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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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domenica 16 dicembre 2012

L’Ego Lombardo

Primarie per la Lombardia: ottima prova di partecipazione collettiva degli elettori del centrosinistra, e risultato che rafforza lo spirito davvero riformista. Articoli da la Repubblica il manifesto e Corriere della Sera, 16 dicembre 2012, postilla (f.b.)

la Repubblica Il trionfo di Ambrosoli, correrà per il Pirellone
di Alessia Gallione

MILANO — È Umberto Ambrosoli il candidato del centrosinistra che tenterà la scalata al Pirellone. E questa volta, dopo quasi diciotto anni di dominio incontrastato di Formigoni e Lega, la coalizione ci crede. A incoronare l’avvocato penalista sono state le primarie del “Patto civico”, cui hanno partecipato 150mila lombardi: così è stata ribattezzata la corsa per rappresentare il tentativo di allargare i confini tradizionali dei partiti. Una sfida a tre, vinta da Ambrosoli con il 58 per cento delle preferenze. Secondo con il 23 per cento – e questa può essere giudicata una sorpresa rispetto ai sondaggi della vigilia – il giornalista esperto di temi ambientali ed economici Andrea Di Stefano, che ha strappato l’appoggio di pezzi di Sel, Rifondazione e, a distanza, del sindaco di Napoli De Magistris. Una percentuale simile a quella di Alessandra Kustermann, la ginecologa fondatrice del primo centro contro la violenza alle donne, che si è fermata al 19 per cento. Ma, adesso, parte la battaglia vera. Quella contro il centrodestra.

La «prima scommessa vinta», dice il segretario regionale del Pd Maurizio Martina, è stata la partecipazione. Alla vigilia, la terza chiamata alle urne nel giro di un mese del popolo delle primarie sembrava un’incognita. Certo, i 440mila in fila ai seggi del primo turno del duello per la premiership sembrano un miraggio. Ma gli organizzatori mettevano in conto la stanchezza dei militanti, persino l’incrocio tra la neve caduta su tutta la regione e lo shopping natalizio. Centomila era l’obiettivo: si è arrivati a 150mila, di cui oltre 40 a Milano.

E lui, «l’uomo del cambiamento » in Lombardia, è Umberto Ambrosoli, il candidato che molti partiti, a cominciare dal Pd, hanno corteggiato fin da quando, negli scorsi mesi, la poltrona di Roberto Formigoni ha vacillato. Inizialmente, l’avvocato aveva declinato l’invito: troppo poco tempo per costruire il suo progetto. Poi, a inizio novembre, la svolta. È allora che anche le primarie, a cui si erano già candidati Kustermann e Di Stefano, sono state persino messe in dubbio. Ma, alla fine di una campagna-lampo giocata cavalcando temi simbolo come il dualismo tra sanità e la scuola pubblica o privata, Expo, l’ambiente e le ricette per vincere la crisi, il centrosinistra ha scelto. E lo ha fatto con una coalizione allargata dal Pd a Sel, dall’Idv a Rifondazione e soprattutto alla società civile. Uno schieramento che dovrà tradursi un una squadra per sfidare il centrodestra.

Da oggi si riparte. «Tutti insieme », giurano gli (ex) avversari. Con Di Stefano che punterebbe a un assessorato che unisca ambiente e lavoro e la Kustermann, invece, che vorrebbe proseguire la sua sfida accorpando sanità e welfare. A invocare la svolta è il sindaco Giuliano Pisapia, sponsor dell’avvocato: «Questo centrosinistra aperto e plurale non ha paura della mischia e si butta per vincere la partita», dice. Una sfida chiave anche in chiave nazionale per diversi motivi: la Lombardia potrebbe determinare gli equilibri nel prossimo Senato e questa è stata per quasi un ventennio la culla del berlusconismo e della Lega che, non a caso, per il Pirellone ha già schierato il suo leader Roberto Maroni.

la Repubblica ed. Milano
La forza per vincere
di Roberto Rho

UMBERTO Ambrosoli ben oltre la metà dei consensi dei 150mila lombardi che hanno sfidato il gelo e lo shopping prenatalizio per accostarsi ai seggi è insieme la conferma che le primarie fanno bene a chi accetta la sfida e la garanzia che il centrosinistra, nella corsa per il Pirellone, avrà un candidato solido e attrezzato per vincere. Il giovane avvocato è l’incarnazione di quel bisogno di etica nella vita pubblica che l’interminabile sequenza di episodi di malaffare – fino allo scandalo dei lecca-lecca e delle cartucce da caccia pagate con i soldi dei contribuenti – ha reso urgente e ineludibile. Ma etica e trasparenza sono un prerequisito, non un programma. Ambrosoli, con il suo 58%, ha la forza (ma poco tempo) per costruirlo, facendo buon uso delle proposte ascoltate durante questo scorcio di campagna e delle idee messe in campo dagli altri candidati, soprattutto quelle più innovative di Di Stefano. Ha la forza per proseguire con decisione sul sentiero civico, lavorando “insieme” ma non “per” i partiti, per compilare liste elettorali fresche e stimolanti, per presentare un progetto di governo che riavvicini i cittadini all’istituzione. L’occasione è storica, il traguardo è più vicino.

ll manifesto L’ottimismo della regione
di Luca Fazio

MILANO -. Ha vinto chi doveva vincere, l'avvocato Umberto Ambrosoli, anche perché in Lombardia, laddove era più forte la macchina organizzativa del Pd, non c'era partita. Ma l'affermazione dei due sfidanti, Andrea Di Stefano e Alessandra Kustermann, ha del clamoroso, perché il primo era sostenuto solo dal Prc e perché la seconda si è candidata sostanzialmente da sola, anzi addirittura osteggiata dal suo partito, il Pd. Intorno alle 22 di ieri sera le percentuali dicevano 58% Umberto Ambrosoli, 23% Andrea Di Stefano e 19% Alessandra Kustermann.

Ma, al di là del lato lombardo, la vera partita politica di queste primarie si è giocata tutta a Milano, dove ha votato quasi la metà degli oltre 130 mila elettori lombardi che si sono recati ai seggi. E sicuramente i dati disaggregati del capoluogo lombardo (usciti troppo tardi per darne conto sul nostro giornale) dicono che i due candidati «perdenti» si sono ulteriormente avvicinati a quello che era il vincitore predestinato. E il voto di Milano peserà non poco negli assetti della nuova squadra che il prossimo febbraio dovrà sfidare il centrodestra per conquistare il Palazzo della Regione.

Di questo, già oggi, parleranno i tre candidati guardandosi negli occhi. Il vincitore, a caldo, ha confermato la sua intenzione di lavorare «tutti insieme», anche perché a questo punto non potrà fare diversamente. E lo si capisce dalle prime dichiarazioni di Andrea Di Stefano, il quale dopo i complimenti di rito ha già lasciato intendere che quel suo 22% (e più a Milano) dovrà pesare non poco nell'elaborazione del programma. «Penso che sia un ottimo risultato - ha dichiarato a Radio Popolare, che ieri si è trasformata in una specie di Viminale, ma più efficiente - nonostante i lombardi siano andati a votare con un tempo folle. Adesso questo risultato lo faremo pesare in termini programmatici nella competizione con il centrodestra che non sarà facile. Non si tratta solo di parole, bisogna mettersi d'accordo nella sostanza. Va bene dire tutti insieme, ma bisogna dire per fare cosa».

Insomma, nonostante tutto i cittadini lombardi ci hanno creduto ancora una volta. Soprattutto i milanesi. Soprattutto quelli di una certa età. I «giovani», come al solito, anche questa volta non sono andati a votare. L'asticella della partecipazione comunque si è fermata ben oltre quota centomila, un buon risultato. Non tutti se lo aspettavano e forse non si poteva chiedere di più allo sfilacciato «popolo» della sinistra chiamato ancora una volta a compiere un atto di fede nei confronti di una politica che non riesce a trovare altri sbocchi se non quelli offerti dagli stessi partiti che troppe volte hanno deluso. La realtà, il segreto, è che mai come in queste primarie i candidati sono stati percepiti come sufficientemente autonomi dai partiti, perché più forti e credibili di ogni segreteria.

Grazie alla loro storia, che parla da sola. Umberto Ambrosoli, il relativamente giovane avvocato, forse troppo moderato, ma che nel tempo ha saputo accreditarsi come il paladino della legalità e della moralità dentro e fuori dal Palazzo, una figura senza alcun dubbio più forte e credibile di tutta la segreteria del Pd messa insieme, che infatti lo ha appoggiato ma senza poter strafare. Andrea Di Stefano, «il professore» della sinistra radicale moderna, la vera sorpresa di queste primarie lombarde, mai velleitario, preciso come un orologio svizzero e sempre competente ai limiti della secchionaggine, sostenuto dal Prc con intelligenza e discrezione, cioé con la consapevolezza che questa volta era necessario mettersi a disposizione di un candidato così «nuovo» e forte che sembra quasi caduto dal cielo. E poi Alessandra Kustermann, una donna tosta, motivata e piena di energia orientata senza alcun timore a sinistra, laica, paladina della scuola e della sanità pubblica.

Se sapranno davvero lavorare insieme, questa è una squadra che potrebbe giocare per vincere la partita più importante. Il bello, adesso, o il difficile, sarà riuscire a dare concretezza a quel 42% di cittadini (Di Stefano più Kustermann) che ha espresso chiaramente il desiderio di battere la destra con un centrosinistra spostato a sinistra. Un fatto inedito, una lezione che non è certo affare dei soli cittadini lombardi.

Corriere della Sera Pisapia apre la campagna in Lombardia: «Vincere qui per governare a Roma»
di Maurizio Giannattasio


MILANO — Ora comincia la partita vera. Quella tosta. Quella che dopo 17 anni di governo del centrodestra potrebbe portare alla grande svolta del Pirellone. Il centrosinistra al comando della Lombardia. Lo sa bene Umberto Ambrosoli — 41 anni, avvocato, figlio dell'«eroe borghese», non avvezzo alla politica politicante e tanto meno a quella politicata — che adesso comincia il difficile. Lo sa bene anche il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia. La sfida lombarda è fondamentale: «Ho votato Ambrosoli perché è il candidato che ha più possibilità di vincere. Se non si vince adesso in Lombardia, non si vince più. E se non si vince in Lombardia non si vince neanche in Italia. La nostra Regione è fondamentale per vincere le elezioni nel Paese». Aggiunge su Facebook: «Dopo 17 anni, Palazzo Lombardia ha davvero bisogno di aria fresca e il centrosinistra con Ambrosoli porterà quel cambiamento che tutti aspettiamo...».

Ambrosoli è consapevole del fardello che gli pesa sulle spalle. Da una parte si dovrà scontrare con (almeno) due personaggi come Roberto Maroni e Gabriele Albertini che di solito non la mandano a dire, il primo fortemente identitario, il secondo espressione di un rinnovato civismo dopo la parentesi del Pdl. Dall'altra Ambrosoli deve coniugare la sua estrazione civica con il senso identitario della sinistra che spesso e volentieri non ha apprezzato le sue uscite su tanti argomenti: dalla sanità alla scuola, alle dichiarazioni troppo blande su Cl.

Un quadro speculare. Una battaglia fuori e una dentro fatta degli stessi ingredienti: civismo versus appartenenza, società civile in alternativa ai partiti (che non si sono ancora dimenticati delle prese di distanza dell'avvocato all'inizio del suo cammino politico). La ricetta, potrebbe essere quella del suo grande sponsor Pisapia. Il sindaco lo ha ripetuto in questi giorni. Il motto è: allargare, allargare, allargare. Più ascolto, più territorio e meno partiti. Con un'avvertenza: il cammino vincente di Pisapia e del Modello Milano è esattamente l'opposto di quello che dovrà affrontare Ambrosoli. Pisapia era profondamente radicato nella sinistra e il suo «allargamento» al civismo è stato un lunghissimo percorso durato un anno. Ambrosoli parte dal civismo per «allargarsi», o per meglio dire, convincere l'ala sinistra del suo schieramento. E dovrà farlo nel giro di due mesi. Con un ulteriore paradosso. Ambrosoli il candidato più «civico» dei tre sfidanti alle primarie di coalizione è anche quello che si è ritrovato con l'endorsement politico più pesante, quello del Pd e del suo segretario Pier Luigi Bersani. A differenza, per esempio, della sua antagonista Alessandra Kustermann che ha collezionato negli anni le tessere di Pci, Pds, Ds, Pd. Sfrondare questa ambiguità di fondo sarà un altro compito a cui Ambrosoli dovrà dedicarsi in questo breve lasso di tempo. Pena, lasciare una buona fetta di «civismo» al suo competitor Gabriele Albertini.

Di fronte a queste contraddizioni e alla difficoltà del percorso c'è però un dato di fatto. Si chiama election day. Impossibile pensare che a Roma ci sia una coalizione di centrosinistra e qui in Lombardia un'altra. La coesione dell'alleanza dovrà essere garantita e anche i mal di pancia di Sel e della sinistra nei confronti dell'avvocato dovranno fare i conti con il dato politico. E poi, per la prima volta dopo 17 anni, c'è la grande speranza che questa sia la volta buona, soprattutto se il centrodestra si spaccherà con Maroni da una parte e Albertini dall'altra. L'occasione è troppo ghiotta per farla fallire in base a differenziazioni che il popolo di centrosinistra farebbe fatica a comprendere. Per questo si pensa ad almeno 3 liste per sostenere Ambrosoli. Pd, Sel, che potrebbe avere come capolista Andrea Di Stefano al secondo gradino del podio delle primarie, e una lista civica lombarda per Ambrosoli.

Resta la grande incognita. La discesa in campo del premier Mario Monti. Con ripercussioni immediate in Lombardia. Perché il candidato in pectore della possibile lista Monti, qui c'è già. Si chiama Albertini che a quel punto potrebbe portarsi dietro una buona fetta del Pdl spaziando ampiamente verso il centro e limitando lo spazio di movimento di Ambrosoli. Quindi, il mantra che va ripetendo Pisapia da settimane, acquista ancora maggiore importanza: «Allargare, allargare, allargare». Tanto i partiti, anche quelli più riottosi nei riguardi dell'avvocato «moderato» non potranno fare altro che seguire (o inseguire). Nessuno vorrà essere ritenuto l'artefice della sconfitta del centrosinistra dopo tre lustri di batoste.

Postilla - Centrosinistra e Megalopoli Padana

Nelle primarie Lombardia del centrosinistra è stato probabilmente Andrea Di Stefano, a cogliere e sostenere meglio l'idea che sia necessario costruire un intero modello di sviluppo regionale alternativo a quello formigoniano, e/o a quello complementare degli interessi profondi “valligiani” puntualmente ricordato ieri da Aldo Bonomi (che se ne fa da sempre cantore) sul Corriere, mentre i cittadini andava no ai seggi. Di Stefano comprende bene, forse meglio di tanti che lo sostengono, quanto sviluppo alternativo non significhi solo legalità, o sostituire certi interessi particolari implicitamente buoni ad altri che non lo sarebbero, ad esempio non chi e come realizza le autostrade, ma se è opportuno proseguire col criterio della cosiddetta Città Infinita. Ha colto anche l'entità della sfida con un candidato forte come Roberto Maroni, il quale oltre a poter contare sulle sue classiche reti di consenso, ha saputo evocare la dimensione macroregionale: quella che la Lega chiama Padania e di cui auspica la secessione, e che esiste anche nella realtà come sistema integrato, al pari di altre "megalopoli" europee. Una delle tante domande che ora, con l'avvicinarsi delle elezioni, varrebbe la pena porsi, è: il centrosinistra, le forze progressiste, ce l'hanno un'idea alternativa di macroregione? Oppure sono convinti che, pure di fronte a una integrazione di fatto delle reti infrastrutturali, socioeconomiche, e a temi ambientali e di sviluppo evidenti (per tutti l'abbattimento degli inquinanti e delle emissioni), la megalopoli resti solo un'espressione geografica? Forse è uno degli errori più rischiosi, lasciare il monopolio alla destra leghista su un tema del genere (f.b.)

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