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EDDYBURG - LAVORI IN CORSO

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martedì 25 dicembre 2012

Il disimpegno dal patrimonio culturale

Dopo che nel governo dei tecnici l’unico Ministro...
Dopo che nei governo dei tecnici l'unico Ministro privo di specifiche competenze era stato proprio quello dei beni culturali, quell’Ornaghi che in questi tredici mesi si è guadagnato la medaglia di peggior ministro della storia del Ministero di Spadolini, le attese da parte nostra sull’agenda Monti erano davvero poche.

Ma l’inconsistenza della mezza paginetta dedicata a “L’Italia della bellezza, dell’arte e del turismo” nel documento “Un’Agenda per un impegno comune” , il manifesto politico di Mario Monti, è tale da superare, al ribasso, le già limitate aspettative di partenza.

Anche dalle aporie, in ogni caso, si possono trarre alcune considerazioni. A partire dall’uso del linguaggio che, già in incipit, fa ricorso alla consueta panoplia retorica a proposito di un patrimonio culturale “che non ha eguali al mondo” e che nella visione montiana spazia “dai monumenti alla gastronomia” (sic).

Come pure indicativa è l’elencazione (assai breve) dei risultati del governo ottenuti in questo ambito. Ritorna un grande classico: Pompei. Senonchè il così detto Grande Progetto Pompei, presentato in pompa magna dallo stesso Monti e ben 4 ministri 4, all’inizio di aprile, e non ancora entrato in fase operativa (nessun cantiere avviato), si affida interamente alle risorse della Comunità europea (105 milioni) e rappresenta, sul piano istituzionale e culturale, il fallimento dell’esperimento dell’autonomia del sito archeologico. Tutto è in mano al Ministro per la coesione territoriale Barca e alla società Invitalia, e la Soprintendenza, sottoposta ai controlli di un prefetto, è di fatto commissariata sia sul piano tecnico-scientifico che su quello amministrativo.

Quanto al progetto della Grande Brera, al di là della contestatissima costituzione della Fondazione, poco o nulla si è fatto per risolvere uno dei grandi buchi neri della cultura milanese e italiana e mentre continua il minuetto sul trasloco dell’Accademia, manca ancora un progetto complessivo credibile per la Pinacoteca.
Eppure il ricorso a Fondazioni o al più a “partnership pubblico-privato” sembra essere l’unica ricetta disponibile per “un allargamento dello spettro delle iniziative finanziabili”.

Detto in soldoni: non è neppure pensabile che lo Stato possa investire altre risorse, e quindi non resta che cercare altrove, nel privato. Al Ministero, sembra di capire, potrebbe rimanere giusto il compito di stilare la lista delle “iniziative”, fra cui il finanziatore sarebbe chiamato a scegliere. Come in una lista di nozze.

E questo è tutto, perchè subito a seguire, il documento affronta il tema del turismo, non sorprendentemente letto come una (la sola citata) delle finalità del patrimonio culturale. Anche qui ce la caviamo con qualche suggerimento di sinergie e marketing, ma almeno si accenna ad un Piano strategico per il Turismo e quindi ad un’elaborazione di politica del settore.
Insomma, par di capire, nella visione montiana, “puntare sulla cultura” significa semplicemente trovare in giro un po’ di soldi in più da distribuire a qualche museo o sito dotato di un qualche progetto.

Completamente assente ogni considerazione delle criticità della situazione attuale attraversata dal Ministero e per molti versi vicina al collasso: un numero ogni giorno maggiore fra le le istituzioni culturali, dai musei, anche di grandissimo rilievo, ai siti archeologici, alle biblioteche e agli archivi non riesce più a garantire neppure i servizi essenziali.
Ma soprattutto il Ministero si sta ritirando, non solo per ragioni contingenti legate alle carenze di personale e mezzi, dalle funzioni fondamentali di controllo sul territorio.

Non per caso, probabilmente, il grande assente nel documento programmatico, è il paesaggio: il grande malato d’Italia.
Non una parola sulla pianificazione paesaggistica ormai abbandonata alla deriva regionalistica. L’unica volta in cui compare il termine paesaggio è laddove si chiarisce che “puntare sulla cultura” significa integrare “arte e paesaggio”: quasi fosse un compito ancora da intraprendere. In un paese dove l’opera delle generazioni che ci hanno preceduto ha saputo costruire, nei secoli, una delle più armoniche integrazioni al mondo di arte e paesaggio, appunto.

Se è vero che è ingenuo pretendere analisi approfondite da documenti elettorali, la pochezza di queste righe lascia ugualmente sconcertati. Elementi di superficialità e genericità ricorrono in altri paragrafi del manifesto, ma qui ci troviamo di fronte ad una sorta di estraneità culturale ai principi costituzionali rappresentati nell'art. 9. Nessuno pretendeva soluzioni innovative e articolate o strategie pronte per l’uso: la materia è complessa e la situazione difficilissima. Ma proprio per questo ci saremmo aspettati, appunto, il richiamo alla necessità – urgentissima – di una nuova politica per i beni culturali.

Una politica la cui mancanza, ormai da molti lustri, è causa prima del disastro in cui ci troviamo. Che l’Agenda Monti non ne senta il bisogno, sottolinea senza scampo che, così come è avvenuto per l’ultimo anno, patrimonio culturale e paesaggio sono relegati, in questa visione, ad un ruolo di totale irrilevanza: accessori estetici un po’ (troppo) costosi , utili tutt’al più all’aumento dei flussi turistici.
La presenza latitante di un Ornaghi al Collegio Romano diventa, in questo quadro, del tutto pertinente.

Bologna, 25 dicembre 2012
"L'Agenda Monti":Cambiare l'Italia, riformare l'Europa
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