altri problemi identici, anziché aprire prospettive davvero diverse? Le storie dei trasporti moderni iniziano spesso dalle vecchie incisioni o vignette, con un convoglio ferroviario che attraversa la città o la campagna, e qualche poveraccio che scappa terrorizzato, o viene poco gentilmente invitato a levarsi dai piedi. I discendenti di Leonardo, con qualche eccesso di meccanicismo, hanno escogitato il trucco della separazione dei tubi di collegamento, spiegandoci che tutto si risolveva nelle stazioni di interscambio. Ci sono almeno un paio di secoli però a dimostrarci che di stazioni di interscambio e di capistazione di interscambio non ce n’è mai abbastanza, perché mancano le risorse, economiche e non solo. Non sarebbe il caso di iniziare a osservare il problema da una prospettiva diversa? Qualcuno ha già provato a farlo: se proprio dobbiamo fare a cazzotti con qualcosa, prendiamocela con la nostra ottusità a capire i sintomi del malessere urbano.

la Repubblica Milano, 22 dicembre 2012
Vittor Pisani, auto sulla pista botte ai ciclisti che protestano
di Luca De Vito

INSULTATI e picchiati fuori dal ristorante Giannino. È stata una notte insolita e a tratti drammatica quella di giovedì per i partecipanti alla Critical mass, la biciclettata di massa che ogni settimana raccoglie numerosi ciclisti milanesi. Tutto è iniziato intorno alle 23 quando il gruppo, durante il suo consueto tour cittadino, è arrivato in via Vittor Pisani, di fronte al noto ristorante dei vip. Proprio in quel tratto, raccontano i ciclisti, la strada era invasa dalle auto dei clienti dei ristoranti, parcheggiate in sosta selvaggia a invadere la pista ciclabile e a occupare in doppia fila la carreggiata. «Quando siamo arrivati —racconta Marco Mazzei, uno dei ciclisti — ci siamo fermati e abbiamo chiamato i vigili per segnalare tutte quelle macchine in divieto di sosta sulla corsia delle bici: era molto peggio del solito, forse anche perché era l’ora di cena». Così le biciclette hanno bloccato la strada lasciando solo un varco per le auto e una ventina di chiamate in sono arrivate, in cinque minuti, alla polizia locale.

Dapprima i clienti dei locali si sono avvicinati per capire cosa stesse succedendo, poi è arrivato un uomo che si è qualificato come gestore di uno dei ristoranti. «Ha cominciato a dirci di lasciare libera la strada, che capiva le nostre rimostranze ma che in questo modo i clienti sarebbero scappati» aggiunge Mazzei. Poi, all’improvviso, quattro tipi dall’aria minacciosa («energumeni») si sono avvicinati ai ciclisti urlando minacce: «Adesso ci avete rotto i c..., vi ammazziamo». Spintoni, poi pugni. Ad avere la peggio è stato uno della Critical mass, ferito lievemente da un cazzotto in faccia e portato via poco dopo con l’ambulanza. In Vittor Pisani sono arrivati anche i vigili, ma troppo tardi: gli aggressori si erano dileguati e di macchine da multare ne era rimasta soltanto una.

Duro il commento di Pierfrancesco Maran, assessore ai trasporti, secondo il quale «episodi del genere non sono tollerabili». Maran ha poi annunciato un intervento per trasformare quella corsia ciclabile in una vera e propria pista «protetta e non valicabile dalle soste irregolari». A fargli eco l’assessore alla sicurezza Marco Granelli: «Ci auguriamo che vengano presentate denunce — ha detto — potrà aiutarci a fronteggiare più duramente queste situazioni di violenza e arroganza. Da parte nostra facciamo tutto il possibile: da gennaio a ottobre sono state inflitte 2493 multe per invasione di pista ciclabile in tutta la città di cui più della metà, 1427, proprio in Vittor Pisani.»
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