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Il provocatorio progetto di uno studio messicano per un muro “molto bello” e di colore rosa intenso che piacerebbe a Trump. Gli americani potrebbero contemplare dall’alto il Messico con “gorgeous perversity”. Estudio 3.14 di Guadalajara: Progetto “Prison Wall” (m.c.g.)

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domenica 23 dicembre 2012

L'economia delle citta'

C’è chi ancora lavora sul tema di fondo della questione urbana e scrive:«Bisognerebbe mettere da parte il lessico alla moda, come governance, stakeholder, spin-off, smart city, spending review,  e tornare a parole semplici ma più profonde, come rendita, che riemerge dopo un lungo silenzio, ingegno, che è tipicamente italiano, e lavoro». Uno scritto del 15 dicembre 2012. Un regalo per i nostri lettori. In calce alcuni link utili

Relazione al convegno L’ economia delle città, Roma 15 dicembre 2012, organizzato daalla Fondazione Italianieuropei, dal Centro per la riforma dello Stato e dall’associazione Romano Viviani. 

Il titolo di questo seminario – L'Economia delle città – non vuole indicare una branca dell’economia, ma allude al significato originario della parola economia. L'etimologia viene da oikonomia, cioè nomos contenuto in oikos, in una dimora, in uno spazio contenuto. Già nel mondo antico, tuttavia, nomos travolse oikos fino a un ribaltamento semantico della parola, che venne ad indicare l'opposto, cioè un ordine illimitato senza un luogo. Con San Paolo si fa un passo avanti del significato, come Piano Divino della Provvidenza, e va avanti fino alla secolarizzazione illuminista, diventando la mano invisibile del mercato. Ma soltanto oggi si compie lo sconfinamento totale con la finanziarizzazione mondiale. Non so se Giavazzi o Alesina sono consapevoli che la loro tecnica discende dalla teologia paolina; tra i tanti difetti del pensiero economico dominante c’è quello di non riflettere sul suo statuto epistemologico, pur pretendendo di dare lezione a tutti gli altri saperi.

Soprattutto noi italiani dovremmo prestare attenzione al significato originario di oikonomia, poiché le cose migliori le abbiamo fatte quando i produttori sono stati legati a un luogo, dai comuni alle signorie, sino ai tempi nostri. Anche il miracolo economico è stato grande crescita urbana, il triangolo industriale prima di tutto e poi l’invenzione dei distretti industriali ammirati nel mondo. Oggi sono insidiati dalla manifattura dei paesi emergenti, ma rimangono pur sempre un'invenzione nel territorio.

Questa peculiare forma di organizzazione produttiva ebbe il merito di trasformare l’antico gusto artigianale e la coesione sociale in fattori propulsivi della produzione industriale. Può dare ancora molto se sapremo difenderla e rinnovarla, ma certo non sarà più l'energia propulsiva dell’innovazione italiana. L’indebolimento di questo modello rende nudo il Paese di fronte alla sfida competitiva. E’ come se in Germania venisse a mancare il sistema renano, in Francia l’interventismo statale, in Gran Bretagna la forza finanziaria.

Ecco la svolta da compiere. Quello che siamo riusciti a fare di originale con i distretti industriali, dovremmo realizzarlo con la città come grande fabbrica postmoderna dell’innovazione. La vecchia industria aveva una certa indifferenza per il territorio; oggi invece la qualità dei luoghi diventa fattore decisivo per l’agglomerazione delle competenze. Nel distretto industriale la trasmissione delle competenze si realizzava in virtù dell’identità culturale e di legami sociali forti. Il lavoratore creativo, al contrario, ama le differenze, le relazioni aperte, i legami sociali deboli tipici dell’ambiente urbano.

All’inizio della Seconda Repubblica sembrò possibile questa transizione. Le speranze del dopo Tangentopoli nacquero dal Rinascimento di Napoli, Roma, Palermo, Torino, Genova, poi è calata la notte berlusconiana facendo sparire l’agenda urbana dal governo. Questo abbandono ha certamente aiutato la diminuzione della produttività totale dei fattori, che è il principale problema dell’economia italiana, perché l’innovazione si crea soprattutto nelle città. Sono state chiamate “riforme” tutte le leggi sullo sviluppo locale e sulle città, ma erano retorica federalista e ossessiva produzione normativa giunta ormai alla saturazione. Come si fa a gestire un’azienda di trasporti se per quindici anni in ogni legge finanziaria si fa una nuova norma sui servizi pubblici locali? La stessa cosa si può dire per la gestione dei bilanci o per il fisco locale, per le norme edilizie e gli appalti.

Si è discusso qui della necessità di nuove leggi, però bisognerebbe andarci cauti, perché sono di più quelle che dovremmo cancellare rispetto a quelle da approvare. Invece di emanare norme a raffica, bisognerebbe elaborare politiche nazionali, ovvero programmi complessi per le città, come si fa oggi in diversi paesi europei - in Francia, Germania, Olanda e Gran Bretagna – per raggiungere obiettivi concreti per la casa, i trasporti, l'organizzazione culturale e inclusione sociale. Anche da noi c’è bisogno di un impegno nuovo dello Stato nelle politiche urbane, una strategia per creare i capoluoghi dell'innovazione italiana.

Il riformismo urbano ha esaurito la spinta propulsiva degli anni Novanta. E certi difetti iniziali di quella stagione, ad esempio le politiche urbanistiche, alla lunga si sono aggravati. Oggi, certo, non mancano le iniziative di brillanti amministratori, ma l’agenda è la stessa di venti anni fa, con l’aggiunta delle politiche di sicurezza. Se finisce la Seconda Repubblica anche le sue politiche urbane andrebbero ripensate con un’altra impostazione, con un’altra cultura.

Il nuovo riformismo passa anche da una nuova terapia del linguaggio: bisognerebbe mettere da parte il lessico alla moda, come governance, stakeholder, spin-off, smart city, spending review. Questi termini anglofoni spesso coprono un vuoto di idee, dando l’impressione che si stiano dicendo cose nuove. Dovremmo tornare a parole semplici ma più profonde, come rendita, che riemerge dopo un lungo silenzio, ingegno, che è tipicamente italiano, e lavoro.

La prima di queste tre parole condiziona le altre, perché nei momenti migliori della storia nazionale la rendita ha avuto il significato positivo di patrimonio come bene ricevuto in eredità che ogni generazione deve accrescere per la fortuna delle generazioni successive, proprio tramite l’ingegno e il lavoro. Nei momenti di decadenza, invece, la rendita diventa appropriazione senza crescita che impedisce sia l’ingegno sia il lavoro: questa è la crisi italiana di oggi, la trappola della rendita.

Per uscirne dobbiamo ribaltare il paradosso che tante analisi hanno messo in evidenza. Il valore del capitale fisico delle città non è mai cresciuto così tanto, ma alla fine del ciclo immobiliare le città si ritrovano povere di infrastrutture e con i bilanci disastrati. Dove è andata a finire tutta questa ricchezza? Come si spiega questo paradosso tra ricchezza immobiliare e povertà urbana? I plusvalori sono stati acquisiti in gran parte dai proprietari senza alcun merito, non essendo determinati dai loro investimenti, ma da pure rendite di posizione. Nell’intreccio sempre più perverso di economia di carta e di mattone queste valorizzazioni immobiliari sono state succhiate dal tessuto urbano e collocate nel circuito finanziario globalizzato. Le banche che hanno gonfiato i valori nella fase dell'euforia adesso pagano la crisi come sofferenza nei propri assets e fanno mancare il credito alle imprese. Ieri hanno sostenuto troppo la rendita e di conseguenza oggi soffocano la ripresa produttiva.

I sindaci per sopperire ai deficit di infrastrutture e di bilanci hanno inventato la “zecca immobiliare”, cioè stampano carta moneta assegnando ulteriori diritti edificatori in cambio degli oneri di concessione. Ma lo scambio è ineguale, perché le infrastrutture necessarie per i nuovi quartieri costano molto di più degli oneri ricevuti e quindi aumentano il deficit e richiedono un nuovo intervento della zecca, in una spirale perversa e sempre più dannosa per l’interesse pubblico. Questa creazione di nuovi valori immobiliari prescinde dai criteri di adeguatezza, trasparenza e pianificazione, e viene legittimata solo dall'inconsapevolezza del dibattito pubblico circa le conseguenze fisiche ed economiche di tali decisioni.

La bolla immobiliare ha cambiato la geografia italiana espellendo i redditi bassi nell’hinterland e costruendo un enorme pulviscolo edilizio attorno alle grandi città italiane. Anche in questo caso, è rivelatore il linguaggio: noi le chiamiamo ancora con i nomi storici - Roma, Milano, Palermo, Napoli – ma oggi si riferiscono a oggetti geografici molto diversi, anzi a forme post-urbane. E' un triste primato aver realizzato nell'ultimo ventennio i casi più gravi di sprawl in Europa. Sull’area vasta, inoltre, il deficit strutturale è diventato ormai ancora più pesante a causa delle difficoltà di servire con adeguate opere pubbliche il rapido esodo di popolazione. Anzi la spesa pubblica ha aggravato il fenomeno finanziando soprattutto autostrade che favoriscono la dispersione urbanistica, producendo più traffico. E’ stata ignorata l’unica leva che poteva condensare il pulviscolo edilizio, almeno in parte, ovvero la ristrutturazione delle vecchie ferrovie regionali, come hanno fatto i francesi con la R.E.R. e i tedeschi con la S-Bahn. Per il nuovo governo di centrosinistra questo dovrebbe essere un programma prioritario. La realizzazione di una moderna rete ferroviaria regionale dovrebbe avere la stessa importanza che l’alta velocità ha avuto per trenta anni. Le risorse necessarie si possono trovare dalla rimodulazione dell’elenco delle opere nella Legge Obiettivo, la quale oggi quasi ignora le infrastrutture metropolitane su ferro.

L’insostenibile ascesa della rendita è la responsabile occulta di tanti problemi. Ad esempio, l'impoverimento del ceto medio dipende in gran parte dal boom immobiliare. Chi ha acquistato casa oggi si trova il doppio colpo dell’aumento del mutuo e dell’aumento dell’IMU. Trovare una casa in affitto significa spostarsi sempre più lontano dalla città e ai giovani precari spesso viene negata la casa in affitto perché non danno garanzie di uno stipendio fisso. Abbiamo chiesto ai giovani di adeguarsi alla flessibilità e in cambio hanno trovato un mercato delle locazioni sempre più rigido. Anche negli assetti politici e istituzionali si fanno sentire gli effetti perversi della rendita: la Città Metropolitana non è stata istituita perché avrebbe frenato la distribuzione di rendita che i piccoli comuni si sono trovati a gestire intorno alle grandi città. C’è una ragione strutturale che ha impedito quell’innovazione istituzionale.

Il peso degli interessi immobiliari, superiore rispetto a qualsiasi altro settore pubblico, ha in qualche modo distorto anche la vita dei partiti, assegnando il potere a notabili locali. Perfino i territori con tradizioni di buon governo sono stati influenzati dall’onda speculativa. I militanti di sinistra si sono trovati spesso di fronte al bivio se diventare come gli altri o essere irrilevanti nella scena politica. Ma forse il danno più grave è nel modello di sviluppo parassitario, perché i plusvalori della rendita sono di gran lunga superiori rispetto a quelli dei normali profitti industriali, senza neanche la difficoltà di organizzare un ciclo produttivo. L’acqua va dove trova la strada e le risorse disponibili sono attratte dagli usi speculativi a discapito degli usi produttivi.

Non bisogna, tuttavia, criminalizzare la rendita: è pur sempre l’espressione del valore di una città. A produrre l’effetto negativo è la cattiva ripartizione a favore dei proprietari, fenomeno tipicamente italiano, senza analogie in Europa. Se invece una quota consistente e adeguata tornasse al pubblico come investimento infrastrutturale, secondo la pianificazione comunale, la città diventerebbe più bella e quindi aumenterebbe la sua rendita. Da questo circuito virtuoso verrebbero vantaggi sia per la vita pubblica sia per le opportunità private.

Si tratta quindi di scrivere nuove regole della trasformazione urbana a favore della vita collettiva. In tale contesto si deve spingere l'imprenditoria ad abbandonare le pratiche speculative per dedicarsi solo alle innovazioni produttive. La crisi del ciclo rende necessario il ripensamento del modo di produzione dell’edilizia in Italia e non si può solo attendere, come pensa di fare l'establishment, che la crisi passi per ricominciare come prima.

L’urbanistica contrattata non ce la poteva fare a reggere questa potenza di fuoco dell’immobiliare alleato con la finanza. Non solo per la debolezza della politica, ma anche per la crisi delle strutture pubbliche, sempre più impoverite di risorse e di professionalità. Era come andare in guerra con la pistola ad acqua. Il controllo della qualità tecnica è stato sostituito dalle procedure sempre più pesanti fino alla paralisi burocratica, mentre bisognerebbe fare esattamente l’opposto: alleggerire le procedure e restituire la regolazione a tecno-strutture pubbliche di prestigio e di alta professionalità. La rendita si governa con il sapere della rendita. La conoscenza pubblica del fenomeno è essenziale. Ci vogliono agenzie pubbliche che conoscano il mercato immobiliare meglio dei privati, che sappiano condizionarlo con la leva fiscale, con la programmazione e soprattutto facendo sapere ai cittadini come si alloca la ricchezza. Tra le migliori realizzazioni della Provincia di Roma c’è l’Osservatorio della rendita immobiliare, uno strumento molto efficace che fornisce dati precisi, molto utili per il fisco, per gli oneri concessori, per la pianificazione urbanistica.

Per trasformare la città ci vuole anche l’ingegno sociale, non solo individuale o tecnico, come qualità dell’organizzazione civile. Da quando siamo entrati nella civiltà della conoscenza costruiamo città più brutte di prima. Il paradosso lo vedranno meglio gli storici del futuro che saranno stupiti dalla nostra generazione e diranno: crearono l’intelligenza di internet ma costruirono orribili pulviscoli edilizi intorno alle loro belle città.

La modernità novecentesca ha forse esagerato nella pretesa di razionalità. E’ stata l’età dell’urbanistica razionale. La post-modernità, invece, ha esagerato nel senso opposto con l’apologia della frantumazione, limitandosi a sovrapporre l’eclettismo delle archistar. Guardiamo al nord est, ad esempio, che ha un tessuto produttivo molto legato al territorio, alla sua storia e al suo artigianato, ma dimostra di non curarlo affatto e anzi lo dilapida con un sciaguratissimo sprawl. Quando penso alla periferia romana - a questo territorio strappato dal traino dei due cavalli imbizzarriti, quello dell’edilizia troppo pianificata e quello dell’edilizia troppo abusiva - mi chiedo se in futuro ci serviranno ancora i vecchi arnesi della cassetta degli attrezzi o si dovranno invece inventare nuovi strumenti. La città dovrebbe essere un grande laboratorio di ricerca per sperimentare progetti, regole di qualità, pratiche di condivisione con i cittadini.

Prima il sapere della trasformazione era garantito da intellettuali organici - ce ne sono stati di grande valore tra gli urbanisti - poi sono venuti i tecnici di staff - già un po’ meno liberi - e alla fine tecnica e politica si sono separate nella reciproca indifferenza; l’attuale governo tecnico è l'esito emblematico di questo processo. Invece bisogna ricostruire una relazione profonda tra tecnica e politica. Alcuni elementi aiuterebbero, ad esempio: la qualità ed il prestigio dei tecnici che operano nelle strutture pubbliche, ma anche la libera ricerca universitaria impegnata organicamente sul laboratorio urbano, fuori dalle ristrettezze e dalle angustie dell’incarico professionale. E poi équipes di giovani ricercatori, architetti, economisti, archeologi, sociologi, disseminati nei quartieri a studiare a progettare a comunicare.

L’innovazione è un vettore composto da due direzioni: il salto cognitivo e la qualità della cittadinanza e c’è bisogno soprattutto di questa innovazione sociale quando si trasforma la città esistente. Per l’espansione sarebbe ancora sufficiente la vecchia cultura della pianificazione. Oggi la città va ripensata, si tratta di inventare funzioni nuove e luoghi profondamente segnati dai vecchi usi. E' quasi un gioco gestaltico che ci aiuta a vedere le cose in modo totalmente diverso, come immaginare un giardino pensile su un’autostrada urbana dismessa. Quest’invenzione funzionale, però, oggi è frenata dalla rigidità dell’offerta e procede a ondate, prima tutte case, poi tutti uffici, poi tutti ipermercati, adesso di nuovo case e si ricomincia. Bisognerebbe invece diversificare la domanda di funzioni utilizzando le competenze, la concertazione, i concorsi di idee, la promozione internazionale. La capacità di reinventare i luoghi e la biodiversità delle funzioni sono oggi i caratteri che fanno ricca la città. La vera identità urbana non è mai rivolta al passato, ma consiste proprio nello scoprire questi caratteri latenti della trasformazione urbana.

Infine, l’ingegno deve essere applicato all’organizzazione della vita collettiva. E’ incredibile il ritardo delle nostre città, siamo pieni di diavolerie tecnologiche a casa e in ufficio, ma nello spazio pubblico prevalgono sistemi obsoleti. Continuiamo a muoverci nel traffico come talpe in base a quello che abbiamo di fronte, mentre se conoscessimo in tempo reale che cosa succede in città si abbasserebbero i flussi di traffico. La città è anche un’enorme banca di dati che dovrebbero essere accessibili come i suoi luoghi. Si tratta di una conoscenza non solo utilizzata ma anche alimentata dai cittadini: è bastato che prendesse piede quel gioco in internet sulle vecchie foto di famiglia per ottenere un grande archivio di immagini sulla trasformazione urbana. Nei prossimi anni sarà decisivo questo software urbano - l'insieme di codici, di servizi, di modi d’uso dello spazio - e non è solo una sfida per i governi municipali, ma implica anche un salto cognitivo dell’ingegno sociale. Questo è possibile solo se i giovani entrano nel mondo del lavoro, nell’amministrazione pubblica, nella politica.

L’economia urbana può creare lavoro migliorando l’organizzazione della vita in città. Perché questo non rimanga una pia intenzione occorre una revisione critica delle politiche che abbiamo alle spalle. Ogni sindaco in questi venti anni ha raccontato una propria storia di sviluppo dalla new economy alla classe creativa e al marketing urbano, ma in realtà le città hanno partecipato al declino della produttività del Paese, spesso offrendo un rifugio alle imprese che si ritiravano dalla competizione internazionale non solo attraverso l’immobiliare ma anche con le pessime privatizzazioni nelle utilities che hanno rafforzato i monopoli nei telefoni, nell’energia, negli aeroporti. Sotto la retorica della competizione tra le città si è consumata in realtà una perdita di produttività.

Sul lato del consumo, invece, c’è stata la vera innovazione urbana di questi anni, non solo nella morfologia, con gli ipermercati, ma anche negli stili di vita con la gentrification dei quartieri industriali e soprattutto con le iniziative culturali. Proprio da questa innovazione dei consumi è scaturita quell’immagine suadente di diverse città che è stata poi raccontata dai sindaci come innovazione produttiva, in omaggio alla retorica del tempo.

Ora la crisi svela l’equivoco e da un lato mette a nudo la debolezza dei sistemi produttivi urbani e dall’altro rallenta i consumi. Cade quindi l’illusione di creare ricchezza pattinando sull’onda della globalizzazione e dopo cinque anni di crisi mondiale siamo ormai nella fase della Grande Contrazione. Il circuito produzione-consumo, che prima era fortemente esogeno, oggi deve diventare un po' più endogeno, la “via sussidiaria” di cui parla Giulio Sapelli. Non basta più affidarsi alle reti lunghe, ma occorre creare anche occasioni per una relazione stretta tra produzione e consumo all’interno della città, migliorando i servizi della città. L’agenda delle cose da fare su questo è stata già scritta (la mobilità sostenibile, il recupero urbanistico, la riconversione ecologica degli edifici, il ciclo dei rifiuti, l’agricoltura periurbana di qualità, come anche la comunicazione digitale, la cura della persona, la scuola e l’educazione), e si dovrebbe passare a progetti più operativi.

Se questo non è un libro dei sogni implica un ribaltamento della logica dei beni pubblici seguita nel ventennio, ad esempio, i demani e le utilities. Nel vecchio paradigma esogeno questi beni dovevano essere venduti per rafforzare la concorrenza ed è stato l’obiettivo dominante con risultati modesti o controversi. Gli amministratori per venti anni si sono concentrati sugli assetti proprietari delle aziende e molto poco sulla qualità dei servizi, sui contenuti dei servizi. Nel nuovo paradigma endogeno questi beni dovrebbero essere utilizzati proprio come nuove opportunità sia nella produzione che nel consumo. Invece di svendere una caserma a prezzi stracciati forse sarebbe meglio arricchire la città utilizzandola per case in affitto per i giovani, per atelier delle imprese innovative e per strutture del nuovo welfare. La green economy non è una retorica ma una politica industriale. Bisognerebbe partire dal rafforzamento delle aziende che da sempre si occupano di acqua, energia e trasporti. Di certo andrebbero rivoltate come un guanto, eliminando le inefficienze, ma si dovrebbe partire da quelle strutture per farne dei soggetti promotori di politiche di risparmio energetico e per la mobilità sostenibile.

Anche nel settore privato bisognerebbe aiutare la crescita di nuovi gestori di questi servizi di interesse urbano e infine incentivare tutte quelle imprese che nei vari settori mostrano una nuova sensibilità alla cura del territorio, partendo dalle buone pratiche esposte alla recente biennale di Venezia.

Il balzo in avanti più difficile riguarda certamente la classe politica. Conosco tanti bravissimi amministratori locali e mi aspetto che si affermi una nuova generazione che sappia fare meglio di noi, che sappia correggere i nostri errori, che sappia scrivere una nuova agenda di riformismo urbano per i prossimi anni. Ce lo auguriamo per l’Italia, perché soltanto dalle città può ripartire una nuova fase di prosperità per il Paese, altrimenti non ci rimane altro che la retorica inconcludente della crescita che ci propone l’establishment economico. La crescita dei convegni di Davos che non arriva mai perché vorrebbe uscire dalla crisi applicando con maggiore determinazione proprio le ricette che hanno determinato la crisi.

Lo sviluppo non verrà dai tagli alla cieca, come quelli di prima, solo che adesso li chiamiamo spending rewiew. Da tanti anni si procede a sciabolate sui bilanci regionali e comunali, ma la spesa pubblica non è mai diminuita, si è solo diffuso un disordine nelle amministrazioni locali. C’è pericolo che i tagli diventino mentali, nel senso che a furia di cancellare si perda anche la voglia di immaginare nuove politiche.

Da più parti si invocano decisioni urgenti e severe ma vedo poca riflessione su che cosa significa “decidere”. Si dice anche che dobbiamo fare i compiti a casa e significa sostanzialmente che dobbiamo imparare il tedesco, che è una lingua concettuale. I tedeschi, infatti, per dire “decisione” dispongono di due parole: la prima Entscheidung, nel suono richiama il sibilo di una spada che taglia; la seconda. Entschlossenheit, sia nel significato sia nel tono indica il fruscio di un velo che cade. Quest'ultima è una decisione che fa venire alla luce una risorsa originaria troppo a lungo dimenticata, una decisione generativa di nuova vita a partire da un’eredità ricevuta. E’ la politica della città. La macroeconomia propone ormai solo decisioni che tagliano. L’economia urbana è il campo di questa decisione generativa. Per uscire dalla crisi l’Italia deve giocare la carta nascosta delle sue città.

Il fondamentale saggio di Walter Tocci sulla rendita urbana oggi, dell'agosto 2008,  è in archivio.eddyburg.it, e precisamente qui
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