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23M 2019: una marcia rivoluzionaria

23M 2019: una marcia rivoluzionaria
Il 23 marzo 2019 anche eddyburg si unisce alle migliaia di persone che scenderanno in strada per le vie e le piazze di Roma in una grande Marcia per il clima, contro le grandi opere inutili e per una giustizia ambientale. Ancora una volta sono i movimenti, i comitati, gli abitanti a rivendicare le ragioni per una rivoluzione del sistema, del modello di sviluppo in assenza di una sintesi politica capace di cogliere la svolta radicale necessaria per coniugare la salute, il benessere sociale, la salvaguardia del nostro pianeta terra e delle specie che lo abitano e i diritti umani. (i.b)

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VENEZIA

DAI MEDIA

sabato 24 novembre 2012

Dopo gli stati generali della cultura? Braccia levate alla burocrazia

Commento all’iniziativa degli Stati Generali della Cultura: fallimentare, ma non meno significativa dell’attuale situazione di stallo sulle politiche dei beni culturali. Pubblico, 24 novembre 2012 (m.p.g.)

Vogliamo costruire democrazie vivaci e partecipate o autoritarismi tecno-consumistici? E che facciamo sul piano delle politiche universitarie, dopo avere lanciato ambiziosi appelli pro-cultura: incoraggiamo la ricerca di base o ci limitiamo a istituire un'ora di simpatica ricreazione aggiuntiva in Humanities nei dipartimenti di economia aziendale e ingegneria, come qualcuno suggerisce? Professionalità o "atmosfera creativa"? La prospettiva cambia: "cultura" è a nostro avviso un elementare diritto di cittadinanza, non l'insieme dei beni di consumo voluttuari riservati a (potenziali) startupper adolescenti. La ricerca non applicativa cade decisamente fuori dall'agenda del Sole 24ore, e con essa i temi dell'equità sociale e delle pari opportunità, che pure la Costituzione riconosce. Spiace. Perché il binomio "cultura e sviluppo" può e deve essere interpretato anche nel senso della crescita civile, in termini dunque che non sono economicistici. "Creare capacità" e "liberarsi dalla dittatura del PIL". Questi gli appelli lanciati da Martha Nussbaum nel suo ultimo libro, e l'argomento è stato riproposto in maniera incessante in tempi recenti. Non possiamo immaginare una società in cui le sole competenze tecnico-economiche decidano della sorte di tutti.

La "platea" e il "Presidente": questi in sintesi gli Stati Generali della Cultura convocati dal Sole 24ore al teatro Eliseo di Roma il 15 novembre. O quantomeno le voci memorabili di un evento concepito come autocelebrazione di un establishment e risoltosi invece (quasi) nel suo contrario. Il "Presidente" è Giorgio Napolitano al netto delle retoriche agiografiche: sul suo intervento, applaudito a lungo, si è già scritto molto. L'inefficienza dell'apparato burocratico desta "vergogna", e occorre rimuovere il pregiudizio anticulturale di questo governo e dei precedenti. No ai tagli lineari, sì a trasferimenti di risorse a scuola, ricerca e tutela del patrimonio. "Mi domando come sia stato possibile, qualche tempo fa", si è chiesto Napolitano volgendosi verso Francesco Profumo "che un oscuro estensore di norme abbia preteso di redigere una norma che prevedeva l'immediata soppressione di dodici istituti di ricerca". Urla e contestazioni hanno interrotto più volte Ornaghi e Profumo. Eravamo tuttavia presenti al Teatro Eliseo: niente tumulti scomposti. Nessuna "antipolitica". Né luoghi comuni. Ma l'indignazione di una platea di ricercatori, intellettuali, insegnanti, attori, artisti, che assistono da decenni al dominio dell'incuria o del saccheggio. Niente più vane parole o cerimoniali autoreferenziali: questo era stato chiesto all'iniziativa del Sole 24ore, che da mesi si muove sul tema con la possessività del monopolista e la rozza efficienza di un esercito di occupazione; e questo è stato preteso. Le voci di dissenso del pubblico hanno ricevuto un sostegno vasto, immediato e inatteso. Voci non solo giovani, anche se in prevalenza tali: early career, outsider, "lavoratori della cultura" e "talenti" cui ci si rivolge oggi da più parti nel desiderio di diffondere nel paese attitudini all’“innovazione" e alla "sfida". Così Corrado Passera, prevedibilmente. L'attuale ministro dello Sviluppo non sembra avere progetti né attenzione specifici per la "cultura" o la ricerca non applicativa ne perla storia dell'arte anche se si sofferma volentieri sul tema dei musei da trasformare in fondazioni. Non devono essergli chiari i rapporti tra "tutela", "valorizzazione" e "gestione", che articola ogni volta invocando risorse private e al tempo stesso affannandosi a rassicurare i sostenitori dell'intervento pubblico. Affascinato dal modello Louvre Abu Dhabi, Passera si muove tra Richard Florida ("classe creativa") e Chris Anderson (i "makers"). Può non essere un torto per un ex-banchiere e amministratore delegato, ma è importante stabilirlo nel momento in cui il ministro «diviene ospite d'obbligo agli incontri dedicati alle politiche del patrimonio (oggi gli "Stati generali della Cultura", ieri "Florens2012"). A nostro avviso è insufficiente (e predatorio) interessarsi a istruzione e tutela solo in termini propedeutici, dal punto di vista delle politiche economiche. Il dibattito sulla "crisi", le deludenti performance dell'economia italiana e il crollo della "Seconda Repubblica" non sembrano avere avviato una riflessione sufficientemente severa sulla classe dirigente: qualità, composizione, processi di reclutamento e selezione. Un economista come Pierluigi Ciocca ha posto di recente una domanda che aspetta una risposta. "Come può un fenomeno complesso quale la crescita economica, che investe l'intera società, non dipendere anche da variabili metaeconomiche? Cultura, istituzioni, politica influiscono sulla crescita". Nelle proposte confindustriali di riforma delle politiche educative incontriamo esortazioni o desiderata quantomai generici ("banda larga", "infrastruttura sociale" nel senso di mutualismo e charity, "legalità") che non pongono in discussione autoinvestiture, presunzioni di "eccellenza", atteggiamenti esclusivi.
Tra le difficoltà del Paese c'è la scarsa cooperazione tra competenze. Cerchie accademiche, finanziarie e industriali coabitano le une accanto alle altre nell'arrogante convinzione di ospitare ciascuna le risorse migliori, come in monopolio. Avremmo bisogno di tutt'altro. La scarsa cultura del ceto imprenditoriale italiano è un ostacolo formidabile alla competitività del sistema industriale. Nelle parole di Fabrizio Barca, anche lui all'Eliseo: "quello dell'istruzione, in Italia, è un insuccesso che si riflette sulla capacità delle persone di trovare occupazione, sulla capacità dei lavoratori di interagire con il lavoro più specializzato, sulla capacità degli imprenditori di concettualizzare le proprie intuizioni produttive". Ignoriamo quali conseguenze potrà avere l'appuntamento romano, preceduto dalla diffusione a stampa di un indice di proposte formulata da Pier Luigi Sacco (critico nei confronti del "made in Italy" ossessivamente celebrato da imprenditori alla Montezemolo e dagli aedi degli "antichi mestieri"). Certo gli "Stati Generali" hanno colpito duramente la reputazione di alcuni tra politici e intellettuali invitati. Le rudi maniere del direttore del Sole, designato a coordinare la tavola rotonda, hanno tacitato i più esornativi testimonial dell'evento, Carlo Ossola e Andrea Carandini, stupefatti per il trattamento riservato. A infrangere definitivamente il cerimoniale hanno poi pensato le contestazioni ai ministri "culturali". Tra le proposte avanzate da Sacco incontrerà forse maggiore favore quella mirata a creare un'agenzia per l'export a sostegno delle "industrie creative" nazionali. Una recente ricerca, coordinata dalla Fondazione Symbola, ha rilevato le difficoltà, per le industrie culturali, di inserirsi sul piano internazionale: finanziamento, infrastruttura, lingua. Proprio su questo ci permettiamo di offrire un suggerimento. Va bene il "made in Italy", vanno bene moda, design, food, architettura. Ma perché non prevedere specifiche misure a beneficio della ricerca accademica e non, sollecitando incentivi editoriali alla traduzione in lingua inglese della saggistica e della narrativa italiane? O trasformando gli Istituti italiani di cultura all'estero in sedi qualificate perla promozione dei migliori tra gli artisti più giovani (adesso non lo sono affatto)? Le retoriche dominanti che accompagnano il processo di valutazione della ricerca universitaria attualmente in corso insistono (nel modo spesso più velleitario e subalterno) sulla necessità di "internazionalizzare" gli studi. Con opportune politiche culturali e minimo impegno finanziario potremmo creare una lieve infrastruttura globale a supporto di “cultural heritage", autodisciplina e "talento".
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