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23M 2019: una marcia rivoluzionaria

23M 2019: una marcia rivoluzionaria
Il 23 marzo 2019 anche eddyburg si unisce alle migliaia di persone che scenderanno in strada per le vie e le piazze di Roma in una grande Marcia per il clima, contro le grandi opere inutili e per una giustizia ambientale. Ancora una volta sono i movimenti, i comitati, gli abitanti a rivendicare le ragioni per una rivoluzione del sistema, del modello di sviluppo in assenza di una sintesi politica capace di cogliere la svolta radicale necessaria per coniugare la salute, il benessere sociale, la salvaguardia del nostro pianeta terra e delle specie che lo abitano e i diritti umani. (i.b)

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VENEZIA

DAI MEDIA

venerdì 28 dicembre 2012

Dissonanze e consonanze

Un articolo di Guido Viale e un'intervista du Daniela Preziosi a Walter Tocci, entrambi su il manifesto del 27 dicembre 2012: due voci di una sinistra divisa verso le elezioni di febbraio, e il dopo.
Due ragioni alternative 
di Guido Viale 

Due sono le ragioni - per me e per altre decine di amici e compagni che ho incontrato negli ultimi mesi, ma verosimilmente anche per decine di migliaia di persone che si sono entusiasmate e poi spese per proporre e sostenere la presentazione di una lista di cittadinanza radicalmente alternativa all'agenda Monti - che ci hanno portato a questo passo, pur consapevoli del fatto che si trattava e si tratta di una scelta rischiosa.

La prima ragione è che all'interno dei vincoli dell'agenda Monti, accettati dal centro-sinistra, non è praticabile una politica di promozione o di sostegno dell'occupazione e del reddito della maggioranza della popolazione italiana; così come non è praticabile una politica di equità, di lotta al precariato, di reddito di cittadinanza, di difesa e potenziamento del welfare, della scuola e delle università pubbliche, della ricerca e della cultura. 

Per non parlare di un programma di conversione ecologica per un effettivo contributo del nostro paese al contenimento sempre più urgente dei mutamenti climatici e una base produttiva e occupazionale sostenibile in mercati e contesti ambientali che presto saranno radicalmente diversi da quelli a cui siamo abituati.
Chi sostiene il contrario, come i firmatari di un appello per il "voto utile" reso noto alcuni giorni fa - tra cui Piero Bevilacqua, Paolo Leon, Mario Tronti e altri - o come Giorgio Airaudo o Giulio Marcon, che si sono aggiunti ai candidati di Sel, dovrebbero spiegare come pensano di promuovere anche solo una parte di quelle misure.
 
Come pensano di farlo senza mettere radicalmente in discussione non l'euro, non l'Unione europea, non il suo consolidamento, ma un quadro di vincoli che, con il pareggio in bilancio e il fiscal compact, imporrà all'Italia di sottrarre alle entrate fiscali 150 miliardi ogni anno per pagare gli interessi sul debito e i ratei ventennali della sua riduzione. Una modo in realtà c'è, ed è imbrogliare le carte come sta facendo Monti - in questo degno emulo di Berlusconi - il quale ha presentato una "agenda" tuttofare, che comprende riduzione delle tasse, aumento delle retribuzioni, finanziamenti a scuola università e ricerca pubbliche, reddito di cittadinanza (che per lui è «reddito di sopravvivenza»: una bella identificazione tra cittadinanza e sopravvivenza) e persino green economy. Bisognerebbe per lo meno chiedersi come mai in un anno non ha fatto e nemmeno impostato una qualsiasi di queste misure. Anche senza avere ancora a che fare con i tagli imposti dal fiscal compact...


La seconda ragione è che l'unico modo per attenuare il baratro e il disgusto che separano la classe politica - tutta - dai cittadini chiamati al voto è quella di presentare una lista totalmente nuova e alternativa, nel programma ma anche nelle candidature, pur all'interno dei vincoli imposti dalla mostruosa legge elettorale che in un anno di governo né Monti né i partiti che lo sostenevano hanno avuto la voglia o la capacità di cambiare.
Si è fatta molta retorica sulle primarie del centro-sinistra per la premiership e ora di Pd e Sel per una parte delle loro candidature; ma nessuna di queste pratiche restituisce alla cittadinanza e agli elettori che lo desiderano un ruolo attivo di orientamento e di controllo sul programma, o sull'operato dei loro rappresentanti in parlamento, o su quello del futuro governo. Per questo i promotori dell'appello cambiare#sipuò hanno proposto di spendersi per «un'iniziativa che parta dalle centinaia di migliaia di persone che nell'ultimo decennio si sono mobilitate in mille occasioni, dalla pace ai referendum, e che aggreghi movimenti, associazioni, singoli, pensionati, migranti in un progetto di rinnovamento delle modalità della rappresentanza che veda, tra l'altro, una effettiva parità dei sessi».
E' evidente che i tempi a disposizione per la definizione e la presentazione della lista non consentono di portare a fondo questo progetto (ma non lo consentirebbero nemmeno se avessimo avuto a disposizione due mesi in più); ma è anche evidente che il modo in cui si affronta questo problema decide del carattere dell'intero progetto, che potrà essere perfezionato in corso d'opera (mi riferisco a tutto l'arco della prossima legislatura) se ci si atterrà a due regole fondamentali.
La prima è stata enunciata il 21 dicembre scorso da Antonio Ingroia nel prospettare la sua candidatura alla testa di una lista unitaria con le caratteristiche di una lista civica. Cioè, i partiti e le organizzazioni politiche che ne condividono le finalità devono fare «un passo avanti» per offrire al progetto il loro sostegno; poi devono fare «un passo di lato», per consentire che si facciano avanti gli esponenti delle lotte, delle iniziative, dei comitati che sono stati i protagonisti della resistenza e dell'opposizione sociale alle politiche governative degli ultimi anni; e, infine, devono fare «un passo indietro» per non caratterizzare in senso partitico questo tentativo (come è stato fatto invece con gli accordi di vertice che hanno portato al fallimento della lista Arcobaleno nel 2008).
La seconda regola è quella adottata dall'assemblea di cambiare#sipuò della provincia di Milano il 16 dicembre scorso: «L'assemblea ribadisce il valore del tentativo di mettere insieme dal basso, e senza vincoli di appartenenza, un primo insieme di persone, di organizzazioni e di forze che si riconoscono in un progetto comune e si impegna, quale che siano l'esito di questa iniziativa elettorale e i risultati conseguiti dalla lista, a riconvocarsi per consolidare e approfondire questo percorso unitario in vista delle battaglie politiche e sociali che ci attendono nei prossimi mesi e anni. Nel caso che la lista porti in parlamento degli eletti, l'assemblea si impegna ad affrontare insieme a loro le questioni in discussione e a costituire dei comitati di sostegno, composti da persone che abbiano competenze nelle materie trattate, per fornire agli eletti tutta l'assistenza necessaria». 

Sappiamo che nel corso di molte delle assemblee convocate in tutta Italia da cambiare#sipuò tra il 14 e il 16 dicembre si sono verificati episodi di aperta e violenta contrapposizione che hanno poi trovato puntuale conferma nella presa in ostaggio della seconda parte dell'assemblea del 22 dicembre al Teatro Quirino di Roma da parte di numerosi membri e dirigenti del Prc. In queste assemblee non era e non è mai stato messo in discussione qualcuno dei punti programmatici, ma solo, in maniera a volte esplicita, a volte sottintesa, la modalità di selezione delle candidature.
Questo clima non ha fortunatamente caratterizzato l'assemblea di Milano, anche grazie al modo in cui ne è stata preparata e condotta la presidenza, alternando rigorosamente interventi di uomini e donne, parlando esclusivamente di politiche e rimandando al "dopo" la discussione sulle regole per la selezione delle candidature. Che l'atmosfera fosse positiva lo ho rilevato in un articolo (il manifesto 19-12) e non capisco che cosa mi rinfaccino i firmatari del comunicato "Cittadinanza attiva siamo anche noi", pubblicato dal manifesto domenica scorsa. Quel "dopo", comunque, deve ancora venire; perché grazie all'iniziativa di Antonio Ingroia, tra le organizzazioni politiche che sostengono il progetto di una lista unitaria antiliberista, si sono aggiunti al Prc diversi altri partiti, dall'Idv al PdC, dai Verdi al movimento arancione; e sono emerse come protagoniste del progetto molte organizzazioni i cui esponenti hanno sottoscritto l'appello cambiare#sipuò: non solo di Alba, ma anche della Lista civica nazionale, di Su la testa, di Alternativa e di altre ancora.
E' evidente quindi che occorre trovare un accordo tra tutti nel rispetto delle regole che ho ricordato. Ma a dirimere molte delle incomprensioni che sono intervenute in questi ultimi giorni possono bastare, secondo me, le risposte a due domande, implicite nella mia precedente affermazione secondo cui cambiare#sipuò non è un taxi per portare in parlamento chi non riesce più ad andarci con le sue sole forze. Innanzitutto: a chi risponderanno del loro operato i parlamentari che verranno eletti nella lista unitaria? Ai partiti di appartenenza, se hanno un'appartenenza, o ai comitati che si sono formati e che si formeranno per sostenerli e accompagnarli nel loro percorso, prima e dopo l'elezione? La prima soluzione è la negazione degli impegni presi aderendo a cambiare#sipuò o a "Io ci sto". La seconda offre la possibilità di mettere l'esperienza di chi ha già, o ha già avuto, importanti incarichi istituzionali o di direzione politica a disposizione dei nuovi arrivati, e di far loro da tutor: senza ricalcare il modello di una carriera politica precostituita che tanti danni ha già fatto. E poi, in attesa che vengano eliminati, come ci auguriamo, i "rimborsi elettorali" e gli altri emolumenti ingiustificati, che sono una delle cause della degenerazione della politica italiana - per essere sostituiti da forme di sostegno alla comunicazione politica paritarie e sostenute con fondi sottoposti a un pubblico rendiconto - a chi saranno destinate le risorse che "eccedono le esigenze del mantenimento e dello svolgimento del mandato" dei nuovi parlamentari? "Alle finalità che verranno loro indicate da queste assemblee", come recita la mozione di Milano, o al mantenimento di una struttura partitica già esistente? Sappiamo che molti dei partiti che partecipano a questo progetto si sono retti utilizzando i rimborsi elettorali, in vigore, per quel che sappiamo, fino al 2011 anche per quelli che non erano più in parlamento. E' stato un elemento di forte disparità nei confronti dei movimenti che si autofinanziano; una disparità che, da ora in poi, andrebbe comunque eliminata.


«Più forza per archiviare il montismo»
-Daniela Preziosi intervista Walter Tocci
«Sull'università l'agenda del professore è innanzitutto quella realizzata. È il capitolo più negativo dell'esperienza del governo tecnico». Walter Tocci è direttore del Centro per la riforma dello Stato - presidente Mario Tronti - dal cui lavoro di ricerca il Pd di Bersani ha attinto a piene mani, segnando così (finalmente) una svolta nel lavoro culturale del partito. Per questo, e anche perché Tocci è stato assessore e vicesindaco di Roma, e del Lazio è fra i più autorevoli politici, gli spettava un posto di riguardo nelle liste Pd. Invece Tocci in queste ore è in piena campagna per le primarie per il parlamento. Perché, spiega, «le primarie sono occasione di linfa e legittimazione popolare. In attesa di cambiare il porcellum, abbiamo fatto bene a farle, nonostante la precipitazione dei tempi. Senza questa legittimazione, la rappresentanza parlamentare diventa una funzione triste».

Su scuola e università si è misurata la continuità più inquietante fra berlusconismo e montismo. Se al Pd toccherà di governare, ci sarà davvero una svolta?
Sull'università l'agenda Monti è innanzitutto quella realizzata. E per noi è il capitolo più negativo dell'esperienza del governo tecnico. Non solo non ha modificato l'impianto distruttivo della ministra Gelmini, ma lo ha proseguito con determinazione, fino al taglio di 300 milioni in un anno dell'ultimo provvedimento. Il bilancio è un aggravamento generale: chiuse le porte ai giovani ricercatori con il blocco del turn over, dimezzati i fondi per il diritto allo studio, proprio mentre diminuiscono le immatricolazioni, il che significa che le famiglie più povere rinunciano a far studiare i figli. Per questo io, che pure sono disciplinato, non ho votato la legge di stabilità. Gli investimenti sull'università e sulla ricerca saranno punti di svolta dell'agenda Bersani.

Eppure Monti, nella sua agenda, agita il paradigma «innovatori-conservatori», attribuendosi ovviamente il ruolo dei primi.

Monti è un vero conservatore perché insiste sulle ricette che negli ultimi trent'anni ci hanno portato alla crisi: mortificare il lavoro, precarizzare la condizione giovanile. Ma ora in Europa si diffonde una nuova consapevolezza. Non si crede più, per dirla con Paul Krugman, alla ricetta del medico medievale che prescrive un salasso che fa peggiorare un paziente, quindi un nuovo salasso.

Bersani però oscilla fra la promessa di continuare con il rigore, soprattutto di fronte agli interlocutori internazionali, e quella di aggiungere equità. Le due cose possono andare insieme?
Bersani ha collegato il Pd alla sinistra europea di Hollande e della Spd, che speriamo vinca in Germania. Oggi la dialettica europea è cambiata rispetto a un anno fa, quando Monti tornava da Bruxelles con 'i compiti da fare'. Oggi, la sinistra europea si può 'dare i compiti'. La prima cura per uscire dalla crisi è creare lavoro. È il patto già enunciato a Parigi da Bersani, Hollande e Gabriel, che rinnoveranno a febbraio a Torino. Stando attenti a non ripetere gli errori degli anni 90, quando fu la sinistra al governo in tutta Europa ad accettare l'idea blairiana del liberismo mitigato.

Sull'Unità Reichlin parla proprio di europeismo come discrimine fra destra e sinistra. Ma, appunto, basta parlare di europeismo senza aggettivi?
Reichlin infatti critica l'europeismo che ignora il lavoro e il Mezzogiorno. Il Pd è impegnato ad affermare la nostra ipotesi di Europa. Ora saranno gli elettori a scegliere. Con questo voto dobbiamo battere definitivamente il berlusconismo: che è la vera posta in gioco del voto di febbraio.

Un altro paradigma del montismo è il decisionismo, un mito anche del Pd veltroniano, «la democrazia che decide». Quello dei tecnici è stato il governo dei voti di fiducia.
È il mito del trentennio passato, l'uomo solo al comando. L'Italia è stata un caso di scuola: con un comico e un tecnico. I risultati sono noti: Berlusconi fallisce proprio sull'incapacità di decidere, non riusciva a scrivere un decreto neanche sotto dettatura del Fondo monetario. E il bilancio delle riforme di Monti è modestissimo. Alzare le tasse e introdurre una tassa sulla casa è quello che hanno fatto anche gli altri governi. Sulle riforme invece ha dimostrato un indecisionismo sconcertante. È la conferma che l'uomo solo al comando non ce la fa, la crisi ci riporta al bivio tra destra e sinistra.

Appunto: l'alleanza con Monti, cui sembra destinato il Pd dopo il voto, non è in contraddizione con quanto dice?
Prima di ragionare di alleanze dobbiamo uscire definitivamente dalla seconda Repubblica, su tre punti: chiudere definitivamente il berlusconismo; superare la divisione fra sinistra riformista e radicale, per ricostruire una sinistra forte e unitaria; infine, riconquistare fiducia dei cittadini.

Ma Bersani, almeno finché Monti non era 'salito in politica', parlava della necessità politica di un'alleanza con lui, al netto dei numeri.
Per questo chiediamo di dare più forza al Pd, per ridimensionare l'incognita Monti.

Quando parla di unità a sinistra si riferisce all'alleanza Pd-Sel, o anche all'area arancione?
Quella arancione è un'area a cui dobbiamo guardare con rispetto. La sinistra unita è la migliore garanzia che non si ritorni nel passato, berlusconiano e montiano.


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