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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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lunedì 17 dicembre 2012

Jane Holtz Kay

Scompare la studiosa di temi urbani e territoriali che forse più di tutti ha saputo sottolineare il ruolo perverso dell’automobile nel costruirci attorno la città attuale. The Nation, dicembre 2012, postilla (f.b.)

È quello di Jane Jacobs il nome che più spesso emerge nelle discussioni sulla qualità dell’abitare urbano contemporaneo. Ed è comprensibile, visto che il suo La Vita e la Morte delle Grandi Città ha avuto un’influenza sulle discussioni urbanistiche superiore a quella di qualunque altra opera. Però c’è anche un’altra Jane, Holtz Kay, il cui nome emerge forse un po’ più in sordina, ma di sicuro fra chi conta in questo campo. Una Jane che ha combattuto instancabilmente per decenni nelle trincee della critica di architettura e urbanistica, della conservazione storica, dell’attivismo politico e del giornalismo ambientale, e che fra gli altri prestigiosi ruoli ha ricoperto a lungo anche quello di critico di architettura per The Nation.

È stata probabilmente la sua ammirazione per Lewis Mumford, a partire dalla tesi specialistica del 1960 all’università Radcliffe con la prima intervista con lui, ad averla spinta a spaziare così tanto, senza però perdere il contatto coi più minuti particolari della vita quotidiana. A Mumford ha sempre fatto riferimento, direttamente e in quanto ha scritto, tante volte nei decenni. Nell’intervista pubblicata nel 1977 dalla rivista dell’American Institute of Architects, ci guida attraverso l’opera di Mumford, la sua eredità, la vita familiare di ogni giorno. Sa far rivivere il respiro della sua intelligenza, lo stile di lavoro, l’ambiente di cultura armena che lo circonda, e a dar voce anche a Sophia: “moglie, compagna intellettuale, amica per la vita, … sostegno materiale negli anni della gioventù, amanuense nella vecchiaia”.

Ma non si trattava certo di devozione cieca, come conferma questo splendido breve paragrafo della recensione all’autobiografia pubblicata nel 1982 sul Christian Science Monitor: “Nella sua autobiografia, così come nella vita, i lungimiranti obiettivi intellettuali di Mumford, il suo sguardo pessimista e morale, lo portano al tempo stesso verso il successo e il fallimento: fallimento perché sono i nostri Giosuè, non i Geremia, a far crollare le mura della società; successo perché le sue argomentazioni etiche lo proiettano nei secoli”. Jane Holtz Kay ha pubblicato una grande quantità di articoli; idee, revisioni, interviste, opinioni, critiche, dal campo dell’architettura, alle trasformazioni urbane, al “suburbio dell’auto”, a Olmsted, alla progettazione e pianificazione della città, a tante altre cose parallele e correlate.

Basta fare un elenco in ordine alfabetico delle pubblicazioni su cui ha scritto: da AIA, a Alternet, Appalachia, Sierra, Smithsonian, Technology and Urban Ecology; o contributi a The Chronicle of Higher Education, Columbia Journalism Review, Harvard Business Review, Ms., Orion, Preservation, The Progressive, Grist,e tante altre testate. L’elenco dei pezzi per il New York Times occupa quattro pagine web, e lo stesso vale per The Nation. Ha scritto Lost Boston (1980), notevole storia sociale e dell’architettura che attraversa secoli di patrimonio culturale distrutto, e pure con la speranza nell’impegno per la conservazione. Tra le centinaia di evocative illustrazioni un manifesto politico affisso alla fermata di Park Street della linea “T” della metropolitana, omaggio alla mancata elezione di suo padre, candidato liberal al Congresso negli anni ’50. C’è poi Preserving New England (del 1986 scritto insieme a Pauline Chase Harrell), percorso fra paesaggi urbani e rurali, e soprattutto il suo lavoro più importante Asphalt Nation(1997), che esplora la frontiera della mobilità, dalle distruzioni ambientali in nome della nostra dipendenza dalle automobili, ai tanti promettenti tentativi di riforme in corso negli anni ‘90.

Seguiva l’evoluzione dell’architettura per il Boston Globe, The Christian Science Monitor, e naturalmente per The Nation, dove ha recensito edifici, piani, mostre, e tanti libri a partire dal 1973. Era una voce nota ed esplicita nelle conferenze, nei circuiti culturali, a volte universitari. Il suo stile di scrittura era straordinariamente raffinato, paragrafi magistralmente costruiti, pagine che seguivano titoli intelligenti, articolate in termini anche gergali ma sempre coinvolgenti. Nel 1990 aveva collaborato con Dorothea Hass al varo di WalkBoston restando poi in stretto contatto col gruppo di lavoro, da sempre interessata alla causa dei pedoni. Pioniera dell’impegno urbano, fu un modello per la costituzione di associazioni del genere in tutti gli Stati Uniti per vent’anni.

Sono tante le cose indotte dall’automobile e dallo sprawl raccontate dalla Holtz Kay, che ancora oggi ci giocano contro; le emissioni dei motori in crescita, o una recente legge sui trasporti ad annullare i progressi fatti sinora, o una politica che in sostanza continua a non agire contro il cambiamento climatico. Però tante fra le iniziative più promettenti che aveva notato e poi sostenuto stanno maturando; c’è nuovo interesse per la smart growth, rinascono i trasporti pubblici, specie su rotaia, e poi il car-sharing, il ciclismo urbano, la pedonalità.

Ho avuto la fortuna di conoscere personalmente entrambe le due Jane, a partire dai primi anni ’90, traendo grande giovamento dalla loro compagnia e dalle discussioni passeggiando nei loro amati quartieri. Le due Jane si sono anche incrociate fra loro almeno una volta, un buon incontro, quando la Jacobs ha scritto una brillante fascetta per l’edizione di Asphalt Nation. Condividevano una specie di solidarietà femminile, di sorellanza in un mondo dominato da maschi, che solo iniziava ad aprirsi a punti di vista e partecipazione femminile. Fisico sottile ma voce decisa, la Holtz Kay era tutt’altro che stridula, modello di tatto nelle relazioni intellettuali come nel conflitto politico. Se aveva qualche genere di propensione nel caso della nota polemica Mumford-Jacobs sui modi di affrontare l’urbanistica, di cui si fa allusione indiretta nell’intervista del 1977 a Mumford, è stata adeguatamente rintuzzata e messa in riga, impedendole di sbracare.

La Holtz Kay dava molta importanza ai particolari, specie umani, anche se qualche volta noi suoi amici “tossici dei trasporti” avremmo voluto vedere qualche suo paragrafo magari prima che andasse in stampa. Ma Martha Bianco, dopo aver criticato alcuni passaggi “scientificamente traballanti” di Asphalt Nation notava acutamente nella sua revisione del 1998 per H-Net :“Vuole spingere il lettore all’azione, contribuire ad accendere il fuoco di un attivismo anti-automobilistico .… bisogna ascoltare voci così, e non sedersi nell’accettazione che ci ha ridotto a questo stato di auto-dipendenza”. Viviamo in un grande universo costantemente, in cui come ci spiegano i fisici teorici tutto è possibile, e io mi immagino un bar in un angolo senza automobili, coi tavolini all’aperto, dove stanno seduti Mumford e le due Jane, la Holtz Kay in mezzo tra gli altri due per cercare di fargli far pace. I passanti rallentano per ascoltare quella accesa discussione, su come si dovrebbe riprogettare …. la sublime gated community dove abitano adesso.

Postilla
Al bellissimo ricordo personale di Preston Schiller vorrei brevemente aggiungere una nota che forse aiuta a capire il valore anche non specificamente “americano” della critica di Jane Holtz Kay. Per puro caso stavo leggendo Asphalt Nation proprio durante le periodiche trasferte lungo le grandi arterie interregionali ovest-est dal Piemonte al Veneto, a studiare i paesaggi suburbani per il saggio sulla dispersione a nastro produttiva e commerciale nella “megalopoli padana”, che sarebbe finito nei testi introduttivi della nota raccolta NO SPRAWL (a cura di M.C. Gibelli e E. Salzano). Sono state proprio le prospettive illuminanti di quel libro, la capacità di farci guardare oltre l’ovvio, a mostrare la strada, ad aprire la finestra su un panorama piuttosto inquietante, che un paio di generazioni di conformismo ci hanno costruito attorno. Uno dei lati positivi della globalizzazione è che, oltre ai flussi di capitali, anche le idee girano più vorticosamente, e magari aiutano un po’ a ristabilire equilibrio (f.b.)
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