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23M 2019: una marcia rivoluzionaria

23M 2019: una marcia rivoluzionaria
Il 23 marzo 2019 anche eddyburg si unisce alle migliaia di persone che scenderanno in strada per le vie e le piazze di Roma in una grande Marcia per il clima, contro le grandi opere inutili e per una giustizia ambientale. Ancora una volta sono i movimenti, i comitati, gli abitanti a rivendicare le ragioni per una rivoluzione del sistema, del modello di sviluppo in assenza di una sintesi politica capace di cogliere la svolta radicale necessaria per coniugare la salute, il benessere sociale, la salvaguardia del nostro pianeta terra e delle specie che lo abitano e i diritti umani. (i.b)

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VENEZIA

DAI MEDIA

venerdì 30 novembre 2012

L’utopia e l’ipocrisia

Le ragioni dello scontro fra politica e magistratura  a sottolineare l’inadeguatezza dell’approccio contabile ai problemi della città e del clima. La Repubblica, 30 novembre 2012, postilla (f.b.)
 A chi sarà affidata la gestione e il controllo dell’azienda “dissequestrata” d’autorità (dubbia), e da dove verranno i soldi necessari a ottemperare alle prescrizioni di magistrati e periti che il governo stesso dichiara di voler seguire alla lettera. Perché l’idea che gestione e controllo stiano nelle mani di una gerarchia aziendale che ha portato a questo punto è temeraria. Ancora più temeraria l’idea di dare a chi ha portato le cose a questo punto (e se stesso in galera) il denaro necessario alla riparazione, piuttosto che farselo restituire.

La chiusura dell’Ilva di Taranto, i cui pericolanti titolari hanno ribadito ancora che ne deriverebbe immediatamente la liquidazione della siderurgia genovese e del resto d’Italia, sarebbe differita di due anni: come la Troika con la Grecia. Tra le poche cose che si sono capite in questi giorni convulsi, c’è che la frase fatta sull’Italia secondo paese manifatturiero d’Europa, ripetuta mille volte come un esorcismo, decadrebbe nel momento stesso in cui finisse la produzione di acciaio. La quale non è per sé novecentesca né ottocentesca, come a qualcuno piace ripetere, salvo che sia condotta nel modo più regressivo e speculativo. L’Italsider pubblica degenerò a rotta di collo, per essere regalata ai Riva che ne tirarono fuori profitti colossali alla condizione tacita (salvo che nelle telefonate e nelle tavolate) di produrre calpestando salute e diritti di cittadini e lavoratori. Produrre diversamente si può, e lo si fa in paesi meno corrivi – persino i Riva lo fanno, quando sono costretti.

Altri paesi dominano la produzione mondiale dell’acciaio, come la Cina, in condizioni di nocività pubblica e di sfruttamento del lavoro che renderebbero Taranto invidiabile. Il vincolo fra controllo delle prescrizioni e investimenti necessari alla bonifica diventa perfino più stringente nel momento in cui l’intervento chirurgico della magistratura viene sostituito dalla dilazione del decreto, senza di che i due anni – se tanti saranno – significano soltanto la rassegnazione a che i danni per la salute di chi lavora e di chi abita la città continuino immutati. E poi, davvero, chi vivrà vedrà.

Il governo – per il quale forse la questione industriale e sociale viene dopo quella dell’ordine pubblico – sottolinea la propria premura verso la magistratura. È difficile immaginare che la Procura tarantina voglia alzare ulteriormente il tiro sulla chiusura dell’Ilva: per sollevare piuttosto, con tempi meno urgenti, un problema di legittimità. Però restano aperti diversi filoni di indagine, e possono arrivare, così si mormorava attorno all’incontro beckettiano di ieri a Roma, nuovi avvisi di reato di peso aziendale e politico. D’altra parte è difficile immaginare che un commissariamento dell’Ilva, che non sia solo di facciata, possa conciliarsi con la proprietà e la direzione di un’azienda decapitata. C’è un ambientalismo che mira senz’altro alla chiusura dell’Ilva e coltiva la bella e sconfinata utopia dei lavoratori siderurgici trasformati in operatori della bonifica e della conversione. Anche la proposta di una specie di rinazionalizzazione dell’Ilva, oltre a fare scandalo per l’ortodossia privatista, è utopica, a proclamarla.

Forse sarà la strada sulla quale le cose si incammineranno ma con prudenza, con ipocrisia, con mezze misure, e senza mai ammetterlo: dunque nel modo peggiore. Un po’ come si è fatto con la Grecia e i suoi due anni di rianimazione. Intanto ieri a Taranto il mare era ancora tempestoso, e la città era piuttosto vuota. Si facevano comunque incontri interessanti. In un caffè del lungomare ho incontrato un ammiraglio di squadra molto importante, dev’esserci un’esercitazione sulla portaerei Cavour, che ha il nome della infelice corazzata. Si avverte spesso che Taranto è sì la capitale dell’acciaio, ma prima ancora della marina militare, e che il suo ruolo strategico nel Mediterraneo fa tenere le briglie strette sulla città. Mi sono chiesto se l’idea che l’Europa smetta di avere 28 eserciti e di dilapidare risorse per avere invece una difesa comune, una forza armata federale, e una capacità comune di tutela della pace e della legalità al proprio interno e fuori, appaia come una diminuzione ai nostri marinai e ai nostri ammiragli: mi sono detto di no, per incoraggiamento. Poi ho incontrato dei funzionari di polizia. Erano appena arrivati, da lontano, alcuni da Trieste, perché il Viminale è preoccupato dalle tensioni sociali di questi giorni. Per ragioni infantili, ho sempre pensato a Trieste e Taranto come città sorelle, ai due capi dell’Italia.

Sembrava anche a loro, per il mare che sale sulle strade, stupiti da un vento da far invidia alla bora, che per giunta, dicevano, “qui soffia continuamente, non a raffiche”. La loro prima volta a Taranto, non avevano ancora visto l’Ilva. Del resto la Ferriera triestina è ancora più nel cuore della città che l’Ilva a Taranto, e cancerogena altrettanto. All’Ilva andranno, e troveranno le differenze. Per esempio, lungo i recinti della fabbrica intossicata, l’ultimo giorno di novembre, le bougainville sono slanciate e fiorite come nel luglio di una città moderata. Per il resto, vedranno che le questioni si assomigliano molto.

Postilla
Molti commentatori americani dopo i vari eventi che hanno accompagnato la catastrofe tascabile (resa efficientemente tale) di Sandy, sottolineavano l’emergere, finalmente, nella coscienza pubblica, della consapevolezza del cambiamento climatico. Una verità scomoda per tutti coloro che vogliono per motivi sostanzialmente stupidi e egoisti continuare nel business as usual come niente fosse. E pare che anche dalle nostre parti gli scimmiottatori dei Repubblicani negazionisti, delle specie di Nando Mericoni Americano a Roma, siano saldamente al potere. Eppure col composito caso di Taranto ci sarebbero in campo tutti, ma proprio tutti gli elementi per iniziare una seria riflessione e azione sulla scomoda verità che ci attende al varco, compresi coloro che continuano a procedere a paraocchi innestato: una grande area urbana industriale costiera, con tutti i suoi problemi sociali, economici, ambientali e insediativi, legati al modello di sviluppo a emissioni intense che va superato molto alla svelta. Potrebbe trasformarsi in un laboratorio di innovazione legislativa, per le politiche energetiche, produttive, urbane: lo dicono da anni e anni gli esperti di tutto il mondo, che saranno proprio le città ex industriali a indicarci la via per evitare (per cercare di evitare) la catastrofe climatica che ci aspetta, inesorabile, fra una manciata di anni. Invece pare si stia nelle mani di una schiera di sobri coglioni, con rispetto parlando. A chi volesse aggiornarsi sul tema, propongo in lettura un capitolo di Carbon Zero, libro ancora inedito in Italia, che ho tradotto per Mall (f.b.)
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