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Carlo Petrini
La rivoluzione del cibo
20 Novembre 2012
Nostro pianeta
Intervistato da Francesco Mele, il fondatore di Slow Food spiega come attorno all’alimentazione ruoti (ovviamente) un intero modello di sviluppo.

Intervistato da Francesco Mele, il fondatore di Slow Food spiega come attorno all’alimentazione ruoti (ovviamente) un intero modello di sviluppo. L’Unità 20 novembre 2012 (f.b.)

«C’è chi vuole curare il malato usando gli stessi mezzi che hanno causato la malattia». Carlo Petrini, fondatore e presidente di Slow Food,guarda a quel che succede nel mondo ed è sempre più convinto che la crisi che stiamo attraversando sia più «profonda» di quel che si immagina perché non è soltanto economica. «È giunto il tempo di nuovi paradigmi», dice pensando a uno stile di vita che metta al suo centro la tutela dei beni comuni. «Se la politica non se ne rende conto non farà molta strada», avverte.

Allora, Petrini quali sono i segnali di questa crisi che rendono evidente la necessità di cambiare il nostro modello di sviluppo?
«Se vogliamo cominciare dalla crisi che ci attanaglia - e questa mi sembra un segnale più che evidente - possiamo dire che in realtà si tratta di una crisi strutturale, entropica direbbero gli esperti, dalla quale non si torna più indietro senza mettere in atto cambiamenti radicali. Le crisi economiche e finanziarie a cui ci eravamo abituati fino a pochi anni fa erano cicliche, in qualche maniera si risolvevano con il tempo e il normale andamento altalenante dell’economia. Ma oggi questa crisi è più profonda, e non è soltanto economica. Se la guardiamo da un punto di vista mondiale essa è anche climatica, ecologica, energetica, alimentare. Se la guardiamo da un punto di vista culturale è anche una crisi di valori, spesso sacrificati in nome del libero mercato e dell’omologazione industriale.

Mentre se mettiamo le lenti della politica risulta evidente che le classi dirigenti non sembrano più avere le idee tanto chiare su come affrontare il futuro e superare questa fase abbastanza drammatica. Questo perché c’è una classe politica che per ora non si sta dimostrando disponibile al cambiamento, e s’incaponisce a cercare di curare il malato con gli stessi mezzi che hanno causato la malattia. È come portare un diabetico in pasticceria e sperare che così guarisca. Invece è giunto il tempo di nuovi paradigmi, di cogliere la crisi come un’opportunità per rivedere alcune nostre priorità e per attuare un profondo mutamento che sia propedeutico anche a un nuovo umanesimo. Una rinascita vera».

Si sente parlare molto della necessità di tornare a crescere. Non sarebbe il caso di discutere,non solo in Italia, di quali debbano essere i criteri di questa crescita?
«Tutti parlano di crescita per superare la crisi. Tutti parlano di riprendere i consumi, di crescita del Pil, degli indicatori economici classici a colpi di punti percentuali. Purtroppo non si rendono conto che quest’era è già finita, che questi indicatori non ci parlano di vera crescita umana e sociale, anche economica. “Quando tutto deve ricominciare, tutto è già ricominciato”: è ciò che sostiene a ragione Edgar Morin, una delle menti più lucide della nostra contemporaneità. Infatti, mentre si parla e straparla di crescita economica vecchio stile ci sono ampi strati di popolazione mondiale, Italia inclusa, che stanno mettendo a fuoco i nuovi paradigmi: evitano gli sprechi, riusano, riciclano, risparmiano energia o attingono a fonti rinnovabili, riscoprono i vecchi saperi in ottica moderna, fanno economia locale e risvegliano il senso di comunità e di democrazia partecipata. I nuovi paradigmi stanno arrivando dal basso, e se il mondo politico non sarà abbastanza lungimirante da coglierli, e non soltanto per conquistare strumentalmente dei voti, si ritroverà ampiamente superato prima che se ne renda conto».

Certo, l’idea di un nuovo modello di sviluppo è già presente in numerose iniziative, anche nel nostro Paese. Slow Food ne è un esempio concreto da molti anni. Ma cosa potrebbe fare la politica, secondo lei, per favorire questa transizione?
«Sarebbe positivo, per esempio, se si cogliesse la portata politica - e parlo soltanto di ciò che mi è più vicino - di iniziative come Terra Madre, come un Salone del Gusto che ci ha parlato di buone pratiche, di nuovi modelli di sviluppo in agricoltura e lungo tutta la filiera alimentare. Sarebbe bello se si guardasse con maggiore attenzione alle migliaia di comunità che in Italia e nel mondo stanno davvero facendo qualcosa di concreto e d’importante. E non c’è solo Slow Food: sono tanti i soggetti che lavorano per mutare profondamente il quadro futuro a partire dal nostro quotidiano, dalle scelte che facciamo ogni giorno, come per esempio comprare del cibo. Ma tutto ciò è ritenuto marginale nel dibattito politico, quasi che occuparsi di cibo, agricoltura, ambiente, paesaggio, suoli, debba per forza essere un fattore accessorio. Invece, limitandoci a questi cinque elementi, stiamo parlando del più grande tesoro su cui siamo seduti in Italia. E senza un approccio nuovo, che veda le connessioni nascoste tra i vari comparti e temi, che ponga le basi per la tutela dei nostri beni comuni, questa preziosissima opera per ora è lasciata in mano alla società civile, che ha da tempo superato in capacità concreta di azioni qualsiasi macchina politica ufficiale. Credo che questo sia sotto gli occhi di tutti».

Perché proprio il cibo dovrebbe essere uno dei motori di un nuovo modello di sviluppo?
«Perché legati al cibo ci sono tutti gli elementi che possono rendere la nostra vita migliore. Parlando di cibo e usandolo come motore di sviluppo si può incidere sull’ecologia e sulla sicurezza dei nostri territori, sul mantenimento del paesaggio che attrae turisti e ci fa vivere meglio, sull’economia reale delle comunità che possono essere più prospere, sulla qualità della vita in città dove non è impossibile trovare cibo di prossimità. Dando la giusta importanza al cibo, attraverso una conoscenza non superficiale, si può riscattare la condizione degli agricoltori italiani, si può fare vera cultura, si può usare la memoria per imparare il futuro, si può agire sulla salute pubblica degli italiani. Tutte cose delle quali ci sarebbero anche persone deputate a occuparsene, ma pochi capiscono tutte le connessioni dirette e indirette con il cibo. Ecco, allora ribaltiamo lo sguardo e partiamo dal cibo, mettiamo prima al centro il cibo e sono convinto che tanto del resto verrà da sé, quasi in maniera naturale».

Bersani aveva proposto un ministero dello Sviluppo Sostenibile che mettesse insieme quello dello sviluppo e quello dell'ambiente. Può essere un buon punto di partenza per il prossimo governo? Si possono immaginare altre proposte che vadano nella stessa direzione?
Una nuova politica del cibo ci deve incoraggiare ad adottare una visione multidisciplinare, e lo stesso approccio dovrebbe replicarsi per altri temi centrali. Ogni tanto ci ritroviamo con ministeri diversi che prendono decisioni inconciliabili tra di loro, che si bloccano a vicenda, che inficiano le potenzialità di nuove norme proposte da qualche dicastero. Anche senza farlo apposta. È un paradosso tipico di chi non concepisce nulla senza passare per le specializzazioni e il riduzionismo, un modo di pensare che trovo obsoleto per questi tempi. È da anni che con Slow Food proponiamo di istituire un Ministero dell’Alimentazione, con competenze agricole e forestali, educative, energetiche, ambientali, economiche e commerciali. Sarebbe un nuovo modo di affrontare il governo del Paese: c’è chi pensa che forse sia troppo presto, speriamo che tra un po’ non sia troppo tardi.

Nota: per cogliere aspetti complementari del medesimo tema consiglio la recensione dell’ultimo lavoro della storica Emanuela Scarpellini dedicato agli italiani a tavola, che ho riportato con postilla su Mall (f.b.)

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