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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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lunedì 26 novembre 2012

Diffamazione, una legge sbagliata


La ripulitura del testo non lo ha depurato dei suoi molti vizi d’origine: in primis, la triste abitudine italiana alle leggi ad personam. I tiepidi oppositori hanno rivelato inadeguatezza dell’analisi di una questione davvero capitale per la democrazia. La Repubblica, 26 novembre 2012
NATA malissimo, la vicenda della nuova legge sulla diffamazione rischia di finire ancor peggio. Non era imprevedibile. Si erano subito sommati due pessimi modi di legiferare. La triste abitudine italiana alle leggiad personam(non a caso si parla di “legge Sallusti”) e un modo di produrre il diritto contro il quale i giudici inglesi avevano messo in guardia fin dall’800, riassunto nella formula “hard cases make bad law” – dunque il rischio di una risposta legislativa distorta perché ritagliata su una situazione eccezionale o estrema.Si potrebbe aggiungere un detto tratto dalla saggezza popolare: “La fretta è cattiva consigliera”. Una fretta, però, che al Senato è stata deliberatamente usata per cercare di imporre soluzioni inaccettabili, sfruttando come pretesto l’urgenza legata alla volontà di impedire che Alessandro Sallusti finisca in carcere.

L’ultimo episodio di questa brutta storia è rappresentato dalla approvazione di una norma chiamata “salva direttori”, un emendamento proposto dallo stesso presidente della commissione Giustizia, che esclude appunto il carcere per direttori e vice-direttori, ma lo mantiene per gli altri giornalisti. Si è cercato in questo modo di attenuare gli effetti dell’imboscata parlamentare con la quale, con un voto segreto, era stata reintrodotta la pena carceraria per tutti i giornalisti. In questo modo la vicenda non soltanto si aggroviglia sempre di più. Si manifesta una evidente contraddizione con il motivo per il quale si era deciso di modificare le norme sulla diffamazione, appunto l’eliminazione di quel tipo di sanzione. E, scegliendo questa strada, si introduce una ingiustificata discriminazione tra i giornalisti, con evidenti rischi di incostituzionalità della nuova disciplina, e si mantiene l’intimidazione nei confronti del sistema dell’informazione nel suo complesso.

Questo non è il solo aspetto negativo di un disegno di legge il cui iter parlamentare è stato tutto punteggiato da forzature, sgrammaticature tecniche, inconsapevolezza delle caratteristiche delle materie regolate. Si può apprezzare il senso di responsabilità dei giornalisti che, accogliendo l’invito del presidente del Senato, hanno rinunciato allo sciopero indetto per oggi, in attesa di quel che i senatori decideranno. Ma qualche aggiustamento dell’ultima ora non potrà rendere accettabile un testo che rimane inadeguato e pericoloso. L’unica dignitosa via d’uscita per i senatori è quella di abbandonare questo disegno di legge, che continua a rendere visibile lo spirito con il quale è stato progressivamente concepito: uno strumento per arrivare ad un regolamento di conti tra ceto politico e mondo dell’informazione.

Già la mossa iniziale di questa partita era stata rivelatrice. Il disegno di legge nasce da un improvvida iniziativa trasversale, o bipartisan che dir si voglia, del Popolo della libertà e del Partito democratico. Troppo lontani, infatti, si erano rivelati in questi anni gli orientamenti dei due partiti proprio nella materia della libertà d’informazione. Era prevedibile, quindi, che i non dimenticati propugnatori di una “legge bavaglio” avrebbero manifestato gli stessi spiriti in una occasione che apriva spazi inattesi per muoversi di nuovo in quella direzione. Ecco, quindi, l’apparire di norme che usavano l’arma della sanzione pecuniaria per intimidire editori e giornalisti; per distorcere il diritto di rettifica a vantaggio di chi pretende di stabilire unilateralmente quale sia la “verità” da rendere pubblica; per aggredire con imposizioni cervellotiche il mondo della Rete. Tutto questo è avvenuto in un clima di voluta confusione culturale, presentando come reato di opinione una diffamazione consistente nell’attribuire a una persona un fatto determinato del tutto falso.

Emergevano così i tratti di una disciplina tutta impregnata di voglia di rivincita, di ritorsione, di vera e propria vendetta nei confronti del sistema dell’informazione, che è stato il vero tratto bipartisan di questa vicenda e che ha avuto la sua più clamorosa e rivelatrice manifestazione con il voto che reintroduceva la pena carceraria. Le proteste venute dal Pd, pur sacrosante, sono apparse tardive, segno di una confusione apparsa durante la discussione parlamentare, ma che già si coglieva nel modo già ricordato di mettere la questione all’ordine del giorno del Senato. Eccesso di fiducia, ingenuità o piuttosto inadeguatezza dell’analisi di una questione davvero capitale per la democrazia?

La ripulitura del testo, prima degli incidenti di percorso, non lo ha depurato dei suoi molti vizi d’origine. Nulla, o troppo poco, di quello che sarebbe necessario per aggiornare le norme sulla diffamazione si trova nel disegno di legge sul quale oggi il Senato dovrà esprimere il suo voto. Pure, non erano mancate le indicazioni per imboccare una strada che avrebbe consentito di avvicinarsi almeno a una disciplina consapevole dei molti problemi sollevati in questi anni a proposito della diffamazione, apprestando strumenti adeguati e non inutilmente punitivi per garantire verità e rispettabilità delle persone e considerando pure le questioni, tutt’altro che marginali, delle denunce temerarie e delle sproporzionate richieste di risarcimenti, come mezzo non per garantire un diritto, ma per intimidire i giornalisti. E si erano pure suggeriti i criteri per una disciplina rapida e sobria che, eliminata l’inaccettabile carcerazione, poteva essere realizzata con pochi aggiustamenti delle norme vigenti. Se tutto questo non è avvenuto, significherà pure qualcosa. Una volta di più dobbiamo registrare malinconicamente un uso congiunturale e strumentale delle istituzioni, l’inadeguatezza politica e culturale che si annida in questo Parlamento. Limitiamo almeno i danni, e rinviamo una nuova disciplina della diffamazione a tempi sperabilmente più propizi.

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